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Un illuminato nel buio dell’Hangar

I neon grandiosi di Cerith Wyn Evans tra linee e corpi celesti

22 Febbraio 2020 alle 06:00

Un illuminato nel buio dell’Hangar

Un'opera di Cerith Wyn Evans in mostra Pirelli HangarBicocca

Questo articolo è stato pubblicato nel primo numero del Foglio Arte, il mensile del Foglio dedicato all'arte, in edicola ogni ultimo venerdì del mese. Il prossimo numero sarà pubblicato venerdì 28 febbraio 2020. 


 

La tentazione sarebbe quella di ridurre tutto a un grande parco giochi per instagrammer. Ogni volta che si torna, vuoi per i neon di Lucio Fontana, vuoi per gli igloo di Mario Merz, è difficile sbagliare lo scatto acchiappa like. Così, anche questa volta, la mostra di Cerith Wyn Evans (Llanelli, Galles, 1958), curata da Roberta Tenconi e Vicente Todolí, è un piccolo paradiso per chi ha l’impazienza di scattare e condividere.

 

Forse dipende dal genio del luogo, spazio svuotato dalla presenza industriale di uomini e macchine, che ha bisogno di essere occupato da qualcosa di grande e, giocoforza, spettacolare. Difficile pensare a una mostra, poniamo, di Giorgio Morandi. A meno di non normalizzare l’hangar, riducendolo a un luogo espositivo come un altro. Il tema, per diversi anni, è stato quello di proporre mostre che non venissero schiacciate dalla maestà dei “Sette palazzi celesti”, l’installazione permanente di Anselm Kiefer che, a lungo, almeno fino a che non è stata chiusa da un tendaggio nero, comprometteva la percezione di qualsiasi opera anche importante venisse loro messa di fianco (Christian Boltanski, nel 2010, ad esempio).

 

L’altro problema è certo quello dei trenta metri d’altezza, capaci di far apparire piccola qualsiasi cosa. A meno che l’immenso spazio non venga riempito da un buio rotto da un’illuminazione spiccatamente teatrale. Se poi l’opera stessa è un’installazione luminosa, il gioco è fatto. Vedi l’esempio di Fontana.

 

Si capisce così la scelta di chiamare un artista come Cerith Wyn Evans, dopo la prova di forza dimostrata alle Duveen Galleries della Tate Britain di Londra. Allora, nel 2017, aveva esposto “Form in Space… by Light (in Time)”: un groviglio di tubi al neon bianchi sospesi al soffitto, in cui convivono linee curve e rette, che andavano a formare uno strano disordine armonico. L’opera è uno dei pezzi forti della mostra dell’Hangar che, con 24 opere, è anche la più grande esposizione della carriera di Evans. Nelle intenzioni dell’artista gallese, quello in scena all’Hangar è un unico discorso di luci e suoni, da leggersi come “una lettera d’amore dedicata allo spazio”.

 

Ad aprire il percorso, un’opera realizzata appositamente, intitolata “StarStarStar/Steer (totransversephoton)”: sette colonne luminose, alte quasi venti metri, che si accendono a ritmo alterno con gradi di intensità variabili. La luce, di un bianco caldo, disegna nel buio linee ascensionali di una immaginaria architettura, capace di evocare la verticalità del gotico.

 

Più avanti, accanto a “Form in Space… by Light (in Time)”, troviamo la serie “Neon Forms (after Noh), tredici sculture formate da linee di neon bianco freddo, che intendono richiamare i misteriosi gesti rituali dell’antico teatro giapponese.

In fondo, il cosiddetto “Cubo”, lo spazio che chiude le navate dell’Hangar, è tagliato a metà da “E=C=L=I=P=S=E”, una lunga scritta luminosa che descrive un’eclissi solare, visibile da Nord della Spagna, poi nella Penisola iberica e in Nord Africa per concludersi, in fine, in Somalia. Il visitatore è costretto, per leggere la frase in tutta la sua lunghezza, a muovere lo sguardo da Ovest verso Est, accompagnando il moto dell’eclisse descritta. Mentre si legge, dalle altre opere proviene, da direzioni sempre diverse, una musica misteriosa.

 

Evans spiega che, con opere come “Form in Space… by Light (in Time)”, il tentativo è quello di creare spazi per la meditazione, in un contesto, quello del mondo contemporaneo, in cui non avremmo più i mezzi adeguati per la comprensione di ciò che circonda.

La luce nel buio, il suono che buca il silenzio. L’artista gallese usa l’Hangar come una grande trappola della sua spiritualità senza religione. Il tutto sembra funzionare e la dimensione monumentale aiuta non poco.
Eppure è l’opera meno appariscente quella a toccare più nel profondo. Si intitola “T=R=A=S=F=E=R=E=N=C=E (Frequency shifting paradigms in streaming audio)”: una sottile cassa acustica circolare appoggiata al pavimento. Avvicinandosi si possono sentire le registrazioni dei radiotelescopi che ascoltano i pianeti, le stelle e gli altri corpi celesti. La voce profonda dell’universo.

 

Cerith Wyn Evans - “....the Illuminating Gas”
Pirelli HangarBicocca fino al 23 febbraio 2020

Luca Fiore

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