L’irrefrenabile voglia di scoprire il mondo di Joseph Cornell, che mai lasciò New York
Trovò semplicemente un’altra maniera di viaggiare. Attraverso francobolli, incisioni, libri e fotografie, attraverso la corrispondenza con amici e sconosciuti in terre lontane
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26 AUG 20

Joseph Cornell, 1939
Joseph Cornell fu uno degli artisti più straordinari del Ventesimo secolo. Non sapeva disegnare, dipingere o scolpire. Non ricevette alcuna educazione artistica, svolse una serie di lavori da colletti blu per sostenere sua madre e suo fratello disabile, e raramente viaggiava lontano dalla casa di famiglia a Flushing, New York. Eppure, lavorando di notte in cantina e sul tavolo di cucina, assemblò uno dei corpus di lavoro più straordinari e originali nella memoria recente. I suoi collage, film, assemblaggi e scatole sono stati creati usando le migliaia di piccoli oggetti che Cornell trovava nelle librerie di antiquari, mercati delle pulci, negozi di alimentari o sulle spiagge di Long Island. Nel corso di quattro decenni, creò un gabinetto di curiosità privato, stupefacente come quelli raccolti da re, imperatori e aristocratici dell’Europa rinascimentale. Come loro, Cornell si dilettava delle piccole cose e delle storie che raccontavano e come loro, cercò di catturare il mondo in una scatola, nel tentativo di capire il suo funzionamento e il nostro posto al suo interno. La sua opera ha avuto un’influenza profonda e duratura sulle successive generazioni di artisti, ma quasi cinquant’anni dopo la sua morte, rimane ancora poco conosciuta al di fuori degli Stati Uniti. Solo una manciata di musei in Europa e in Giappone custodisce le sue opere e le grandi mostre sono state rare, in parte a causa dell’estrema fragilità dei suoi oggetti.


Nel corso di quattro decenni, creò un gabinetto di curiosità privato, stupefacente come quelli raccolti da re, imperatori e aristocratici
Lo stesso Cornell non mise mai piede fuori dal suo paese natale, tratte qualche rara eccezione da bambino, quasi mai si avventurò oltre New York City. Eppure, la sua conoscenza del mondo era sorprendente. Spesso sentiva di essere nato nel continente sbagliato nel secolo sbagliato. Fortunatamente, fu benedetto da un’irrequieta immaginazione e dall’abilità di viaggiare metaforicamente attraverso il tempo e i luoghi. Mentre era ancorato in America, il suo cuore giaceva in Europa, aveva una profonda conoscenza e comprensione della sua cultura, storia e geografia. Sviluppò relazioni strette (sia corrisposte che non) con molte delle personalità chiave nei campi della scienza, della storia naturale, della filosofia, dell’astronomia, della letteratura, del balletto, dell’opera, del teatro, musica, cinema e arte. Molte delle figure con cui sentiva il legame più stretto avevano già diverse centinaia di anni. La sua conoscenza e comprensione della storia, della geografia e della cultura dell’Europa erano così dettagliate che molti dei suoi amici lo consideravano quasi parte di quel lontano continente. “Che tipo di uomo è questo”, scrisse Robert Motherwell nel 1953, “che, da vecchie fotografie di cartone marrone raccolte in librerie di seconda mano, ha ricostruito il Grand Tour del XIX secolo più vividamente di quelli che l’hanno vissuto. Chi non è nato allora e non è mai stato all’estero, come può conoscere la vista del Vesuvio in una certa mattina del 1879 e dei balconi in ghisa di quell’hotel a Lucerna? “La storia del suo primo incontro con Marcel Duchamp, con il quale avrebbe continuato a coltivare una lunga e significativa amicizia, è diventata leggenda. Parlarono a lungo di Parigi, in francese, ripercorrendo il percorso da Place de l’Opéra, attraverso il Musée du Louvre fino alle lobby dei grandi hotel: solo alla fine della conversazione Cornell rivelò che in realtà non aveva mai visitato la città, un’ammissione che lasciò Duchamp senza parole.
