Un’aula piena di studenti in un’università di Milano (Matteo Corner / LaPresse)

Il Foglio Innovazione

Un manifesto in otto punti per far ripartire l'università

Alfonso Fuggetta

Di quali competenze, di quanta autonomia, di quali fondi e di quali obiettivi hanno bisogno le università italiane? Un piano

La formazione, la ricerca e l’innovazione sono temi essenziali per la sviluppo del nostro paese. Anzi, sono il problema più importante in quanto definiscono chi siamo e saremo. Le università giocano in tutto questo un ruolo essenziale. E’ vitale che esse raccolgano la sfida e si impegnino in una profonda trasformazione e in un ripensamento del proprio modo di essere e operare per tenere conto delle sfide che si trovano ad affrontare. Ma le università devono intraprendere questo cammino assieme alle istituzioni e al mondo delle imprese, avendo tutti insieme ben chiarito problemi e obiettivi.  Da dove partire quindi? Quali sono i temi più importanti?

 

1. Importanza dello studio

Troppo spesso leggiamo affermazioni sull’inutilità dello studio e soprattutto della laurea. In realtà studiare è essenziale. L’Italia ha il triste primato della nazione con uno dei più bassi quozienti di laureati tra la popolazione. La percentuale di laureati STEM (Science, Technology, Engineering & Mathematics) è molto più bassa di quella di paesi quali la Germania e il Regno Unito. In generale, abbiamo un livello medio di formazione (universitaria e non) tra i più bassi. E’ quindi necessario creare e potenziare i meccanismi che riducano la dispersione scolastica e sostengano i nostri giovani nell’accesso ai livelli più avanzati della formazione e dell’educazione.

 

2. Risorse

Un tema molto delicato che suscita continuamente polemiche a volte sterili e strumentali è quello del finanziamento del sistema educativo e in particolare delle università. E’ un fatto che l’investimento pubblico e privato del nostro paese su ricerca ed educazione sia tra i più bassi dei paesi con i quali ci confrontiamo abitualmente (e non solo).  Certamente, non basta e non serve spendere soldi in modo clientelare per accontentare questo o quel gruppo sociale (insegnanti e amministratori pubblici per esempio), ed è quindi sbagliata una richiesta di maggiori risorse “a prescindere”. Tuttavia, è indubbio che senza risorse qualunque discorso meritocratico non ha le gambe per camminare e concretizzarsi.

 

3. Orientamento

L’orientamento dei nostri giovani nella scelta del proprio percorso di studi è uno degli snodi più difficili e importanti che come società dobbiamo affrontare. Dobbiamo saper evidenziar loro criticità e opportunità di ciascun percorso di studi, in generale e in relazione al proprio territorio. In altre parole, dobbiamo saper rappresentare il gap esistente sia per ciò che concerne gli skill richiesti sia nella distribuzione geografica dei posti di lavoro. Questo gap deve essere conosciuto e valutato dai giovani per poter effettuare una scelta consapevole.

 

4. Focalizzazione

Spesso università e scuole superiori sono criticate perché i giovani non hanno la formazione richiesta per essere immediatamente produttivi nel mondo del lavoro. In parte ciò è dovuto allo skill gap discusso al punto precedente. In generale, tuttavia, si tratta di un problema mal posto e affrontato in maniera superficiale. Oggi un giovane che entra nel mondo del lavoro avrà un percorso professionale di 40 anni (almeno). E’ più importante, sia per lui/lei sia per l’azienda che lo assume, che sia in grado di essere da subito operativo – “chiavi in mano” o, come si usa dire, “plug & play” – oppure che sia in grado di continuamente imparare e adattarsi alle esigenze mutevoli del mondo del lavoro?  Università e scuola devono tornare a valorizzare le materie di base, la capacità di ragionare ed elaborare pensieri autonomi e creativi, l’abilità nel problem solving. Il mondo delle imprese deve considerare il tema della formazione un investimento continuo e permanente per valorizzare i propri collaboratori e rafforzare il know-how e, come si usa dire oggi, la salute e la resilienza dell’azienda.

 

5. Multidisciplinarietà e soft skill

Oggi assistiamo alla corsa nella creazione di figure camaleontiche che ibridano tante diverse competenze e conoscenze, spesso sull’onda di richieste delle imprese. E’ questa la multidisciplinarietà di cui abbiamo bisogno? Da tempo si parla anche molto di soft skills. E’ indubbio che i soft skills siano indispensabili, come la buona educazione e la capacità di scrivere in buon italiano. Ma non possiamo dimenticare che avere soft skill in assenza di competenze e conoscenze di dominio/specialistiche sia sostanzialmente inutile. Ogni persona deve avere una sua fisionomia e professionalità; i soft skills la rendono capace di interagire con altri professionisti di valore, portatori di competenze e conoscenze complementari. E’ quello che molti chiamano “modello a T”: la gamba verticale definisce il profilo professionale e “sostiene” quella orizzontale, dell’apertura, del dialogo, dei soft skills per l’appunto. Ma la gamba orizzontale “non regge” in assenza di quella verticale. Tutto ciò ha profonde implicazioni sui criteri e sui princìpi che utilizziamo nel pensare e nel rivedere percorsi di studio, contenuti e modelli didattici. La vera multidisciplinarietà si vive nel team, non nel singolo.

