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Lo stato non è il buon samaritano

Le Figaro intervista Rémi Brague sui migranti, il Papa e la coscienza cristiana 

25 Settembre 2017 alle 12:03

Lo stato non è il buon samaritano

Papa Francesco (foto LaPresse)

Reagendo alle osservazioni del Papa sui migranti, il filosofo Rémi Brague rivisita il dilemma dei cristiani di fronte all’immigrazione tra il dovere della carità universale e l’attaccamento allo stato-nazione. Specialista della filosofia medievale, araba e ebraica, Brague è professore emerito dell’Università Panthéon-Sorbonne. “Accogliere è una parola molto vaga”, dice al Figaro. “Nasconde una serie di difficoltà molto concrete. Salvare dall’annegamento è bene, ma questo è solo l’inizio. Dobbiamo chiederci cosa li ha portati a intraprendere quel viaggio. Quindi il Papa ha detto molte cose sensibili, ad esempio che l’occidente aveva contribuito a destabilizzare il medio oriente. O che i migranti vedono l’Europa come un paradiso che non è. Ci sono anche problemi molto pratici: possono essere assimilati i nuovi arrivati? Lo stato ha il dovere di assicurare il rispetto reciproco. Nel tempo di Benedetto XVI il problema non era ancora così acuto e non so se avrebbe pensato di pronunciarsi, per non parlare di quello che avrebbe detto. In generale, la differenza con Francesco nella formazione e nello stile è sufficientemente evidente”.

  

Si chiede a Brague se ritenga che il Papa capisca l’ansia dell’identità degli europei. “Quello che è certo è che ha una sensibilità latino-americana, che non lo aiuta a capire gli europei. Nella sua Argentina, l’immigrazione era soprattutto di italiani, con identica religione e lingua simile a quella degli spagnoli che erano già lì. Qui è proprio il contrario”. E’ necessario applicare qui la parabola del buon samaritano? “Le parabole non devono essere lette ingenuamente. Una parabola è rivolta a ‘me’. Mi invita a riflettere sulla mia persona singolare, su quello che sono. Uno stato non è una persona. Ora, ci sono cose che sono accessibili solo alle persone. Per esempio, perdonare i reati. Uno stato non solo non ha la capacità di farlo, ma non ha il diritto di farlo. Lo stato deve limitarsi a fornire un quadro giuridico e questo può arrivare fino a limitare l’accoglioenza se una presenza troppo grande e mal preparata di nuovi arrivati mette in pericolo il paese ospitante”.

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Commenti all'articolo

  • Caterina

    Caterina

    25 Settembre 2017 - 12:12

    Mi sembra talmente di buon senso che mi spaventa credere che altri non pensino così.

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