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Assetato di vendetta, Bannon prende accordi con gli inquirenti

L'ex stratega scaricato da Trump ha ricevuto un mandato di comparizione. Negoziati e tatticismi nell'inchiesta sulla Russia

New York. Lo special counsel che indaga sui rapporti fra Donald Trump e il Cremlino, Robert Mueller, ha ottenuto un mandato a comparire davanti a un gran giurì per Steve Bannon, ex stratega che in poco più di un anno è passato da mente occulta del trumpismo a reietto impresentabile che rovina campagne elettorali praticamente impossibili da perdere, zavorra nazionalista scaricata dai finanziatori della famiglia Mercer, da Breitbart e dal presidente che ha rinnegato ogni ruolo decisivo di “Sloppy Steve”. Bannon ha affrontato la caduta in modo silente e perfino stoico, opponendo parole di stima e fedeltà agli insulti di Trump (“quando ha perso il lavoro ha perso anche la testa”), ma il suo è il classico profilo del servitore abbandonato in cerca di vendetta.

 

Gli investigatori di Mueller volano in cerchio sopra i sedotti e abbandonati da Trump che ora potrebbero essere pronti a spifferare molte cose, mossi dall’istinto di autoconservazione e anche dalla libido della vendetta. Michael Flynn, ex consigliere per la Sicurezza nazionale al centro di tutte le rotte più pericolose del groviglio globale di Trump, ha firmato un accordo con Mueller talmente clemente (gli viene imputata soltanto un’accusa minore di falsa testimonianza) da far pensare che abbia molto da rivelare e che lo stia già facendo. Bannon è il prossimo pesce grosso sulla lista. Che Mueller se lo stia lavorando in modo particolare si deduce dai dettagli del mandato a comparire. Finora lo special counsel non ha usato la formula dell’interrogatorio di fronte al gran giurì per i consiglieri più stretti del presidente chiamati a testimoniare, ma ha optato per colloqui più informali e riservati nei suoi uffici.

 

Perché questo cambiamento di metodo? Qualcuno sostiene si tratti di una pura tattica negoziale, con Mueller che sarebbe in realtà pronto a risparmiare a Bannon la complicata deposizione davanti a una giuria in cambio di informazioni sostanziose sulla collusione. Ieri la Cnn ha scritto che l’accordo è già stato trovato, e Bannon parlerà con gli uomini di Mueller a porte chiuse, ma non è chiaro se il mandato verrà ritirato. Non è una buona notizia per Trump: un accordo significa che l’ex stratega ha informazioni di qualità da offrire agli inquirenti.

 

Il libro Fire and Fury di Michael Wolff, dove Bannon definisce “treasonous”, traditore, il famoso incontro alla Trump Tower fra il primogenito dell’allora candidato e degli emissari del Cremlino, ha offerto il destro agli investigatori per orchestrare un’operazione altrimenti impossibile in assenza di informazioni diffuse pubblicamente. Così il “libro fasullo” massacrato a colpi di tweet dal presidente ma tutto sommato funzionale politicamente a una presa di distanza dalla pessima compagnia nazional-populista di Bannon diventa anche il potenziale abbrivio della vendetta del consigliere scaricato. Allo stesso tempo, il ricorso a un subpoena è un indicatore che Bannon non è personalmente al centro dell’indagine, ma può fornire dati utili. La strada del gran giurì è poi spesso utilizzata in casi in cui i testimoni hanno interesse a dimostrare di essere stati costretti a testimoniare: davanti a una giuria non ci può rifiutare di rispondere alle domande e soprattutto non si possono prendere accordi su quali informazioni finiscono e quali vengono omesse nella deposizione. Per Bannon potrebbe essere un modo per segnalare alla Casa Bianca che ha le mani legate, ma se invece ha trovato un accordo con Mueller si tratterà di vedere che tipo di informazioni ha da offrire al procuratore. Di certo c’è che Bannon si avvia verso la deposizione come il più infangato e tradito dei tanti consiglieri di cui Trump s’è sbarazzato. C’è infine un ultimo elemento di difficile interpretazione, svelato dalla Associated Press: quando martedì Bannon ha testimoniato per dieci ore davanti alla commissione d’Intelligence della Camera il suo avvocato, Bill Burck, era costantemente in contatto con gli avvocati della Casa Bianca, che gli indicavano a quali domande rispondere e quali evitare.

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