Il problema non è difendere Pizzaballa, ma difendere soltanto Pizzaballa. L’indignazione a geometria santa

Bloccare il patriarca al Santo Sepolcro è un torto che ha giustamente scosso le coscienze. Ma 388 milioni di cristiani perseguitati nel mondo, 4.849 uccisi in un anno, attendono ancora la stessa indignazione

31 MAR 26
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Indignarsi per ciò che è successo a Pizzaballa è giusto. Domenica 29 marzo, in piena Settimana santa, il patriarca latino di Gerusalemme e il custode di Terra Santa sono stati fermati dalla polizia israeliana mentre andavano al Santo Sepolcro per una celebrazione privata. Il Patriarcato ha definito la misura irragionevole e sproporzionata; Netanyahu, dopo le proteste internazionali, ha fatto marcia indietro e ha ordinato di consentire l’accesso per il resto della Settimana santa. Lo stesso Pizzaballa, con la sua consueta misura, ha parlato di fraintendimenti e ha spiegato che la Chiesa non chiedeva una manifestazione pubblica, ma una piccola liturgia privata, nel rispetto della sicurezza. Tutto questo rende la vicenda ancora più chiara: sì, c’è stato un torto. E sì, chi ha protestato ha fatto bene.
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Ma proprio qui comincia il punto. Se ci indigniamo, come è giusto, per un patriarca bloccato all’ingresso di una basilica, allora dovremmo indignarci almeno con la stessa intensità per chi una basilica non riesce neppure a raggiungerla perché prima viene sequestrato, ammazzato, costretto alla fuga o messo sotto processo. Secondo la World Watch List 2026 di Open Doors, i cristiani esposti a persecuzione o a gravi discriminazioni nel mondo sono più di 388 milioni; nell’ultimo anno monitorato i cristiani uccisi per la loro fede sono stati 4.849, di cui 3.490 in Nigeria, mentre gli attacchi contro chiese e proprietà cristiane sono stati 3.632. Sono numeri enormi, eppure raramente bucano la nostra gerarchia morale con la stessa forza con cui la buca un incidente diplomatico a Gerusalemme. Basta guardare alle ultime settimane e agli ultimi mesi. In Nigeria, a gennaio, uomini armati hanno assaltato chiese nello stato di Kaduna durante le funzioni, sequestrando decine e decine di fedeli: i dispersi furono oltre 160, dopo una prima fuga di undici persone, e solo settimane dopo è arrivata la notizia del loro rilascio. In Siria, nel giugno 2025, un attentato suicida nella chiesa di Mar Elias, a Damasco, ha ucciso almeno 25 fedeli durante la liturgia; e appena sabato 28 marzo 2026, mentre l’attenzione mondiale si concentrava su Gerusalemme, decine di uomini armati hanno preso di mira case, negozi e automobili dei cristiani nella città siriana di Suqaylabiyah. Il problema, allora, non è difendere Pizzaballa. Il problema è difendere soltanto Pizzaballa. Quando c’è di mezzo Israele, improvvisamente la libertà di culto diventa un principio assoluto, universale, non negoziabile. E deve esserlo. Ma quando i persecutori sono jihadisti, milizie settarie, stati falliti, legislazioni sulla blasfemia o bande armate africane, il tono cambia, la voce si abbassa, il riflesso morale rallenta. E qui la lezione più importante arriva paradossalmente proprio da Pizzaballa. Nel commentare quanto accaduto, il patriarca ha ricordato che il fatto è grave, ma che esistono persone che stanno molto peggio e che non possono celebrare per motivi ben più drammatici. Perché la questione non è scegliere tra l’indignazione per Israele e la compassione per i cristiani perseguitati. La questione è avere entrambe. Difendere il diritto alla preghiera a Gerusalemme e difendere il diritto alla vita a Kaduna, a Damasco, a Suqaylabiyah, a Jaranwala. Difendere i cristiani, certo, ma difendere anche il principio che vale per tutti: per ebrei, musulmani, cristiani, per chiunque. Se invece ci indigniamo solo quando la vittima giusta incontra il carnefice più spendibile, allora non stiamo difendendo la libertà religiosa. Stiamo solo selezionando le nostre emozioni.