Cosa ci dice il libro di Bini Smaghi sui prossimi dodici mesi dell’Italia

Non restare piccoli. E imparare a stare da soli. Uscire dalla tentazione di una sovranità nazionale solitaria e irrilevante, e costruire un’Europa capace di pesare davvero nel nuovo mondo dominato dalla competizione Usa-Cina. Altrimenti la prudenza di ieri diventerà irrilevanza domani

19 MAY 26
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Foto LaPresse

Il libro di Lorenzo Bini Smaghi, Da soli, dovrebbe essere letto dal governo non come un saggio su Trump o sull’America, ma come un manuale di sopravvivenza per i prossimi dodici mesi. La sua tesi, asciutta e scomoda, è questa: gli europei hanno passato anni a scambiare la propria debolezza per prudenza, e ora scoprono che la prudenza, quando il mondo cambia, rischia di diventare irrilevanza. Il punto di partenza è Trump, certo. Ma il punto d’arrivo siamo noi. Trump, scrive Bini Smaghi, non è un incidente destinato a passare. E’ il sintomo di una trasformazione americana più profonda: gli Stati Uniti hanno ormai una priorità strategica dominante, contenere la Cina e conservare il primato tecnologico, industriale, finanziario e militare. Tutto il resto, Europa compresa, viene dopo.
Testo realizzato con AI
L’alleanza transatlantica non scompare, ma smette di essere automatica. Diventa una variabile, non una garanzia. E per l’Italia, che spesso ha trasformato l’atlantismo in un modo elegante per non fare i compiti europei, questa è la prima lezione. La seconda riguarda l’economia. Nei prossimi mesi il governo dovrà resistere a una tentazione antica: scambiare la crescita con l’annuncio della crescita, la politica industriale con il protezionismo, la sovranità con il piccolo cabotaggio nazionale. Il libro mostra bene che la forza americana non nasce soltanto dai dazi o dalla deregulation, ma da un ecosistema: mercato dei capitali, tecnologia, dollaro, finanza, capacità di usare la politica economica come strumento geopolitico. Si può criticare Trump quando usa i dazi come clava o la Fed come punching ball, ma non si può ignorare la consapevolezza che negli Stati Uniti è chiarissima e in Europa molto meno: l’economia è potere. Qui il governo italiano avrebbe molto da imparare. Si può parlare quanto si vuole di sovranità, ma se il risparmio europeo viene intermediato dagli americani e le start-up europee si quotano a Wall Street, la sovranità è già stata ceduta. Non a Bruxelles. A Manhattan.
La terza lezione riguarda l’Europa. Il governo Meloni ha intuito, più di altri, che il mondo della globalizzazione felice è finito. Ma a volte ha dato l’impressione di voler rispondere alla crisi della vecchia globalizzazione con una nostalgia nazionale più che con un’ambizione europea. Il libro dice invece una cosa semplice: i paesi europei, da soli, sono piccoli. L’Italia può raccontarsi di essere una potenza media, rivendicare il proprio ruolo nel Mediterraneo e la forza del suo export. Tutto vero. Ma nel confronto con Stati Uniti, Cina, India, tecnologia, finanza ed energia, una potenza media resta media. E nel nuovo mondo, spesso, medio significa ricattabile. La lezione più utile, però, riguarda il metodo. Non basta dire che l’Europa deve fare qualcosa. Bisogna decidere come. Il libro è severo con l’ipocrisia europea: tutti vogliono gli eurobond, ma pochi vogliono un bilancio europeo che li sostenga; tutti chiedono più difesa comune, ma pochi accettano di cedere sovranità reale. Vale anche per l’Italia. Non si può chiedere più Europa quando conviene e meno Europa quando bisogna decidere. Il titolo del libro, Da soli, è volutamente ambiguo. Gli europei devono imparare a stare più soli rispetto all’America che cambia. Ma i singoli stati europei devono anche capire che, da soli davvero, non vanno da nessuna parte. Per l’Italia, la lezione è quasi crudele: il modo migliore per difendere l’interesse nazionale è smettere di confondere l’interesse nazionale con la solitudine nazionale. Nei prossimi dodici mesi, tra dazi, debito, difesa, tecnologia e rallentamento economico, sarà questa la differenza tra governare il cambiamento e farselo governare addosso.