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Palantir, Alex Karp e il momento in cui il software è diventato il vero campo di battaglia tra le civiltà
Michael Steinberger racconta Palantir e il suo fondatore Alex Karp come il sintomo più rivelatore del nostro tempo: il momento in cui la tecnologia smette di essere infrastruttura del consumo e diventa strumento di sovranità, guerra e ordine. Un libro che obbliga a scegliere da che parte stare e a chiedersi chi vogliamo che costruisca il software del potere
25 APR 26

Ci sono libri che raccontano un’azienda. E ci sono libri che, raccontando un’azienda, raccontano un’epoca. Il filosofo nella Valley di Michael Steinberger appartiene alla seconda categoria. Il sottotitolo italiano, Alex Karp, Palantir e l’ascesa dello Stato di sorveglianza, è già un piccolo programma politico e intellettuale: non siamo davanti all’ennesima agiografia della Silicon Valley, né a una semplice denuncia dei rischi dell’algoritmo. Siamo davanti a un libro che prova a spiegare perché la tecnologia, oggi, non sia più una faccenda da ingegneri o da mercati, ma il terreno centrale dello scontro tra modelli di civiltà. E forse il merito maggiore del volume, uscito per Foglio Edizioni, è proprio questo: far capire che dietro il software non ci sono soltanto funzioni, efficienza, innovazione, ma idee del mondo, idee dell’uomo, idee della libertà.
Steinberger sceglie un personaggio perfetto per questo racconto. Alex Karp non è il classico capo tech americano. Non ha il profilo lineare del genio informatico diventato miliardario. E’ uno che arriva alla tecnologia passando dalla filosofia, dal diritto, dalla sociologia tedesca, dalla Scuola di Francoforte, da Habermas, da una biografia personale segnata dal senso della vulnerabilità: ebreo, nero, dislessico, cresciuto con l’idea che il mondo potesse diventare ostile molto in fretta. E’ da lì che nasce il cuore del libro: Palantir non è raccontata come una semplice impresa, ma come la proiezione tecnologica di un’ansia morale e politica. Karp non fonda solo una società: fonda una risposta. La risposta è questa: se il mondo è pericoloso, se il fascismo è sempre una possibilità, se le democrazie liberali sono fragili, allora servono strumenti capaci di difenderle. E’ una tesi enorme, inquietante, persino disturbante. Ma è una tesi, appunto. E Steinberger ha l’intelligenza di prenderla sul serio.
La grande intuizione del libro sta nel mostrare che Palantir nasce dopo l’11 settembre non come un incidente industriale, ma come un progetto ideologico consapevole. La sua missione dichiarata è “difendere l’Occidente”; la sua funzione è usare il software per trasformare masse caotiche di dati in capacità di decisione, previsione, intervento. In altre parole: mettere ordine nel disordine del mondo. Qui si vede bene perché questo libro conta oggi. Per anni abbiamo raccontato la tecnologia come una promessa di emancipazione individuale: più connessione, più scelta, più libertà, più consumo. Steinberger invece mette al centro il momento in cui la tecnologia cambia natura: da infrastruttura del comfort diventa infrastruttura della sicurezza; da prodotto commerciale diventa strumento geopolitico; da simbolo della società aperta diventa strumento potenziale di controllo. E’ in questo passaggio che si gioca il vero scontro di civiltà sulla tecnologia. Non tra apocalittici e integrati. Ma tra chi pensa che il software debba servire a rafforzare un ordine politico e chi continua a raccontarsi la favola della neutralità tecnologica.
Il libro è molto forte anche perché rifiuta le semplificazioni. Non racconta Palantir solo come il male. E non la racconta nemmeno come il bene. La racconta come il sintomo decisivo del nostro tempo. Da una parte c’è il lato quasi inevitabilmente affascinante: un’azienda che aiuta a integrare dati dispersi, che rende leggibili situazioni opache, che interviene in scenari estremi – terrorismo, guerra, crisi sanitarie, evacuazioni – e che mostra quanto i dati, senza intelligenza organizzativa, siano soltanto rumore. Dall’altra c’è il lato oscuro: la stessa tecnologia può servire per sorvegliare, profilare, tracciare, anticipare, reprimere. Può aiutare il Pentagono in Afghanistan e insieme offrire una finestra sul “presente panottico”, come scrive Steinberger. Può rivendicare di incorporare controlli per la privacy e al tempo stesso mostrare quanto tutto dipenda, alla fine, non dalla macchina ma da chi la usa. È una lezione adulta, che vale ben oltre Palantir: il problema della tecnologia non è solo la potenza. È il comando.