Comprò mappe, orari delle corriere e delle ferrovie, guide Baedeker della fine del secolo, opuscoli dei grandi hotel, cartoline di palazzi e di castelli. L’Europa che stava raccogliendo era l’Europa del Grand Tour, dei giorni inebrianti del diciannovesimo secolo. Era un luogo che le precedenti generazioni dei suoi compatrioti più ricchi e più colti avrebbero visto e conosciuto e che avrebbe fatto parte della loro educazione culturale e sociale. Come era nel suo stile, Cornell assorbiva tutto con assoluta precisione. Chiunque fosse seduto al tavolo della cucina di famiglia mentre condivideva i suoi ultimi ritrovamenti, avrebbe intuito che si stava preparando per un viaggio. Era un viaggio che non avrebbe mai fatto, almeno in senso fisico. Non lasciò mai gli Stati Uniti, anzi per gran parte della sua vita si allontanò raramente oltre il quartiere intorno alla piccola casa in legno in 3708 Utopia Parkway che condivideva con sua madre e suo fratello. Il suo rapporto con l’Europa rimase, come tanti altri nella sua vita, un rapporto non consumato. Qualche volta provava a chiarirne i motivi. “Non potevo andare in Europa”, disse a un intervistatore, “pensa solo al problema di ottenere un passaporto”. Ma in realtà nutriva un profondo rammarico, “ci sono così tanti posti in questo mondo dove avrei dovuto andare.”
Cornell era il viaggiatore più istruito. Trovò semplicemente un’altra maniera di viaggiare. Attraverso francobolli, incisioni, libri e fotografie, attraverso la corrispondenza con amici e sconosciuti in terre lontane. Profondamente timido, trovava spesso più facile affrontare le cose – persone e luoghi – a distanza. Non è un caso che amasse le biografie dei defunti. Figura solitaria, preferiva viaggiare da solo, interiormente. Conosceva e capì immediatamente la descrizione di William Wordsworth di Isaac Newton quale un “viaggiatore solitario attraverso strani mari del pensiero.” Ammiratore di Marcel Proust, avrebbe anche conosciuto questa frase tratta dal quinto volume di “La recherche du temps perdu”: “L’unico vero viaggio di scoperta ... non sarebbe visitare terre strane ma possedere altri occhi, vedere l’universo attraverso gli occhi di un altro.” I suoi vagabondaggi furono invariabilmente propositivi, quelli di un cacciatore piuttosto che di un flaneur. I suoi diari offrono un resoconto profondamente personale delle sue esperienze quotidiane, osservazioni, sentimenti e impulsi e un indizio su ciò che lo portò fuori di casa: “febbrile voglia di viaggiare”. E’ straordinario scoprire quanto sia riuscito ad ottenere senza mai lasciare i quartieri di New York. E ciò che non riusciva a trovare lì, era in grado di procurarselo attraverso i suoi numerosi collaboratori. “Posso inviarti qualcosa da qui che ti possa piacere?”, Jacqueline Monnier, la nipote di Henri Matisse, scrisse dalla Francia nel dicembre 1967. “Forse un po’ del cielo o forse una nuvola di Parigi? O un pò di quella pietra gialla di cui è fatta questa città? “In questo periodo di autoisolamento forzato, l’opera di Cornell è forse più rilevante che mai. Ci mostra come avvicinare il mondo, forgiare attraverso la corrispondenza amicizie profonde e durature, creare magia dai detriti della vita quotidiana che ci circonda. “Il genio di Cornell”, ha scritto il poeta vincitore del Premio Pulitzer John Ashberry, “è che vede e ci permette di vedere con gli occhi dell’infanzia, prima che la nostra visione venga offuscata dall’esperienza, quando oggetti come una palla di gomma o uno specchietto tascabile sembrano carichi di significato e un marmo che rotola su un pavimento di legno potrebbe essere portentoso come una cometa di passaggio.”
*Jasper Sharp è curatore del Kunsthistorisches Museum, Vienna