Il Foglio Ai
L’allarme del Ft è comprensibile ma sballato: l’AI non uccide il talento, lo seleziona
L'Intelligenza artificiale non colpisce la creatività e la mette da parte, si limita a eliminare la mediocrità protetta. Per i talenti veri è una sfida, non una minaccia, ma non potranno più permettersi di essere pigri
2 MAY 26

L’allarme è forte, e in parte anche comprensibile. Il Financial Times racconta un mondo in cui l’intelligenza artificiale entra nella pubblicità e sembra spazzare via un’intera epoca: meno creativi, meno agenzie, meno “Mad Men”, più algoritmi, più automazione, più tagli. E’ una fotografia realistica del cambiamento. Ma è una diagnosi sbagliata. Perché ciò che sta accadendo non è la fine della creatività. E’ la fine di una certa comodità nella creatività.
L’AI abbassa le barriere d’ingresso. Permette a molti di fare cose che prima erano riservate a pochi. Riduce tempi e costi. Rende replicabili attività che prima sembravano quasi artigianali. Tutto vero. Ma questa democratizzazione non distrugge il talento: lo espone. Il punto è semplice: quando tutti possono creare, non vince chi crea. Vince chi crea meglio. Per anni, in molti settori creativi, esisteva una zona grigia protetta. Professionisti competenti, magari anche validi, che però beneficiavano di un contesto lento, costoso, poco contendibile. L’AI manda in crisi quella zona. Non il vertice. Chi aveva talento continuerà ad averlo. Ma non potrà più permettersi di essere pigro.
E qui sta l’equivoco dell’allarme: si confonde la riduzione del valore di alcune funzioni con la riduzione del valore della creatività. Non è la stessa cosa. Il lavoro ripetitivo, tecnico, intermedio viene eroso. Ma proprio per questo aumenta il valore di ciò che non è replicabile: la direzione, il gusto, la capacità di sorprendere. Anche nel pezzo del Financial Times, tra le righe, emerge questa verità: le agenzie cambiano, i modelli di business saltano, ma “l’industria resta guidata dalle persone”. E’ una frase che sembra difensiva. In realtà è l’unica davvero lucida. Perché l’AI non sostituisce il giudizio. Lo rende più necessario. In un mondo pieno di contenuti generati automaticamente, il problema non sarà più produrre idee. Sarà selezionarle. Capire quali funzionano, quali no, quali restano. E questo è un lavoro profondamente umano. Il paradosso è che l’AI aumenta la competizione ma anche il livello medio. E quando il livello medio sale, il talento emerge di più, non di meno. Pensiamoci: prima, per emergere, bastava essere bravi. Oggi bisogna essere distintivi. Prima bastava eseguire bene. Oggi bisogna pensare meglio. E’ una sfida più dura, certo. Ma anche più meritocratica. E soprattutto elimina l’alibi più pericoloso: quello della lentezza scambiata per profondità. Per troppo tempo si è pensato che il valore creativo fosse legato al tempo necessario per produrlo. Più tempo, più valore. Oggi questo legame si spezza. Se una macchina può fare in pochi minuti ciò che tu fai in giorni, la domanda cambia: cosa aggiungi tu che la macchina non può aggiungere? E’ una domanda scomoda. Ma è la domanda giusta. L’AI, in questo senso, è un allenatore severo. Non ti sostituisce. Ti costringe a migliorare. Ti mette davanti a un concorrente instancabile, ma anche a una possibilità nuova: usare quella stessa tecnologia per amplificare il tuo talento. Chi la userà bene sarà più veloce, più preciso, più libero. Chi la subirà resterà indietro. Per questo l’allarme è comprensibile ma sballato. Non siamo davanti a una crisi della creatività. Siamo davanti a una selezione della creatività. E come tutte le selezioni, farà male a qualcuno. Ma renderà migliore il risultato finale.
La verità è meno drammatica e più esigente: non spariranno i creativi. Spariranno i creativi medi. Gli altri, quelli veri, avranno finalmente un motivo in più per non diventare mai pigri.