Il Foglio AI
Numeri raggiunti, ma spesso riscritti. Il Pnrr che non torna davvero
Spesa accelerata, ma concentrata all’ultimo. Il piano più ambizioso rischia di restare il più opaco. La differenza decisiva
28 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:16 AM

C’è una differenza sottile ma decisiva tra dire che il Pnrr procede e dire che il Pnrr funziona. Il lavoro di Assonime suggerisce che le due cose non coincidono. Il piano va avanti, sì, ma spesso più come una rincorsa che come una strategia.
Il primo segnale è politico: il Pnrr è sparito dal dibattito pubblico. Non è più il racconto della trasformazione italiana, ma una pratica amministrativa da chiudere entro il 2026. Non si discute più di cosa cambierà, ma di cosa riusciremo a certificare. È una mutazione silenziosa ma significativa. Poi ci sono i numeri. A pochi mesi dalla scadenza, oltre un terzo delle risorse deve ancora essere speso. Gran parte del piano si giocherà alla fine: il contrario di ciò che servirebbe per una trasformazione strutturale. Più accelerazione tardiva che programmazione. Anche le revisioni dicono molto: sei modifiche in pochi anni, con obiettivi rivisti, fondi spostati, interventi ridimensionati o cancellati. Non solo adattamento, ma riscrittura continua. Il piano si è trasformato strada facendo, non sempre per scelta.
Il punto più delicato riguarda però i risultati. Prendiamo il programma Gol. I tre milioni di beneficiari sono stati raggiunti, ma la definizione di “beneficiario” è cambiata nel tempo: prima bastava la presa in carico, poi qualche attività. Il risultato è un dato formalmente corretto ma ambiguo, più processo che esito. Quando si guardano gli esiti reali emerge una dinamica prevedibile: il sistema funziona meglio con chi è già vicino al lavoro, molto meno con i più fragili. I primi trovano occupazione, i secondi restano in percorsi lunghi e incerti. Il rischio è trasformare una politica contro le disuguaglianze in uno strumento che le fotografa.
Lo stesso vale per la formazione. I target sono quasi raggiunti, ma con criteri più flessibili: si contano anche percorsi parziali e corsi brevi, spesso poco legati ai bisogni delle imprese. I numeri crescono, la qualità resta difficile da misurare. C’è poi il nodo della spesa. In molte misure, soprattutto le più complesse, i livelli restano bassi. Non è solo rendicontazione: è difficoltà operativa, tra ritardi, ostacoli amministrativi e capacità progettuali diseguali. Il Pnrr si scontra con l’Italia reale. Questo emerge anche sul territorio. Il piano è nazionale, ma l’attuazione è regionale e quindi diseguale. Alcune aree avanzano, altre arrancano. Il rischio è che i target vengano raggiunti grazie alle regioni più efficienti, lasciando indietro le altre.
A complicare tutto ci sono i dati: incompleti, disallineati, difficili da interpretare. Senza un quadro chiaro, anche le decisioni diventano più deboli. Si naviga spesso a vista. Infine, l’impatto. Il Pnrr era pensato per cambiare il potenziale di crescita del paese. Ma, per come è stato attuato, rischia di produrre meno effetti del previsto: adattato a ciò che era realizzabile più che a ciò che era necessario. Il paradosso è qui: un successo formale e un’occasione parzialmente mancata. Non un fallimento, ma nemmeno la trasformazione promessa.