Matteo Renzi (foto LaPresse)

Caro Matteo Renzi, ascolta un consiglio

Andrea Marcenaro

Smettila di dire che siamo usciti dalla crisi, e punta al 40 per cento

Renzi carissimo, ascolta, se hai tempo da perdere.

 

Forse è andata, forse non c’è più tempo, forse la campagna elettorale è diventata una parete troppo a piombo. Facile che perderai, ma c’è modo e modo. La differenza che passa tra la vita possibile e la morte politica. Scusa il tono, è per capirsi bene. Devi smetterla subito, ma subito, di dire che hai fatto uscire l’Italia dalla crisi. E dire subito, ma subito, che non c’è verso: l’Italia non uscirà dalla crisi finché quel 60 per cento che il 4 dicembre ha votato No non capirà che ha sbagliato a non votare Sì. Subito, ma subito. Senza la riforma del 4 dicembre, “adesso la scriveremo meglio”, dovrai aggiungere, “l’abbiamo scritta coi piedi”, il milione di posti di lavoro in più sono (quasi) niente. Beato quel quasi, certo, e gli sia reso merito, ma il quasi resta niente. Devi dire subito, ma subito, che parli in primissima, unica non voglio dire, ma in primissima istanza di sicuro, al 40 per cento che ha votato Sì. E nonostante le tivù quasi compatte contro, e i social, vale a dire il potere non al popolo, al popoletto, e nonostante i Giannini, i Polito, i Galli della Loggia e i Folli, nonostante, cioè, tutta la sontuosa cianfrusaglia abituata da decenni alle cenette eleganti del terzo tipo, essi di poche cose sono rimasti certi, anzi pochissime: ma ancora sono convinti di quel Sì. Che sia stato giusto. Che rivoterebbero nello stesso modo. Dovresti dire, ma subito: quel 40 per cento rappresenta l’Italia che deve andare orgogliosa di sé. E da loro tu intendi ripartire. Da loro. Dovrai subito dire, e prima lo farai meno peggio sarà, che sai benissimo come quel 40 non sia vergine. Che combinò le sue, che applaudì Di Pietro e venera, ancora, solo in parte, ma in parte ancora sì, l’equivoco matricolato di Berlinguer. O addirittura ancora pensa, magari, che i posti di lavoro vengano dal governo invece che da chi rischia i soldi suoi (il quale, tecnicamente, si chiama capitalista). Ma chissenefrega, ci sarà modo di parlare di questo dopo il 4 marzo. Quel 40 per cento, questo conta, ha rimesso in moto il cervello, e il solo averlo rimesso in moto potrebbe portare a risultati sorprendenti.

 

Devi dire, spiegare, ricordare, che quel 40 per cento ha un’anima, un corpo e nomi con cognomi. Vale a dire che è il contrario dell’accozzaglia, della folla, è la somma degli individui. Strano, ma è capitato. A volte capita. Altra cosa è che possa durare a lungo e senza guida. Non durerà.

 

A quel 40 dirai dunque, o dovresti dire, che non lo molli, che riproporrai l’abolizione del Senato, del Cnel o di quel che sai tu, e lo farai Casini o no, verdi o piselli, alleanze o rosatelli che siano. “Se non diventa snella, l’Italia resta quella” avrai infatti la pazienza di ripetere ai tuoi, oltreché ai meno imbecilli tra quanti tuoi non sono. Poi trovati qualcuno che migliori questo slogan che sembra in effetti per deficienti. Sai meglio di me, d’altra parte, che se dirai queste cose, una parte del 60 per cento dei No, solo una parte, ci mancherebbe, ma una parte sì, drizzerebbe l’orecchio.

 

Sono stato un cazzone, dovrai ammettere subito dopo. Ho reagito come un Mastella dei piccoli alla scemissima notizia di un Ferruccio de Bortoli più malignetto che pettinatissimo. Aveva parlato di Etruria, pensa te, la Maria Elena. E che doveva fare? Faceva politica? O partoriva giaguari? Altro che “non è vero”, “lo querelo”, “mai e poi mai”. Non la menerete a me come per vent’anni a Berlusconi, proseguirai. Conflitto? Dove? Come? Quando? E metti a cuccia quegli sferracalze dei Massimi Franchi, su. Dal tuo 40 dovrai farti capire, però. Parlargli con le parole del bar, certo meglio se di Calenda. Ma che cazzo dici, dovrai letteralmente rispondere in qualche talk-show. Prendi te stesso per un orecchio e ripetiti dieci volte, senza che l’elettorato ti senta: ehilà, mi sono dimenticato di una Leopolda. Mi scuso con me stesso. Ma togli ogni dubbio su quanto siate stati fessi, o opportunisti, vedi poi tu il dettaglio. Parlare con le parole del bar, ma meglio come Calenda, significa isolare i problemi, risultare puntuali, tenere il giusto tono, il giusto sguardo, mettere per cinque minuti da parte il battutismo. Né la levità né l’allegria, solo il mentanismo ridanciano e furbista. 

