Hormuz, il ricatto che l’occidente non può più permettersi. Chi controlla lo Stretto

La guerra dirà più avanti quali effetti strategici produrrà davvero. Ma già oggi una lezione è chiara: l’emancipazione energetica

14 APR 26
Immagine di Hormuz, il ricatto che l’occidente non può più permettersi. Chi controlla lo Stretto

© Grok

Hormuz è un nome piccolo per un problema enorme. Da quello stretto passano circa 20 milioni di barili al giorno, cioè intorno a un quinto dei consumi mondiali di petrolio, e una quota decisiva di gas naturale liquefatto: il 93 per cento del Gnl del Qatar e il 96 per cento di quello degli Emirati, pari a circa il 19 per cento del commercio globale. Le rotte alternative coprono solo una parte del flusso, tra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno. Tradotto: se Hormuz si blocca davvero, il mondo non sostituisce quel flusso con facilità. E’ per questo che quanto stiamo vedendo dovrebbe suggerire una riflessione più ampia, oltre la cronaca militare. La campagna di Trump su Hormuz, tra annunci roboanti e messaggi confusi, ha mostrato quanto sia facile agitare un nervo scoperto dell’economia globale e quanto sia difficile governarne le conseguenze. Reuters ha riferito di ipotesi di blocco dei porti iraniani, mentre il Centcom ha precisato che il transito nello stretto non era l’obiettivo diretto: già questa ambiguità basta a capire quanto sia pericoloso trasformare un choke point energetico in un teatro di improvvisazione politica.
Testo realizzato con AI
Ma sarebbe troppo comodo fermarsi qui. Il punto più serio è un altro: se l’Iran può ancora condizionare una quota così rilevante di petrolio e gas mondiale, allora il problema non è solo Teheran. E’ la nostra dipendenza strutturale da un’area in cui l’energia resta ostaggio della geopolitica. L’occidente dovrebbe fare tre cose, tutte difficili. La prima: diversificare davvero. Più forniture da aree stabili, più rigassificatori, più contratti meno esposti al Golfo, più infrastrutture per evitare i colli di bottiglia. Anche i bypass esistenti, come l’oleodotto saudita East-West riportato a 7 milioni di barili al giorno, non bastano: gli attacchi alle infrastrutture mostrano che il rischio resta diffuso.
La seconda: ridurre la quota di energia importata. Non è un sermone verde, ma una politica di sicurezza. Nel 2024 la dipendenza energetica dell’Ue era al 57 per cento. REPowerEU ha contribuito ad attivare 100 GW di rinnovabili e a risparmiare 34 milioni di MWh. Più elettrificazione, rinnovabili, efficienza e accumuli significano meno vulnerabilità. Ogni megawattora prodotto in casa è uno sottratto al ricatto. La terza: trattare la sicurezza energetica come sicurezza nazionale. I paesi IEA devono mantenere scorte pari ad almeno 90 giorni di importazioni, e l’Ue impone livelli simili. L’IEA ha coordinato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche per attenuare gli shock, mentre sul gas Bruxelles punta al 90 per cento di riempimento degli stoccaggi. Sono strumenti essenziali, ma vanno usati come parte di una strategia permanente, non solo nelle emergenze. Il punto politico è semplice: l’occidente non può impedire che l’Iran resti pericoloso. Può però evitare che la sua pericolosità coincida ogni volta con la nostra vulnerabilità. Hormuz lo ricorda: il problema non è solo superare una crisi, ma arrivare alla prossima meno ricattabili di prima.