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Quei campus americani infestati dall'isteria sessuale e dall'antintellettualismo

Gli studenti di oggi non lottano per minori intrusioni, ma piuttosto per chiedere che le istituzioni li tengano “al sicuro” in un mondo che percepiscono come pericoloso  

16 Ottobre 2017 alle 13:25

Quei campus americani infestati dall'isteria sessuale e dall'antintellettualismo

Foto via Flick, Harald Groven

Tutto ebbe inizio con un ‘lui disse che, lei disse che’: nel 2012 una studentessa della Columbia University, Emma Sulkowicz, fece sesso con un suo compagno di classe, Paul Nungesser. Lei disse che si trattava di stupro. Lui disse che il sesso era stato consensuale”. Inizia così, sul Financial Times, una lunga analisi di Rana Foroohar sulle ‘guerre culturali’ in corso nei campus universitari americani. “La Sulkowicz denunciò il fatto presso l’ateneo, che giudicò Nungesser non colpevole. Un anno e mezzo più tardi, lo denunciò alla polizia, ma dopo qualche mese smise di parlare alle autorità. Il dramma ero solo agli inizi. La Sulkowicz iniziò a trasportare un materasso di venticinque chili in giro per il campus, come rappresentazione della sua versione dei fatti, che trasformò poi nella sua tesi magistrale: un progetto intitolato ‘Performance del materasso (la sopportazione di quel peso)’. In base alle regole auto imposte del progetto, la Sulkowicz doveva portare in giro il materasso ovunque andasse nel campus, finché Nungesser non se ne fosse andato.

 

Se fosse stato un episodio isolato molti ne sarebbero rimasti strabiliati, per poi dimenticarsene. Ma non lo era. La narrativa secondo cui i campus americani sarebbero un paradiso per predatori sessuali stava prendendo piede, alimentata com’era da uno studio ultra pubblicizzato secondo cui una donna su cinque sarebbe stata aggredita sessualmente in un campus. Lo studio è stato criticato per ogni sorta di ragione, dalla sua metodologia alla concettualizzazione di aggressione sessuale che implica (non solo stupro ma anche baci non voluti e palpeggiamenti, che siano avvenuti o meno nel campus). Venne anche contraddetto dalle statistiche penali federali, secondo cui le aggressioni violente sarebbero in declino, oltre che da una miriade di altri studi che trovavano minuscole percentuali di denunce di aggressioni sessuali avvenute in un campus. Ciononostante, le preoccupazioni crebbero e raggiunsero l’apice nel 2011, quando il dipartimento per l’Istruzione dell’allora presidenza Obama intimò a tutti i college di ‘prendere immediate ed efficaci misure per porre fine alle molestie e alle violenze sessuali’, pena la perdita di finanziamenti federali. (…)

 

I campus sono oggi più variegati che mai, e nell’istruzione universitaria americana ci sono più donne che uomini. Intanto, le proteste stanno assumendo un sapore anti intellettualistico che ha cominciato a preoccupare molti osservatori. Nel corso degli ultimi anni, studenti e accademici hanno chiesto che non fosse permesso di parlare nei campus agli speaker conservatori e nemmeno a quelli liberali non in linea con i dogmi del partito, in alcuni casi citando ricerche psicologiche secondo cui le loro parole potrebbero indurre stress psicologico equivalente a violenza fisica. Libri e lezioni che possono offendere varie sensibilità ora vengono accolti con avvertimenti e minacce. Ai professori viene ordinato di chiedere agli studenti all’inizio di ogni corso con quale pronome preferiscono essere chiamati. (…) Un conto è protestare, ovviamente, un altro chiedere la censura di speaker di cui non si condividono le idee, o fare pressioni a professori o studenti con opinioni contrastanti. Ma perché le università, che sono probabilmente le istituzioni più liberali d’America, permettono comportamenti tanto illiberali? La risposta sembra risiedere nella mistura fangosa di cui si compone la politica identitaria della Nuova Sinistra, l’ascesa di una generazione di studenti cresciuti in una cultura di intenso individualismo e quella dei social media come amplificatori del tutto. Gli studenti di oggi non lottano per minori intrusioni, ma piuttosto per chiedere che le istituzioni li tengano ‘al sicuro’ in un mondo che percepiscono come pericoloso. Le ragioni di ciò potrebbero includere qualsiasi cosa, dai genitori oppressivi alle pressioni narcisistiche dei social media. Ma il succo è che la nuova aspirazione degli studenti è la protezione, piuttosto che la libertà, in netto contrasto con le generazioni precedenti, per cui il college era un luogo di espansione dei confini e persino di apertura a nuovi comportamenti trasgressivi.

 

Il risultato è che il robusto dibattito intellettuale per il quale la gente si iscrive solitamente all’università si sta affievolendo sempre di più. E tuttavia, nonostante il perdurare di queste guerre culturali, ci sono ben poche voci della sinistra che facciano appello a una ragionevole via di mezzo. Van Jones, opinionista democratico ed ex consigliere del presidente Obama, è andato nei campus a discutere dell’importanza della libertà d’espressione e del bisogno che gli studenti accolgano ogni forma di diversità, inclusa quella cognitiva. Quando gli è stato chiesto in che modo gli studenti dovrebbero reagire davanti a discorsi che trovano ideologicamente offensivi, ha detto ‘io non voglio che voi vi sentiate al sicuro ideologicamente. Io voglio che vi sentiate al sicuro emozionalmente. Voglio che siate forti. E’ ben diverso’. Ironicamente – conclude Rana Foroohar – la giusta via di mezzo potrebbe essere stata trovata da Betsy DeVos, il controverso ministro dell’Istruzione del presidente Trump (una donna presa di mira per il suo supporto al diritto all’autodifesa con le armi e alle scuole private finanziate dal governo). ‘Qualsiasi scuola che si rifiuti di prendere sul serio uno studente che denuncia una condotta sessuale negativa, sta commettendo una discriminazione’, ha detto di recente. ‘Così come la commette qualsiasi scuola che impieghi un sistema partigiano per giudicare colpevole di mala condotta sessuale uno studente’, aggiungendo che ‘un sistema senza un processo congruo infine non serve a nessuno’. E’ qualcosa di cui dovrebbero ricordarsi tutti gli americani”.

 

Articolo pubblicato da Financial Times (22/9)

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