Il Foglio Ai
Nello scontro tra Musk e Altman non c’è solo una causa su OpenAI. Chi deve custodire gli algoritmi
Tra il fondatore di Tesla e Space X e il ceo e cofondatore (proprio con Musk) di Open AI chi ha il diritto di raccontare il peccato originale dell'intelligenza artificiale?
28 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:26 AM

La battaglia tra Elon Musk e Sam Altman sull’intelligenza artificiale sembra una storia molto americana: soldi, rancori, promesse tradite, una causa miliardaria. Si contendono non solo il passato di OpenAI ma il significato morale della sua esistenza. Musk accusa Altman di aver tradito la missione originaria non profit; OpenAI replica che la trasformazione era necessaria per raccogliere capitali e competere. Il processo a Oakland ruota attorno a questa frattura: missione o mercato. Ma il punto più interessante è culturale. Musk e Altman incarnano due mitologie della tecnologia. Musk rappresenta l’idea eroica dell’innovatore come figura solitaria: non solo aziende, ma civiltà. In questa visione, l’AI è troppo importante per essere affidata a compromessi societari o a partner come Microsoft. Deve essere guidata da una visione. Altman incarna invece una mitologia più istituzionale: l’AI come piattaforma globale, da rendere compatibile con governi, mercati e capitali. Dove Musk vede usurpazione, Altman vede scalabilità. Senza capitali, alleanze, semiconduttori e data center, quella promessa iniziale sarebbe rimasta astratta. OpenAI ha scelto un compromesso: una public benefit corporation controllata da una fondazione non profit. Un assetto che riflette la contraddizione del nostro tempo: missione pubblica e appetito privato nello stesso spazio. La disputa non è se l’AI debba essere “buona”. Tutti lo dicono. Il punto è chi definisce il bene. Musk parla di missione tradita, ma guida anche xAI, concorrente diretto. Altman parla di responsabilità globale, ma è a capo di una delle aziende più potenti del pianeta. Entrambi parlano dell’umanità mentre competono per orientarne il futuro. Qui la lite diventa uno specchio: anche l’altruismo passa dal denaro, e il denaro ha bisogno di una giustificazione morale.
C’è poi la fine dell’innocenza della Silicon Valley. Per anni ha vissuto su una favola: tecnologia come progresso automatico. La causa tra Musk e Altman mostra che non basta più. Quando la tecnologia richiede capitali, energia e infrastrutture da stato e incide su lavoro, scuola e democrazia, deve rispondere a una domanda adulta: chi controlla chi controlla l’intelligenza? Musk teme che l’AI finisca in un’oligarchia opaca legata ai grandi capitali. Altman teme che senza strutture forti venga sviluppata altrove, magari da attori meno trasparenti. Sono paure reali: da un lato la cattura, dall’altro l’irrilevanza. Per questo lo scontro è culturale prima che tecnologico. Non riguarda solo il codice, ma il modello umano al centro della nuova modernità: il profeta o l’istituzione? L’open source o il modello chiuso? La trasparenza o la prudenza?
Alla fine litigano su OpenAI, ma parlano di noi. Del paradosso di voler un’AI come bene comune senza avere istituzioni credibili per governarla. Musk e Altman non si contendono solo un’azienda: si contendono il diritto di raccontare quale sia il peccato originale dell’intelligenza artificiale.
Testo realizzato con AI