Una misura non scontata. La sobrietà dopo la tentata strage di Modena

Poteva diventare il solito luna park dell’isteria politica. Invece la reazione pubblica ha stupito. Oltre le eccezioni rumorose

19 MAY 26
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Foto Ansa

La prima cosa da dire, davanti alla tentata strage di Modena, è che c’è stata una tragedia. Un uomo di 31 anni, Salim El Koudri, cittadino italiano di origine marocchina, ha travolto con l’auto alcuni pedoni nel centro della città, provocando feriti gravissimi, prima di essere bloccato anche grazie all’intervento di alcuni cittadini. E’ indagato per strage e lesioni aggravate; il movente è ancora oggetto di accertamento e dagli inquirenti non emergono, al momento, elementi consolidati di legami con reti terroristiche o radicalizzazioni.
Testo realizzato con AI
La seconda cosa da dire è che la politica, davanti a un fatto ancora opaco, aveva davanti a sé la tentazione più prevedibile: inserirlo subito in uno schema già pronto, trasformarlo in propaganda, usare l’orrore come argomento. E invece, almeno in larga parte, è accaduto meno del previsto. Non sempre la sobrietà fa notizia, ma qui va registrata. Le istituzioni hanno reagito con prudenza: il presidente della Repubblica e la presidente del Consiglio sono andati negli ospedali, molte forze politiche hanno espresso solidarietà alle vittime e sostegno a chi è intervenuto per fermare l’auto. Non sono mancate, però, letture immediate e polarizzate. Matteo Salvini ha rilanciato il tema della stretta su immigrazione, permessi e cittadinanza. Roberto Vannacci ha parlato di “attentato islamico” e di “remigrazione”, mentre le indagini non indicano, per ora, elementi che confermino una matrice terroristica. Il paradosso è evidente: un fatto complesso viene semplificato in chiave ideologica, anche quando i dati iniziali inviterebbero alla prudenza.
Ma sarebbe ingiusto ridurre la risposta politica a queste posizioni. Accanto alle forzature c’è stata una reazione più misurata: attenzione alle vittime, riconoscimento del coraggio dei cittadini intervenuti, cautela nel linguaggio. Il sindaco di Modena ha parlato di “avvoltoi”, ma ha anche svolto il ruolo istituzionale di tenere unita la comunità e riportare l’attenzione su ciò che conta davvero: i feriti, la città, la ricostruzione di una normalità spezzata. Il punto non è censurare le domande. Una democrazia deve interrogarsi su tutto: sul ruolo della salute mentale, sugli strumenti di prevenzione, sulla capacità dei servizi di intercettare il disagio, sui limiti tra fragilità e violenza. Sono domande serie, che richiedono risposte lente e non slogan. Ed è proprio per questo che vanno sottratte alla competizione immediata del racconto politico.
Modena ricorda che il male può esplodere improvvisamente nello spazio quotidiano, ma anche che non ogni tragedia può essere immediatamente tradotta in una narrazione identitaria. A volte la risposta più adeguata non è l’interpretazione, ma la misura: riconoscere le vittime, accertare i fatti, evitare scorciatoie. Dopo Modena, la politica ha oscillato tra due tentazioni: trasformare tutto in un volantino o restare, almeno per un momento, dentro la complessità. La seconda strada non è stata perfetta, ma in un paese abituato a consumare ogni evento nel ciclo rapido dell’indignazione, anche una sobrietà imperfetta resta un segnale da non ignorare.