La città di Bamako ripresa dall’alto (Luc Gnago / Reuters)

Il Foglio Innovazione

La voglia di innovazione di uno dei paesi più poveri del mondo

Andrea de Georgio

Secondo l’Indice di sviluppo umano, il Mali è il paese numero 175 su 188. Ma a Bamako, la capitale, c’è un movimento fervente di startup, aziende innovative e centri di sviluppo tecnologico. Con tantissime idee, pochi soldi e una visione di lungo periodo

Ancora non so dove di preciso ma nel 2020 vivrò in Africa per 3-6 mesi.” Un buon proposito per l’anno nuovo che potrebbe apparire irrilevante ai più, se non fosse stato cinguettato dal cofondatore di Twitter, Jack Dorsey. Il suo viaggio in Nigeria, Ghana, Sudafrica ed Etiopia, lo scorso dicembre, ha riconfermato la speciale attenzione riservata dai Big Tech ceo all’Africa, un hub sempre più in fermento della creatività digitale globale. Se già nel 2016 Mark Zuckerberg, fra un selfie e l’altro scattato nei fablab di Nigeria e Kenya, disse “il futuro verrà costruito in Africa”, oggi la febbre per il continente “dove tutto è ancora da creare” sta contagiando nuovi investitori attratti dagli alti livelli di versatilità, rapidità e potenzialità di sviluppo delle economie africane.

 

Per tratteggiare un quadro più realistico di quello dipinto dai proclami entusiastici targati Silicon Valley, però, l’afropositivismo suscitato dal “leapfrogging” – la “teoria del salto della rana” secondo cui i paesi del sud del mondo che hanno avuto recente accesso a nuovi strumenti tecnologici creati altrove, bruciando le classiche tappe dello sviluppo occidentale, avrebbero maggiori potenzialità d’innovazione (una versione più sofisticata della vulgata “sono passati dal tamtam allo smartphone”) – andrebbe bilanciato con un pizzico del suo estremo opposto, quell’afropessimismo altrettanto generalizzante che invece si sofferma sulle numerose criticità che ancora pesano, a diversi livelli, su questo enorme e variegato continente. Come in Africa occidentale, macro regione che raggruppa sedici stati che vanno dal Senegal al Ciad, dove benché indicatori macroeconomici delineino traiettorie di crescita senza precedenti, ampi strati della popolazione non hanno ancora accesso ad acqua, elettricità, scuola, salute e servizi di base, dipendendo quasi esclusivamente dagli aiuti umanitari e dai finanziamenti stranieri.

 


Jack Dorsey, cofondatore di Twitter, ha detto che trascorrerà in Africa sei mesi nel 2020. Frequenti anche le visite di Zuckerberg


 

Tali contraddizioni diventano lampanti se dai paesi costieri, storicamente privilegiati per ragioni commerciali dalle potenze coloniali, ci si sposta verso zone interne maggiormente enclavé, come il Mali. Questo ex dominio francese grande oltre quattro volte l’Italia si trova nella cosiddetta fascia sahelo-sahariana, oggi principale target dei gruppi jihadisti globali che, dopo la batosta incassata in medio oriente, cercano d’impiantare un nuovo Califfato nel Sahel. Per rialzarsi dal baratro il 175° paese (su 188) dell’impietoso Indice di Sviluppo Umano, il Mali si affida oggi al dinamismo di giovani startup che sperimentano modelli creativi di mercato e applicazioni innovative delle nuove tecnologie. Nell’ultimo lustro, infatti, in Mali è fiorito un bouquet di fablab, spazi di coworking, incubatori e acceleratori di microimprese che stanno ridefinendo i confini dell’economia digitale per far fronte alle emorragie della disoccupazione giovanile.

 

Amdallaye-ACI 2000 è il polmone affaristico di Bamako, caotica capitale che cresce a ritmi forsennati (è la settima città al mondo per velocità d’espansione della superficie urbanistica). In questo quartiere centrale sono concentrate sedi di banche, ministeri e società private, oltre che sorvegliatissime basi militari (nazionali e straniere) e l’unico ristorante-pizzeria italiano in città. Betoniere e gru non si fermano mai e, dove fino a ieri sorgevano campi a perdita d’occhio, oggi costruzioni avveniristiche e fatiscenti saturano lo spazio. Orti informali occupano i pochi angoli risparmiati dal cemento, fra parcheggi e palazzi in costruzione. Fazzoletti di terra su cui braccianti venuti da fuori coltivano ortaggi da rivendere al mercato. Proprio di fronte a uno di questi orti cittadini, in una traversa della principale arteria del quartiere, si trova la sede di Impact Hub.

