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Un Foglio internazionale

La dottrina Musk

Il tycoon è un “dinamista”, scrive Ross Douthat: ogni principio è negoziabile, in nome dell’innovazione. Il suo piano per restituire ottimismo ai liberal

"'Ho sostenuto Obama come presidente’, ha twittato Elon Musk lo scorso mese, uno dei tanti commenti ideologici che hanno accompagnato il suo tentativo di acquistare Twitter: ‘Ma il Partito Democratico di oggi è stato sabotato dagli estremisti’. Nello stesso periodo, Musk ha ripostato una vignetta che mostrava un omino considerato di centrosinistra nel 2008 e definito come un conservatore bigotto nel 2021 perché nel frattempo la sinistra si era radicalizzata (…) E ora, infine, è arrivata la notizia che probabilmente Musk riammetterà Donald Trump su Twitter”. 

Così inizia il ritratto del fondatore di Tesla firmato da Ross Douthat sul New York Times dell’11 maggio. Il giornalista del Nyt sostiene che il tycoon, nonostante sia allineato con la destra nella guerra culturale americana, non è né un conservatore né un libertario. Piuttosto, Elon Musk è un “dinamista”, ovvero una persona la cui priorità è la scoperta e l’esplorazione, convinto che il meglio della società stia sempre inventando, trasformando, facendo qualcosa di nuovo. Al dinamista interessano i fini non i mezzi; a differenza del libertario puro, non fa distinzione tra spesa pubblica e spesa privata, è disposto ad accettare l’aiuto del governo americano così come di quello cinese. Lui è pronto ad assumersi grandi rischi per inseguire l’innovazione e ogni principio – che sia politico, sociale o morale – diventa negoziabile davanti a questo scopo. 

Nonostante Musk sia l’uomo più ricco al mondo, continua a essere un dinamista. La sua recente evoluzione da democratico obamiano a nemesi dei progressisti è una risposta alla trasformazione dei liberal. I seguaci di Obama erano essenzialmente dei dinamisti: sostenevano l’evoluzione tecnologica perché convinti che avrebbe reso il mondo un posto migliore. Che si trattasse dei social media come strumento delle rivoluzioni contro i leader autoritari in medioriente, o come mezzo di mobilitazione e aggregazione per i militanti dem, nel 2010 c’era la sensazione diffusa che il progresso politico e tecnologico andassero a braccetto.  

Ma la vittoria di Trump nel 2016 ha sgretolato questa fiducia. I liberal di oggi vedono internet come un’area grigia occupata da mostri e demagoghi, un terreno fertile per gli insurrezionisti. Di conseguenza, è cresciuto il sospetto verso l’idea che l’innovazione sia la soluzione ai grandi problemi ecologici. E’ cresciuto il potere dell’ala anticapitalista del movimento ambientalista, a spese di chi immagina flotte di Tesla e centrali nucleari come argine al cambiamento climatico. 
Nel frattempo, i valori cardine alla base del dinamismo – soprattutto, il pensiero libero e la libertà di espressione – vengono visti con sospetto dai liberal dei giorni nostri. Nel mondo progressista si è diffuso un atteggiamento di paura verso la diffusione di idee potenzialmente pericolose: c’è una grande fiducia nelle autorità scientifiche e intellettuali ma maggiore diffidenza verso chi pone domande scomode. 

Il dinamista mette l’innovazione al di sopra di tutto; in circostanze estreme, lui preferirà una monarchia che difende il progresso a una democrazia che lo blocca. Molti progressisti dei giorni nostri sostengono una tesi opposta: se il progresso tecnologico e la piena libertà di espressione mettono in pericolo la democrazia, allora bisogna sacrificare entrambi. Questo è esattamente ciò che Musk vuole ottenere dall’acquisto di Twitter: vuole risanare la rottura tra i liberal e il dinanismo, e arginare la svolta ultra regolatoria dei progressisti. 

“Se questa è la tua ambizione – lasciamo stare se sia ammirevole o pericolosa – ha senso acquistare Twitter?”, si domanda Douthat. Se Musk rendesse il social uno spazio per il confronto aperto oltre che un luogo abitato dai liberal istruiti – se riuscisse a fargli avere successo applicando un approccio più liberale alla moderazione dei contenuti – otterrebbe due risultati in uno. Primo, creerebbe uno spazio rilevante in cui può avvenire un dibattito libero. Secondo, potrebbe restituire dinamismo e apertura ai liberal che usano la piattaforma, facendogli capire che il pluralismo e il confronto possono funzionare anche senza una costante sorveglianza ideologica. 

I più scettici invece sostengono che Musk stia sopravvalutando l’importanza delle piattaforme digitali nel dare una forma al liberalismo contemporaneo. Per loro Twitter può accelerare alcune trasformazioni ideologiche, e renderle visibili e comprensibili al grande pubblico, ma non è lo spazio in cui queste trasformazioni avvengono in primo luogo. Secondo questa scuola di pensiero, le istituzioni che contano davvero continuano a essere quelle tradizionali: le università, la stampa, le fondazioni. Se queste sono ostili alla libertà di stampa, tentando di imporre un conformismo ideologico, le piattaforme social non possono fare molto per opporsi. “Per ottenere un vero cambiamento sociale – continua Douthat – devi cambiare queste organizzazioni dall’interno, iniziarne di nuove – le scuole Musk! il Musk Herald-Tribune! la Fondazione Musk! – o fare entrambe le cose. Gran parte del successo di Musk deriva dall’avere applicato la tecnologia al mondo reale – ovvero macchine, razzi e tunnel, non solo app e tweet – dunque è possibile che abbia già tenuto conto di tutto ciò e che veda Twitter come una rete virtuale che lega queste istituzioni riformate o rivitalizzate nel mondo reale. Oppure, in alternativa, forse lui è convinto che molto presto il mondo virtuale sostituirà il mondo dei corpi e dei mattoni e che, attraverso Twitter, sta acquistando il terreno dove i suoi cari dinamisti costruiranno le grandi istituzioni di domani. Una delle forze del dinamismo è che riesce a motivare questo genere di passi in avanti. Ma solitamente la debolezza di quest’ideologia è la stessa che ha condannato Icaro. A volte spicchi il volo e ha ali da uccello che ti tengono in aria. A volte però hai solamente delle piume che si disintegrano – oppure, anche peggio, non piume ma tweet”.

 

(Traduzione di Gregorio Sorgi)

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