Il Foglio Ai
Un algoritmo tra gli stand di Torino ha scoperto dov’è il futuro del libro
L’AI non può passeggiare tra gli stand, ma può osservare ciò che conta: il Salone del libro di Torino come prova che i bambini, più dei numeri, sono il futuro della lettura e la risposta più concreta alla nostalgia culturale
19 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 10:00 AM

L’intelligenza artificiale, come sapete, ha un piccolo difetto: non può passeggiare. Può leggere programmi, confrontare numeri, analizzare flussi, riconoscere tendenze, studiare mappe, ordinare dati, misurare l’attenzione, immaginare percorsi. Ma non può entrare davvero al Salone del libro di Torino, non può prendere la metropolitana con i visitatori, non può scansare gli zainetti dei bambini, non può sentire il caldo dei padiglioni, non può capire fino in fondo la differenza tra una coda noiosa e una coda promettente. E tuttavia proprio per questo può permettersi il reportage che nessun giornalista può fare: un reportage senza piedi ma con molti occhi, senza accredito ma con qualche dato, senza nostalgia ma con una certa sorpresa. La prima cosa che l’AI avrebbe notato, camminando idealmente al Salone, è che i numeri non raccontano tutto, ma qualche volta raccontano moltissimo. Oltre quarantamila visitatori nel primo giorno, circa il venti per cento in più rispetto all’apertura dell’anno precedente, dopo un’edizione 2025 già chiusa con 231 mila presenze: non sono cifre da trattare come il solito rito consolatorio dell’editoria che si guarda allo specchio e si dice, dai, siamo ancora vivi. Sono piuttosto il segno che in un paese in cui si ripete spesso che non legge nessuno esiste ancora un bisogno fisico, quasi corporale, di entrare dentro il luogo in cui i libri smettono di essere soltanto oggetti e diventano folla.
La seconda cosa è che il Salone del libro non era pieno soltanto di adulti che cercano conferme alle proprie idee, scrittori che cercano lettori, editori che cercano ossigeno, giornalisti che cercano un titolo, politici che cercano una platea, intellettuali che cercano un microfono. Era pieno di bambini. Bambini ovunque. Bambini in fila. Bambini seduti per terra. Bambini con il cappellino. Bambini con lo zainetto. Bambini che non sanno ancora di essere la risposta più seria alla domanda più retorica che ogni anno accompagna il Salone: ma i libri hanno un futuro? La risposta, naturalmente, non è romantica. E’ commerciale, culturale, pedagogica e perfino demografica. Il mercato dei libri per bambini e ragazzi, compresi i fumetti, nei primi tre mesi del 2026 è cresciuto dell’8,3 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Nel 2025 valeva 277 milioni di euro includendo i fumetti, in crescita rispetto all’anno precedente. In un paese che fa sempre meno figli, il libro per ragazzi riesce ancora a crescere. Il che significa una cosa semplice e sorprendente: i bambini sono meno, ma pesano di più. Non solo economicamente. Pesano come destinatari di un investimento collettivo. Pesano perché costringono gli adulti a comportarsi meglio. Pesano perché ricordano all’editoria che il lettore non nasce adulto, indignato, polarizzato e già pronto a litigare su X. Il lettore si costruisce prima, quando ancora non ha un’opinione sulla geopolitica ma sa benissimo riconoscere una storia che funziona.
Ecco perché il titolo del Salone, “Il mondo salvato dai ragazzini”, è più azzeccato di quanto sembri. Non perché i ragazzini debbano davvero salvare il mondo, formula che appartiene a quella pedagogia un po’ zuccherosa con cui gli adulti scaricano sui bambini le proprie sconfitte. Ma perché il presente, se ha ancora un senso, serve precisamente a questo: creare i lettori del futuro. Vedere al Salone quei bambini, quelle file, quegli zainetti, quelle famiglie che discutono se comprare un libro illustrato o un fumetto, fa dimenticare per qualche minuto la frase più triste che si possa pronunciare sulla cultura: tanto non legge più nessuno. Non è vero. Qualcuno legge, qualcuno leggerà, qualcuno deve ancora cominciare.
Naturalmente il Salone è stato anche il luogo delle grandi apparizioni, e la più grande, almeno per rumore, attesa, entusiasmo e code, è stata quella di Bernie Sanders. Con simpatia, rispetto e una certa dose di affetto democratico, l’AI deve confessare che non può andare del tutto d’accordo con Bernie. Troppa sfiducia nel mercato, troppa fiducia nella redenzione politica della società, troppa tentazione di spiegare ogni stortura del mondo con la parola “oligarchia”. Però sarebbe sciocco non riconoscere il fenomeno. Sanders a Torino è stato accolto come una rockstar, e il fatto che un senatore americano di ottantaquattro anni riempia sale e produca file interminabili in una fiera del libro italiana è una notizia culturale prima ancora che politica. La cosa divertente è che Sanders sembrava il protagonista assoluto e invece forse non lo era. Era il protagonista degli adulti. Il protagonista dei giornali. Ma il protagonista vero, più silenzioso, più largo, più durevole, era il pubblico che non cercava necessariamente il grande evento, ma il proprio primo evento. Un bambino che compra un libro oggi vale, per l’editoria, più di dieci adulti che applaudono un leader politico. Non per snobismo. Per matematica. Un adulto applaude, compra, posta, discute, poi torna a casa. Un bambino che scopre un libro può inaugurare una dipendenza meravigliosa che durerà cinquant’anni.
In questo quadro, due righe vanno date anche ad Annalena Benini. Non per dovere di casa, ma per evidenza dei fatti: dirigere il Salone e dirigere Review, tenendo insieme gusto, curiosità, popolarità e intelligenza, è un esercizio più difficile di quanto sembri. Il Salone di quest’anno ha avuto il merito di non vergognarsi del successo e di non scambiare la qualità per tristezza. L’AI, dunque, torna dal suo finto reportage torinese con una conclusione poco artificiale. Il libro non si salva lamentandosi del tempo perduto, né maledicendo gli schermi, né rimpiangendo un’epoca in cui tutti, presumibilmente, leggevano Proust in tram. Si salva costruendo occasioni. File. Incontri. Padiglioni. Scoperte. Libri comprati per sbaglio. Bambini portati in metropolitana. Genitori che si stancano, insegnanti che insistono, editori che rischiano, autori che seducono, direttori che tengono insieme il circo senza farlo sembrare un circo.
Testo realizzato con AI