IL FOGLIO AI
Dall’auto alla difesa, senza passare dalla guerra
La crisi dell’automobile europea non si cura con la nostalgia, né con i sussidi a pioggia. Il modello tedesco
18 APR 26

Foto realizzata con AI
C’è un modo intelligente di guardare alla crisi dell’automobile europea senza scivolare né nella caricatura pacifista né nella caricatura bellicista. Ed è il modo che, con tutte le sue contraddizioni, la Germania sta provando a praticare: non usare la difesa come pretesto per militarizzare l’economia, ma usarla come leva per non perdere pezzi interi di industria, tecnologia, occupazione, catene di fornitura, capacità manifatturiera. In una parola: sovranità.
La questione è semplice. L’auto europea, e quella tedesca in particolare, è stretta in una tenaglia. Da una parte c’è la transizione elettrica, che riduce il numero dei componenti, cambia la struttura della filiera, svaluta competenze sedimentate in decenni. Dall’altra c’è la concorrenza cinese, che arriva con prezzi aggressivi, scala industriale, sostegno pubblico, materie prime e una velocità che l’Europa continua a sottovalutare. In mezzo ci sono i costi energetici, la domanda debole, l’incertezza regolatoria, l’ossessione normativa europea e una politica che troppo spesso parla dell’industria come se fosse una colpa da espiare. Il risultato è che il settore simbolo dell’Europa manifatturiera rischia di scivolare da motore della crescita a grande malato del continente.
Qui entra in scena la lezione tedesca. Non una lezione perfetta, ma una lezione utile. In Germania, mentre l’industria dell’auto rallenta, una parte del sistema produttivo sta guardando alla difesa come a uno sbocco possibile, non per sostituire integralmente l’automotive ma per attenuarne la crisi, salvare capacità industriali, trovare applicazioni nuove a competenze esistenti. Un articolo del Telegraph racconta bene il fenomeno: dalla Deutz, storica azienda di motori nata nell’Ottocento, ai fornitori della grande filiera automobilistica, si moltiplicano i ragionamenti su come adattare motori, meccanica, elettronica, logistica, sensoristica e capacità produttiva a una domanda militare e di sicurezza in forte espansione. Non per diventare improvvisamente mercanti d’armi, ma per non lasciare marcire un patrimonio industriale costruito in generazioni.
Il punto decisivo è questo: la Germania ha capito che la difesa, oggi, non è soltanto una questione di bilanci militari. E’ una questione di politica industriale. Se lo stato decide di spendere decine e decine di miliardi per proteggersi in un mondo più pericoloso, può scegliere se trasformare quella spesa in semplice importazione di sistemi prodotti altrove oppure in occasione per irrobustire la propria manifattura, la propria tecnologia, la propria autonomia strategica. Berlino sembra aver scelto la seconda via. Secondo il Telegraph, la gran parte dei nuovi progetti di difesa è stata assegnata a imprese tedesche; ed è questo il punto politico vero: non la fascinazione per le uniformi, ma l’idea che la sicurezza nazionale possa diventare anche una politica di crescita, innovazione e occupazione. Naturalmente bisogna evitare gli equivoci. Nessuno serio può pensare che la difesa sostituisca l’auto. Sarebbe una sciocchezza economica prima ancora che morale. Lo stesso articolo ricorda che l’industria automobilistica pesa in Germania circa il 7 per cento dell’economia, mentre la difesa resta molto più piccola: anche in espansione, non potrà assorbire da sola tutta la debolezza del comparto auto. Ma può fare una cosa importante: impedire che una parte preziosa della filiera vada dispersa. Può offrire un ponte. Può comprare tempo. Può creare lavori ben pagati e spingere innovazione in settori dual use, quelli che servono alla sicurezza ma hanno ricadute civili evidenti: droni, motori, batterie, sensori, software, ottica, satelliti, cyberdifesa, logistica avanzata.
Ed è qui che il dibattito italiano ed europeo dovrebbe diventare meno infantile. Per anni abbiamo ragionato così: o l’auto o l’ambiente, o l’industria o l’etica, o il commercio o la sicurezza. Sono alternative false. Il mondo nuovo ci obbliga a capire che la difesa di una democrazia non comincia quando parte un missile: comincia molto prima, quando decidi se vuoi ancora avere acciaio, meccanica, elettronica, semiconduttori, energia affidabile, capacità di produrre su larga scala, filiere robuste, tecnici, operai specializzati, centri di ricerca. Se perdi tutto questo, puoi anche fare i convegni sulla pace, ma diventi dipendente dagli altri per la tua protezione, per la tua mobilità, per la tua prosperità.
Il modello tedesco, allora, andrebbe tradotto così: meno ideologia, più conversione intelligente. Non significa chiedere alla Volkswagen di mettersi a produrre cannoni. Significa domandarsi come le competenze accumulate dall’industria dell’auto possano essere riutilizzate in un ecosistema più largo della mobilità civile. Significa guardare ai fornitori, che sono il cuore nascosto dell’industria europea. Un’auto media, ricordava il Telegraph, coinvolge più di 2.500 imprese fornitrici. E’ lì che si gioca la partita: nelle aziende che sanno lavorare materiali, componenti, sistemi di precisione, elettronica, meccanica fine. Se queste aziende chiudono o delocalizzano, non perdiamo soltanto occupazione. Perdiamo memoria industriale. Perdiamo autonomia. Perdiamo futuro.
La Germania, almeno, sta provando a evitare questo errore. Certo, con tutte le sue cautele, i suoi tabù storici, la sua burocrazia. E infatti l’articolo avverte che non basta mettere soldi sul tavolo: servono piani, coordinamento, procurement veloce, chiarezza strategica. Senza una regia pubblica, la spesa per la difesa rischia di ridursi a una scarica di adrenalina, a uno “sugar rush”, un’euforia temporanea senza trasformazione strutturale. La parola chiave è esattamente questa: piano. Non spesa casuale, ma politica industriale. Non fondi sparsi, ma filiere integrate. Non annunci, ma ordini, tempi, standard, interoperabilità, collaborazione tra startup e grande industria.
Ed è forse questa la vera differenza tra chi si riarma e chi si difende. Chi si riarma pensa soprattutto agli arsenali. Chi si difende pensa anche alla società che sta dietro gli arsenali: fabbriche, ricerca, energia, infrastrutture, formazione, capitale umano. Difendersi, per una democrazia europea, non significa amare la guerra. Significa smettere di essere ingenua. Significa capire che non puoi affidare la tua sicurezza a paesi che domani potrebbero cambiare linea politica, né puoi pensare di restare una potenza commerciale se rinunci a essere una potenza industriale.
Per questo la crisi dell’auto può diventare meno crisi se si segue il modello tedesco. Non perché il carro armato sostituirà l’utilitaria. Ma perché la politica può decidere di non lasciare sole le proprie filiere nel passaggio storico più delicato degli ultimi decenni. Può usare la domanda pubblica per tenere vive competenze produttive che altrimenti andrebbero perdute. Può accompagnare la conversione tecnologica anziché predicarla soltanto. Può dire all’industria: non vi chiediamo di diventare militaristi; vi chiediamo di aiutare una democrazia a restare libera, autonoma, capace di proteggersi.