Da questo punto di vista il libro arriva al centro di una questione che l’Europa continua spesso a eludere. Mentre una parte della Silicon Valley costruiva piattaforme pubblicitarie, social network, economie dell’attenzione, Palantir provava a costruire un’altra cosa: tecnologia come strumento di sovranità, difesa, guerra, ordine. E mentre molti in Europa si sono abituati a pensare che il compito dell’Occidente fosse soprattutto regolare gli eccessi dell’innovazione, questo libro mostra una verità più scomoda: altri, nel frattempo, hanno capito che la tecnologia è già politica estera, politica militare, politica di civiltà. Non è un caso che nel racconto di Steinberger tornino continuamente la Cina, la Russia, l’Ucraina, Israele, il terrorismo, la crisi dell’ordine liberale. Palantir sta al centro di tutte queste faglie perché è precisamente lì che si decide oggi chi governa il futuro: non chi fa le app migliori, ma chi organizza meglio il rapporto tra informazione, potere e decisione.
Un altro punto decisivo del libro riguarda il tramonto di un’illusione. Per molto tempo abbiamo pensato che la rivoluzione digitale fosse per definizione libertaria: più rete, meno Stato; più innovazione, meno gerarchia; più individui, meno apparati. Steinberger mostra invece che la parabola di Karp e di Palantir racconta quasi l’opposto. Il mondo dei dati, se preso sul serio, non porta affatto alla scomparsa dello Stato: porta al suo ritorno in forma nuova. Uno Stato che vede, collega, anticipa, integra, coordina. Uno Stato che si affida a soggetti privati per esercitare funzioni pubbliche essenziali. Uno Stato che ha bisogno di software come una volta aveva bisogno di acciaio, ferrovie, portaerei. E in questo senso il libro è prezioso: perché spiega che il conflitto centrale del nostro tempo non è tra Stato e tecnologia, ma sulla forma politica della tecnologia. Chi la possiede? Chi la orienta? Chi la legittima? Chi la controlla? E soprattutto: al servizio di quale idea di uomo e di libertà?
Il personaggio Karp, naturalmente, regge il libro anche sul piano narrativo. È un eccentrico, un nevrotico, un capo carismatico, un venditore formidabile, un moralista con tratti messianici, un anti valley che viene dalla Valley, uno che detesta Facebook e il capitalismo pubblicitario ma costruisce una società potentissima usando gli stessi materiali dell’epoca: dati, reti, software, scala. Steinberger è bravo a non farsene sedurre troppo e a non liquidarlo come macchietta. Lo prende sul serio proprio dove molti lo ridurrebbero a caricatura. E la sua metamorfosi politica – da progressista anomalo a sostenitore sempre più esplicito di posizioni repubblicane, fino al paradosso di una Palantir che si ritrova a servire un’America trumpiana – è uno dei punti più interessanti del volume. Perché mostra un’altra verità che in Europa facciamo fatica a guardare: la difesa dell’Occidente, quando non è accompagnata da una cultura rigorosa del liberalismo, può scivolare verso forme di forza che mettono a rischio proprio ciò che dicono di voler proteggere.
Ed è qui che il libro diventa davvero importante per leggere il presente. Lo “scontro tra civiltà” di cui parla, implicitamente, Steinberger non è quello più semplice tra democrazie e autocrazie, tra America e Cina, tra Occidente e anti Occidente. È anche uno scontro interno all’Occidente su che cosa debba diventare la tecnologia. Da un lato c’è il filone dell’intrattenimento, del consumo, della distrazione, dell’estrazione commerciale dei dati. Dall’altro c’è il filone della sicurezza, della sovranità, del potere strategico, del software come arma e come infrastruttura dello Stato. Palantir appartiene con chiarezza al secondo campo. Ma il libro costringe il lettore a farsi una domanda scomoda: possiamo permetterci di lasciare questo campo a uomini come Karp, Thiel o Musk, salvo poi indignarci? Oppure dobbiamo capire che se non costruiamo alternative forti, credibili, occidentali, democratiche, industriali, il vuoto sarà riempito inevitabilmente da chi ha più mezzi, più visione e meno scrupoli? Questa è la domanda decisiva. Ed è la ragione per cui questo libro conta tanto oggi.
Per questo Il filosofo nella Valley non è soltanto una biografia di Alex Karp, né soltanto un saggio su Palantir. È un libro che racconta il momento in cui la tecnologia smette di essere una faccenda laterale e torna a essere la sostanza della politica. Dentro ci sono il problema della sorveglianza, il nodo della libertà, la crisi della Silicon Valley libertaria, la rinascita dell’industria della difesa, il ruolo geopolitico del software, la trasformazione dell’Occidente in un’epoca di guerre e di intelligenza artificiale. È un libro utile anche quando non convince del tutto, anzi soprattutto lì: perché obbliga a pensare, obbliga a scegliere, obbliga a uscire dalla pigrizia di chi si limita a dire che la tecnologia è pericolosa o meravigliosa. Steinberger dice qualcosa di più difficile e di più vero: la tecnologia è ormai il luogo in cui una civiltà decide che cosa vuole difendere, e fin dove è disposta a spingersi per farlo.
Testo realizzato con AI