 


A Impact Hub, nel centro di Bamako, si è fatta la prima campagna di crowdfunding per startup innovative


 

“La nostra visione è utilizzare gli strumenti digitali disponibili come motore di riconversione professionale per i diplomati senza sbocchi lavorativi”. Neanche trentenne, Ramata N’Diaye è project manager di questo interessante laboratorio di startup che tre anni fa ha visto la luce a Bamako. “Quando abbiamo aperto, nel 2016, in Mali c’era solo un altro incubatore d’imprese. Oggi siamo una quindicina e il trend non accenna a rallentare”. Concepito come uno spazio di libero scambio e condivisione professionale, di recente Impact Hub si è imposto nel panorama nazionale e regionale come laboratorio di soluzioni smart ad alto impatto sociale, arrivando perfino ad aprire nel 2018 una filiale nel vicino (e maggiormente sviluppato) Senegal. Qui sono nate applicazioni come Map Action – una piattaforma social che permette a ogni cittadino di Bamako di segnalare, scattando foto con il cellulare, i problemi di degrado urbano direttamente alle autorità competenti e di poter controllare tempistiche e modalità d’intervento – e Smart Market – primo mercato nativo digitale maliano d’acquisto e consegna a domicilio di prodotti alimentari. Esempi concreti dell’approccio africano alla riconversione economica e alla modernizzazione digitale. Da qui deriva il nome di questo laboratorio d’idee, che fa dell’impatto sociale dei progetti incubati il proprio timbro di fabbrica.

 

La sede di Bamako è un luogo affascinante fatto di un’ampio openspace, una cucina con tavoli, sedie e divani e una spaziosa sala riunioni, dove una trentina di giovani partecipa alla cerimonia di chiusura del semestre di formazione appena concluso. Selezionati sulla base dell’originalità e della sostenibilità della loro idea di business, questi ragazzi sono fra i quattrocento maliani che ogni anno vengono supportati da The Next Economy, programma di una ong olandese attiva anche in Nigeria, Kenya e Somalia, di cui Impact Hub è partner in Mali. “In soli tre anni – spiega Ramata N’Diaye – con una squadra di economisti e avvocati abbiamo accompagnato complessivamente circa 1.700 micro-imprenditori dalla scrittura del curriculum al business plan, dalla progettazione alla ricerca dei finanziamenti, dalla creazione ai primi passi della startup”. Dopo una breve introduzione, chiama i ragazzi a presentare i propri progetti d’impresa: servizi che spaziano dal sostegno psicologico alle vittime di violenza coniugale al carsharing, da videogiochi per veicolare la cultura maliana all’estero ad applicazioni per l’assistenza sanitaria prenatale.

 

L’evento conclusivo di The Next Economy assomiglia a un talent show. Ogni candidato espone in un minuto e mezzo, scandito da un conto alla rovescia proiettato sul muro, un progetto aziendale innovativo di fronte al tavolo della giuria formata da due imprenditrici e un direttore generale di successo, tutti vincitori di precedenti edizioni del programma. I compagni, in attesa del proprio turno, consigliano, supportano e acclamano con urla e applausi ogni nuova proposta. Nello stile di Impact Hub, infatti, lo spirito di competizione e la concorrenza vengono smussati dalla cooperazione solidale e dal mutuo soccorso. “Soli si va veloce, insieme si va lontano”, ricorda un poster affisso su un muro della sala. Alla fine della cerimonia le dieci startup più innovative, secondo il giudizio della giuria, ricevono un match-funding di 350 euro. Cifra d’incitamento abbastanza magra anche per gli standard del Mali, che però si aggiunge ai circa 700 euro raccolti da alcuni di questi progetti negli scorsi mesi attraverso una compagna di crowdfunding (la prima nel paese).