 

Capisco continuare a pagare lo stipendio a quel galantuomo del dottor Cantone. Ma a scanso di equivoci, lo avviserai: senta, so che la sua cultura l’ha già percepito, lo capisco da come è sobrio, però è finita. Ci vorrà un mese, oppure due anni, ma sappia lei, e prima ancora voglio che lo sappia con certezza quel 40 che mi sta a cuore: la musica cambia. Cambia. La supplenza deve finire. L’onore della politica è sacro e il 2017, anche i numeri fanno storia, è un quarto di secolo dopo il 1992. Un quarto di secolo. Durante il quale il 60 per cento degli italiani si è succhiato l’ideologismo della Casta totale. Ma un 40, con fatica, a salti, ha ragionato. Rompendo appartenenze, talora, storie personali, amicizie di gruppo e rompendo, perfino, con quelle due cazzo di parole che sono le più difficili da respingere, quantunque non ne esistano di più stupide: coerenza personale. Devi dirlo, Renzi. In campagna elettorale. E devi dire: le emergenze no. Mai più emergenze, mai più leggi sulle emergenze scelte con le budella al vento. Dove un titolo di giornale, oppure come la si chiama, perfino una fake, possano più di una riflessione. Quando l’opinione di un reazionario sveglio come Giannini sembra fare cappotto in partenza su un eletto dal popolo. Basta, finito. Tanto preciserai per i più scemi. Poi sarà dura lotta, ci mancherebbe. Ma lotta. Con le dovute mediazioni. Solo, non prendendo un’altra strada. E’ un 40 per cento maturo, quello di cui si parla: questo significa che la politica ritornerà leale con la magistratura. E’ un’istituzione sacrale. Ma a condizione di non sopportarne oltre la slealtà. Le cialtronate nel nome del meno peggio. I paradisi in terra sventolati all’ombra e al non detto delle carriere automatiche. Stiamo con Falcone noi, dirai subito, ma subito. Al tuo 40. Darai incarico al tuo portavoce, al molto bravo Richetti, di tempestare l’informazione con il pensiero di Falcone. Quello trascritto nel libro di Marcelle Padovani, però, non quello da tradizione chiodato-orale sul genere Liana Milella. E ammetterai di nuovo, e avrai pazienza: sulla giustizia abbiamo sbagliato, tentennato, svicolato, usa pure il termine che ti pare. Ma non perché non abbiamo ottenuto subito ciò che noi stessi avevamo percepito come giusto nel recente passato: che le carriere andavano separate immediatamente, o che l’obbligo dell’azione penale suona talmente ipocrita da imporre scelte incombenti. No. Tempi, mediazioni, certo. Ma quella sarà la strada, d’ora in poi. Almeno per me, dirai, e per il Pd che io intendo. Non Veltroni, io. Quel 40 per cento se lo aspetta, l’ha capito. Dopo mille contorsioni, ora l’ha capito. Sa che la giustizia è parte grande del cemento che tiene insieme un paese.

 

M’intendo di niente, a parte la Sampdoria. Ma ho come l’impressione che qualche parola di facile comprensione dovrai spenderla sui giovani. Dovrai dire, e dirlo subito, o diciamo pure presto: se il posto fisso, puff, perché è arrivato il mondo anche in Europa e perfino in Cambogia, purtroppo, vogliono mangiare qualcosa, noi allora sullo spirito d’iniziativa, le partite Iva, le startup, o sui giovani con una voglia, con un’idea, abbiamo fatto sostanzialmente un cazzo. Ma questo è programma, e qui non si parla di programmi. Lo farai tu, senza esagerare, ti prego. I giovani non fanno parte di quel 40, fin lì ci arrivo anch’io. Impegnati intanto a pensarci. Tu motiva per ora quel 40, Renzi, che è l’unico disposto ad abbonarti il tempo perso. Al 60 per cento, se no, sei finito.

 

P. S. Nella lettera scorsa, molto più breve, m’ero permesso di suggerirti dimissioni immediate nel caso avessi vinto, non perso, vinto, il 4 dicembre. Operazione compiuta? Paese migliorato. Renzi? A Palazzo Chigi? Due anni alle Bahamas. Eventualmente, lo richiamate. E dammi retta, no?

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  • Andrea Marcenaro
  • E' nato a Genova il 18 luglio 1947. E’ giornalista di Panorama, collabora con Il Foglio. Suo papà era di sinistra, sua mamma di sinistra, suo fratello è di sinistra, sua moglie è di sinistra, suo figlio è di sinistra, sua nuora è di sinistra, i suoi consuoceri sono di sinistra, i cognati tutti di sinistra, di sinistra anche la ex cognata. Qualcosa doveva pur fare. Punta sulla nipotina, per ora in casa gli ripetono di continuo che ha torto. Aggiungono, ogni tanto, che è pure prepotente. Il prepotente desiderava tanto un cane. Ha avuto due gatti.