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Il lavoro palestinese non era sfruttato

Il caso di SodaStream e del suo stabilimento in Cisgiordania, raccontato dall'Israel haYom 

10 Settembre 2018 alle 14:04

Il lavoro palestinese non era sfruttato

Foto LaPresse

“In questo mondo alla rovescia, se desideri che i palestinesi vivano in pace, con un lavoro dignitosamente remunerato, con accesso a cure mediche di qualità e buoni motivi per avere fiducia in un domani migliore dell’oggi, sei etichettato come antipalestinese” scrive Clifford May. “Se, al contrario, preferisci che i palestinesi rimangano nella miseria, mantenuti dai sussidi dell’America e di altre ‘nazioni donatrici’, immersi nell’odio per i loro vicini tramandato di padre in figlio, nella perenne visione di se stessi come vittime che possono solo aspirare al ‘martirio’ in una guerra infinita, allora puoi definirti un campione della causa palestinese.

 

"È una riflessione che torna alla mente dopo che a fine agosto la PepsiCo ha annunciato l’intenzione di acquistare l’israeliana SodaStream per 3,2 miliardi di dollari. E qui occorrere una spiegazione. La SodaStream fabbrica dispositivi per produrre acqua frizzante a domicilio, senza bottiglie di plastica da accumulare in casa e poi buttare via o inviare al riciclaggio. Il suo amministratore delegato, Daniel Birnbaum, è un imprenditore israeliano di grandi visioni che ha avuto un’idea fantastica: aprire una fabbrica in Cisgiordania e assumere arabi palestinesi, offrire loro ‘salari israeliani’ che sono circa quattro volte superiori alla media nei Territori, fornire a loro e alle loro famiglie allargate l’assicurazione medica, un benefit che ben pochi datori di lavoro in Cisgiordania garantiscono ai loro dipendenti.

 

"Di più, assumere anche lavoratori israeliani, arabi ed ebrei, mettendoli in condizione di lavorare tutti insieme, imparare a vicenda, magari sviluppare rispetto reciproco e persino amicizie. Che grande realizzazione sarebbe stata, se l’esperimento avesse avuto successo! Nel 2014, con oltre 500 dipendenti, SodaStream era diventata uno dei maggiori datori di lavoro privati in Cisgiordania. Ed ecco che, come si poteva prevedere, i ‘sostenitori della causa palestinese’ hanno denunciato Birnbaum come antipalestinese. In particolare, i sostenitori del boicottaggio lo hanno accusato di rubare terra palestinese, approfittare dell’‘occupazione’ e sfruttare i lavoratori palestinesi. ‘Tutt’a un tratto sono diventato un criminale di guerra’, mi disse Birnbaum tre anni fa durante una cena a Tel Aviv.

 

"Quando Birnbaum ebbe bisogno di una fabbrica nuova e più grande, decise di non costruire in Cisgiordania ma di trasferirsi nel deserto del Negev, ben all’interno delle ex ‘linee armistiziali’, i confini temporanei tracciati nel 1949. Sebbene la campagna di boicottaggio sia riuscita a privare i palestinesi di buoni posti di lavoro, non è riuscita a impedire alla società che aveva fornito quei posti di lavoro di diventare un enorme successo internazionale. Lo slogan nazista degli anni 30 ‘non comprate dagli ebrei’ è stato aggiornato dai sostenitori del boicottaggio nello slogan ‘non comprate dallo stato ebraico’. I caporioni della campagna non fanno mistero delle loro intenzioni annientatrici, e se ciò significa che palestinesi innocenti, pacifici e laboriosi fanno la fine dei danni collaterali, poco male: ‘così è la guerra’. Intanto, continuano a definirsi campioni della causa palestinese. Come dicevo, un mondo alla rovescia”.

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