L'Ai secondo Anthropic

Bisogna distinguere tra ottimismo e ingenuità, dice Amodei. La lezione giusta non è né il panico né l’incenso

21 APR 26
Immagine di L'Ai secondo Anthropic

Dario Amodei, nel corso della prima Industry Stakeholder Conference del B7, Verona

Dario Amodei è interessante non perché sia neutrale, ma perché non lo è affatto. Ha una visione fortissima, quasi febbrile, del futuro dell’intelligenza artificiale. Parla della possibilità di avere presto “un paese di geni in un data center”, sostiene che non vede rallentamenti nella corsa della potenza di calcolo e insiste sul fatto che stiamo ancora sottovalutando la portata storica di quello che sta arrivando. E’ il linguaggio di chi ritiene che siamo davanti a una trasformazione generale, paragonabile a una mutazione di civiltà. Fin qui, però, uno potrebbe dire: bene, il solito evangelista tecnologico. Invece no. La parte più utile di Amodei sta proprio nella contraddizione apparente che si porta addosso. Da una parte descrive scenari di crescita enorme, fino a immaginare che l’AI possa alzare il tasso annuo di crescita del pil americano al 10 per cento o più; dall’altra dice apertamente che la tecnologia rischia di spazzare via in pochi anni una quota enorme dei lavori white collar di ingresso, e che sarebbe stupido negare la disruption. Non prova a tranquillizzare con la solita formula per cui ogni rivoluzione crea più posti di quanti ne distrugga e dunque dormite sereni. Dice una cosa più seria: la disruption arriverà, e il compito è fare in modo che gli effetti positivi siano così grandi da consentire alla società di gestire quelli negativi. Ecco la prima lezione utile da capire per non avere paura ma per non essere ingenui: l’AI non va raccontata né come una truffa né come una provvidenza. Va raccontata come una forza reale, potentissima, che può produrre benefici straordinari e squilibri altrettanto straordinari. La seconda lezione riguarda la sicurezza. Amodei insiste molto sul fatto che i modelli di frontiera possono generare rischi nuovi e concreti. E non bisogna aver paura della regolazione come se fosse il nemico dell’innovazione. L’assenza di regole, in un campo del genere, non è libertà. E’ infantilismo. Se davvero l’AI conta così tanto, allora servono standard, verifiche, valutazioni obbligatorie, collaborazione tra imprese, governi e società civile. Amodei, che pure guida una delle aziende più potenti del settore, dice esattamente questo. E lo dice mentre è immerso in una battaglia politica e commerciale pesantissima sul rapporto tra aziende AI, Pentagono e usi militari della tecnologia. Amodei non è un pacifista naïf. Dice di voler mettere questa tecnologia al servizio delle democrazie contro regimi autoritari come Russia e Cina, e di volerla usare anche per aiutare alleati come Ucraina e Taiwan. Ma aggiunge una frase decisiva: non vuole che l’AI venga “rivolta contro la nostra stessa gente” o usata per fini antidemocratici, da autocrazie o dai governi democratici stessi. Il punto non è solo che l’AI sia potente. Il punto è chi decide a che cosa serve, entro quali limiti, e con quali anticorpi istituzionali. Proprio qui sta il punto: prendere sul serio l’AI significa anche prendere sul serio i suoi protagonisti, senza trasformarli né in santi né in ciarlatani.