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Assad ha vinto. Ora che si fa in Siria?

L’America dovrebbe dare priorità a contrasto attivo all'Isis, ma anche pensare a un dopo che contenga l’Iran, scrive la Brookings Institution

5 Marzo 2018 alle 12:20

Assad ha vinto. Ora che si fa in Siria?

Foto LaPresse

La situazione in Siria è una tragedia di proporzioni epiche, che può rendere difficile una visione sobria. Tuttavia, una tale visione deve riconoscere tre dinamiche cruciali guardando avanti”. Così Mara Karlin, senior fellow alla Brookings Institution, analista di cose siriane, ha parlato a una recente commissione per gli affari esteri del Congresso americano. “In primo luogo, Assad ha vinto la sua guerra per rimanere al potere. Certo, governa una Siria fragile e frammentata; una in cui la violenza non cesserà nei prossimi anni.

 

Il regime di Damasco cercherà di riprendere il controllo su tutta la Siria, ma farlo sarà uno sforzo difficile e costoso. Il continuo uso di armi chimiche da parte di Assad dimostra che non è stato dissuaso dal commettere atrocità. In secondo luogo, la situazione in Siria è una guerra per procura in un gioco geostrategico molto più ampio. Dopo aver passato gran parte dell’ultimo decennio a modernizzare le sue forze armate, la Russia ha usato il territorio siriano come terreno di prova tattico e operativo mentre sosteneva il regime di Assad. Lavorando con e attraverso Hezbollah, la proiezione del potere iraniano in tutto il medio oriente è salita alle stelle. Sia l’Iran che Hezbollah sono trincerati in Siria, il che renderà gli sforzi degli Stati Uniti per contrastare la loro influenza regionale molto più difficile. Per un periodo di tempo, la Turchia e gli Stati Uniti hanno visto la Siria attraverso un quadro comune, contro l’Isis. Il quadro si sta offuscando mentre la lotta contro l’Isis si abbassa e con esso giungono seri interrogativi sulla giustificazione del futuro sostegno degli Stati Uniti ai curdi siriani. Iran e Israele si confrontano in Siria, come se non fosse già abbastanza complicato. La Russia incespica nella nebbia della guerra siriana. Come i marines statunitensi rimandati a Beirut nel 1982 con una missione altrettanto poco chiara, la residua presenza di forze degli Stati Uniti in Siria potrebbe essere sufficiente per mettersi nei guai, ma difficilmente riuscirà a fare molto. La mancanza di chiarezza è sorprendente. Chiarezza non solo per il popolo americano, ma, francamente, anche per gli avversari, i concorrenti e i partner di Washington in Siria. Per chi è disposto a combattere l’esercito statunitense? Chi è disposto a uccidere? E per chi è disposto a mettere in gioco le vite americane? Gli Stati Uniti dovrebbero procedere nel seguente modo: dare priorità a una prospettiva geopolitica, continuare attivamente a contrastare l’Isis, assicurare sostegno alla stabilizzazione e alla ricostruzione delle aree al di fuori del controllo del regime di Assad legate a una strategia politica coerente; e fornire sostanziali aiuti umanitari ai rifugiati fuori dalla Siria”.

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Commenti all'articolo

  • carlo schieppati

    06 Marzo 2018 - 05:05

    Voi non potete ignorare che ci sono altre fonti di informazione, altre versioni dei fatti. Queste fonti non sono agenzie magari ubicate a Londra o a New York. Sono religiosi e religiosi, missionari che vivono da anni in Siria e che la contano ben diversamente dal mainstream a cui anche Il Foglio si è accodato.

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