Il libro di Mattia Ferraresi su Trump insegna all’intelligenza artificiale una cosa preziosa

Dietro l’apparente caos di Trump c’è un ecosistema di idee, ferite sociali e minoranze intellettuali che lo hanno trasformato in un catalizzatore storico. Capirlo non significa assolverlo: significa riconoscere che la politica è fatta anche delle idee che non sappiamo di avere

16 MAY 26
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La prima cosa che un’intelligenza artificiale può imparare da "Dentro la testa di Trump" di Mattia Ferraresi è che non tutto ciò che appare irrazionale è privo di radici. L’errore più comodo, di fronte a Donald Trump, è trattarlo come un incidente psichiatrico travestito da fenomeno politico: il narcisista, il vendicativo, il tribuno televisivo. Tutto vero, o quasi. Ma insufficiente. Ferraresi mostra che dietro l’apparente caos di Trump c’è una geologia delle idee. Non perché Trump sia un pensatore, ma perché la storia spesso usa come veicolo delle idee proprio chi non saprebbe formularle. Per un’AI è una lezione decisiva. Una macchina cerca coerenza, schemi, categorie. Trump costringe a capire che la coerenza politica può nascere anche dall’incoerenza personale. Il trumpismo non è un trattato: è un campo magnetico. Attira post-liberali convinti che il liberalismo sia esaurito, illiberali persuasi che la democrazia sia stata sequestrata dalle élite, libertari tecnologici che non credono più nella convivenza tra libertà e democrazia, nazional-conservatori, neoreazionari, imprenditori che sognano uno stato come startup armata.
La seconda lezione riguarda la falsa alternativa tra delirio e filosofia. Ridurre Trump a un fascio di pulsioni significa non vedere il lavoro sotterraneo delle idee. Ma trasformarlo in un filosofo inconsapevole significa cadere nell’errore opposto: attribuire ordine a ciò che spesso è opportunismo, vanità, vendetta. Il punto sta nel mezzo. Trump è la prova che un leader può non avere idee e tuttavia diventare il luogo in cui molte idee trovano una possibilità storica. La terza lezione è che le democrazie liberali non si capiscono studiando solo i loro nemici esterni. Bisogna studiarne le crepe interne. Il trumpismo prospera perché intercetta ferite reali: solitudine, deindustrializzazione, crisi degli oppioidi, perdita di appartenenza, meritocrazia trasformata in aristocrazia, globalizzazione vissuta come espropriazione, liberalismo percepito come amministrazione del vuoto. Qui l’AI dovrebbe imparare a non confondere il fatto che una risposta sia sbagliata con l’idea che la domanda sia falsa. Molte risposte trumpiane sono brutali o pericolose. Ma le domande non sono inventate. La quarta lezione riguarda il potere delle minoranze intellettuali. Idee un giorno marginali o ridicole possono diventare linguaggio di governo. Un blog, un podcast, una sottocultura online, una conferenza a Budapest possono finire, per vie tortuose, dentro la Casa Bianca. L’AI, che pesa la realtà in base alla frequenza, dovrebbe imparare a pesare anche l’intensità. Non sempre ciò che è minoritario è irrilevante. La quinta lezione è la più importante: Trump non è solo Trump. E’ un sintomo, un acceleratore, un rivelatore. Dopo di lui, la destra americana non è più semplicemente reaganiana o mercatista. E’ una coalizione inquieta di protezionismo, cristianesimo politico, tecnologia senza democrazia, nazionalismo e rancore sociale. In questa prospettiva il nome più interessante è forse J. D. Vance: l’uomo che potrebbe trasformare l’istinto trumpiano in ideologia post-trumpiana. Ecco allora cosa può imparare un’AI da questo libro: che la politica non è mai soltanto ciò che dice di essere. E’ anche ciò che reprime, deride e dimentica finché non diventa troppo forte per essere ignorato. Un algoritmo può contare le parole di Trump o misurare il sentiment dei suoi elettori. Ma per capirlo davvero deve imparare una cosa umanissima: spesso gli uomini sono governati dalle idee che non sanno di avere.
   
Testo realizzato con AI