 


Le donne imprenditrici sono ancora pochissime, ma quando riescono ad avere accesso ai finanziamenti sono più brave dei colleghi


 

“Sei startup su otto che hanno raggiunto il target minimo del crowdfunding sono state ideate da giovani donne imprenditrici”, dice Ramata, fervida esponente della comunità di women tech makers, nuova locomotiva dell’economia digitale maliana. “Negli anni ci siamo resi conto che le donne sono ancora minoritarie nel mondo dell’imprenditoria giovanile, soprattutto per la difficoltà d’accesso ai finanziamenti e per i blocchi sociali e religiosi. Però, quando riescono a intraprendere un’attività, generalmente ottengono risultati più performanti degli uomini”. La giovane non nasconde una certa soddisfazione personale raccontando di aver studiato in Mali fino al liceo per poi frequentare l’università in Marocco, Ghana (per imparare l’inglese, ancora poco parlato nelle ex colonie francofone) e Regno Unito. “Sono una donna privilegiata, i miei genitori mi hanno permesso di studiare e di seguire le mie aspirazioni. La maggior parte delle mie connazionali, invece, non ha potuto frequentare la scuola perché costrette a sposarsi e ad avere figli molto presto, senza poter apprendere le competenze necessarie per migliorare la propria condizione di vita”.

 

Altro freno per lo sviluppo del settore digitale è rappresentato dall’ancora scarso livello di connettività regionale. Paesi lontani dal mare, come il Mali, hanno infatti connessioni internet lente e due o tre volte più costose dei paesi costieri. “Da mesi hanno annunciato l’arrivo della fibra ottica e del 4G, ma anche con un abbonamento da 30 mila franchi CFA (circa 45 euro) non si arriva alla fine del mese. I giga sono pochi e finiscono subito”, si lamenta la manager di Impact Hub, spiegando che il problema principale risiede nella scarsa concorrenza nella telefonia mobile, che conta solo tre operatori e che viene di fatto controllata dall’azienda francese Orange Mali. “I nostri governanti dovrebbero seguire l’esempio dei paesi vicini come il Senegal, che ha imposto una legge sulla portabilità del numero di telefono fra compagnie telefoniche concorrenti, una delle tante lotte che qui portiamo avanti da anni senza essere ascoltati”.

 


In Mali è stato nominato da appena sei mesi un ministero per il Digitale, che ha avviato l’iter di una legge per le aziende tech


 

A rispondere alle critiche dei digitals maliani è Mohamed Doumbia, consulente tecnico trentenne del Ministero dell’Economia Digitale e della Prospettiva, dicastero nato appena sei mesi fa. “Il governo del Mali ha lanciato doverse iniziative per sostenere il dinamismo di un settore strategico per recuperare il ritardo che abbiamo fino ad ora accumulato”. Citando le azioni governative in questo senso, Doumbia si sofferma sullo Startup Act, provvedimento a tutela delle microimprese attualmente in esame in Parlamento, e sui Tech Friday, occasioni di incontro e scambio fra i diversi attori del mondo digitale maliano. In questi eventi, lanciati da cinque mesi su ispirazione degli incubatori come Impact Hub, i migliori tre pitch vengono premiati con un finanziamento che va da 1.500 a 7.500 euro. Parallelamente, racconta ancora Doumbia, sono in corso diversi pourparler per la creazione di partnership fra il governo di Mali, Niger e Burkina Faso con la Banca Mondiale, particolarmente attiva nell’elargire fondi per lo sviluppo delle infrastrutture e delle nuove tecnologie in Africa. “La nostra regione negli ultimi anni sta vivendo una particolare situazione d’insicurezza legata alla minaccia terrorista che scoraggia gli investitori privati. Per questo stiamo cercando di trovare soluzioni condivise a problemi che sono comuni a tutti i paesi saheliani”.

 

“Abbiamo un obiettivo ambizioso”, conclude Mohamed Doumbia. “Dinamizzare l’ecosistema digitale in Mali in tempo record. Per aumentare la competitività, la partecipazione attiva e l’iniziativa giovanile, in particolare femminile. Viviamo in un mondo virtuale, ormai. E questa virtualità ci può permettere di oltrepassare i limiti reali”. Chissà se alla fine, in questo 2020 appena sorto, Jack Dorsey sceglierà un paese dell’Africa occidentale come sua nuova casa.

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