 

6. Autonomia

Il mondo dell’università vive più di altri una delle più grosse contraddizioni che caratterizza il nostro paese: l’irrisolto contrasto tra flessibilità e controllo. Da un lato vogliamo istituzioni (e università) moderne, capaci di competere con le realtà internazionali e di acquisire e gestire in modo efficiente e agile risorse private che finanzino ricerca, innovazione e formazione. Dall’altro, vogliamo combattere malaffare ed errori degli accademici imponendo controlli sempre più rigidi e stringenti su ogni attività e processo amministrativo e, in particolare, concorsi e reclutamento, spese, investimenti, selezione degli studenti. Sono spinte di carattere opposto difficilmente conciliabili tra loro e che producono di fatto lo stallo e le lentezze che sempre più appesantiscono l’azione degli atenei. E’ necessario garantire all’università autonomia finanziaria, didattica e gestionale. Se un ateneo abusasse di questa funzione, devono essere i meccanismi della competizione e del mercato a punirlo.

 

7. Dimensionamento (capacity planning)

Un tema che spesso è sollevato nel dibattito pubblico è l’eccessivo numero di università che sarebbero presenti nel nostro paese. In realtà, se è certamente ragionevole parlare di squilibri, non è per nulla detto che ci siano “troppe università”. Prendiamo il caso del Politecnico di Milano e delle facoltà di Ingegneria. Il paese avrebbe bisogno di più ingegneri. Il Politecnico ne prepara circa un sesto e ha circa 45.000 studenti (incluse le facoltà di Industrial Design e Architettura). Non esistono università serie a livello internazionale con questo numero di studenti e quindi appare difficile pensare di incrementarlo. 
E’ necessario effettuare un serio “capacity planning” dei bisogni del paese e quindi delle strutture formative necessarie nei diversi settori, valorizzando in modo sostanziale il ruolo degli ITS, non solo per quel che sono i numeri oggi, ma tenendo conto delle prospettive future di crescita e sviluppo. E’ un capitolo essenziale di una politica che voglia affrontare seriamente il tema dell’educazione e della formazione dei giovani (e non).

 
8. Ricerca e innovazione

Le imprese hanno bisogno di università capaci di sostenerle nei propri processi di ricerca e innovazione. Per farlo, è necessario comprendere le principali caratteristiche e dinamiche di questi processi al fine di identificare i modelli e gli strumenti più adatti a promuoverli e sostenerli. Non ci può essere innovazione senza ricerca e, soprattutto, ricerca di base. E’ la ricerca che alimenta l’innovazione con conoscenze e capitale umano. E’ quindi vitale investire in ricerca, anche quando non ci siano prospettive concrete di applicazione. Per questo, è cruciale il ruolo del pubblico e dell’Unione europea. Vi sono aziende che fanno esse stesse ricerca e che quindi possono direttamente collaborare su queste tematiche con i laboratori universitari. Ma in molti casi ciò di cui hanno bisogno le imprese è un supporto ai processi di innovazione, cioè quelli più applicativi e di breve-medio periodo. Le strutture universitarie sono caratterizzate da processi, personale e motivazioni che le rendono poco adatte a sostenere processi strutturati di innovazione (se non per prove di laboratorio e consulenza tecnica su temi molto specialistici). Non per niente si citano spesso esempi come i Fraunhofer tedeschi, strutture autonome ed esterne all’università che hanno missione, processi e professionalità adatte a sostenere i processi di innovazione delle imprese. Le startup sono uno strumento importante attraverso il quale quanto sviluppato all’interno degli atenei viene portato sul mercato (processo “push”). Esse sono complementari ai processi di “consulenza di innovazione” tipicamente svolti da centri come i Fraunhofer e che partono dai bisogni e dalle sfide delle imprese (processo “pull”). Le une, quindi, non sostituiscono gli altri (e viceversa).

 

In sintesi

Il paese deve mettere al centro del dibattito politico e culturale i temi dell’equazione, della ricerca, dell’innovazione e dell’università. Deve farlo avendo chiarezza di analisi e lungimiranza di obiettivi. E’ un passaggio essenziale per avviare e accelerare un processo di reale valorizzazione del nostro tessuto culturale ed educativo e, di conseguenza, sociale ed economico.

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