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L'occidente faccia fronte comune

Non è stato un bel decennio. Serve una nuova strategia

"L’ultimo decennio non è stato positivo, per l’occidente in generale”. Lo sostiene Andrew Michta, rettore del College of International and Security Studies al George C. Marshall European Center for Security Studies, scrivendo su American Interest.

 

“La lista di arretramenti è lunga: il ritorno della Russia sul confine europeo segnalato dalla guerra russo-georgiana del 2008; il collasso economico degli Stati Uniti e dell’Europa; la perpetua ascesa della Cina e l’accelerazione nel cambiamento degli equilibri di potere economico del globo; la cosiddetta ‘primavera araba’ nel 2010-11 che ha inaugurato il crollo definitivo e sanguinario del sistema mediorientale di Sykes-Picot; l’annessione russa della Crimea nel 2014, la guerra nell’Ucraina dell’est e il conseguente congelamento dei rapporti con la Russia; la guerra in Siria seguita dall’intervento militare russo; l’inizio dell’enorme flusso di migrazioni dal medio oriente e dal Nordafrica (Mena) in Europa nel 2015; infine la crescente minaccia di conflitti interstatuali, non solo nella penisola coreana ma anche nel mar Baltico, sul fianco orientale dell’Europa, e nel Pacifico. (…) L’aggravarsi della crisi in occidente è anche un prodotto del declino del pensiero strategico negli Stati Uniti e in Europa. Il fallimento da parte degli Stati Uniti, sin dalla fine della Guerra fredda, di produrre una struttura strategica di politica estera e sicurezza nazionale onnicomprensiva, che riecheggia su entrambi i lati dell’Atlantico, ha alimentato un approccio politico in larga parte reattivo e tattico per natura. (…)

 

Oggi, come nell’era Kennan, il punto d’inizio per una strategia coerente e importante dev’essere una chiara presa di coscienza, da parte degli Stati Uniti e dell’Europa, delle comuni minacce ai propri, vitali interessi nazionali, in difesa dei quali siamo pronti a sfruttare i nostri strumenti nazionali, politici, militari, economici e diplomatici. Questo è necessario perché, storicamente, qualsiasi strategia importante che abbia effettivamente funzionato – contenimento incluso – ha sempre previsto che gli interessi nazionali venissero prima degli altri. (…)

 

Preso atto delle differenze che intercorrono tra Stati Uniti ed Europa su una molteplicità di questioni, un principio chiave da tenere in mente è questo: la globalizzazione, intesa come intersezione tra politica internazionale, mercati, cultura e tecnologia, nell’ambito delle sicurezza e della politica estera deve stare un gradino sotto agli stati nazione e all’azione statale. Quel che serve con urgenza all’occidente è un nuovo dialogo strategico, dal momento che, alla luce delle imminenti variazioni tettoniche nella distribuzione del potere globale (sopratutto in Asia ed Eurasia), oggi gli Stati Uniti e l’Europa necessitano gli uni dell’altra più che in ogni altro momento dalla fine della Guerra fredda”. 

     

Questo articolo è stato pubblicato in origine su American Interest

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