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Perché l'informazione non s'impone

Il M5s sta prendendo contromano l'editoria. Dall'idea dell'interventismo di stato a quella di lasciare correre le notizie-bufala. Non è il dirigismo che ravviva un settore in cerca di un guizzo, ma il mercato

31 Marzo 2019 alle 06:18

Perché l'informazione non s'impone

Due senatori leggono i giornali in Aula (foto LaPresse)

Benché pertinente col senso d’urgenza per la situazione dei media in Italia e nel mondo occidentale, l’appello agli Stati generali forse non è di grande auspicio. E’ mutuato dagli États généraux, l’assemblea convocata per l’ultima volta nel 1788 da re Luigi XVI per discutere tra i rappresentanti di clero, aristocrazia e popolo il contenimento della grave crisi politica, economica, sociale e finanziaria che concimava l’imminente Rivoluzione francese. Quando la monarchia fu rovesciata, Luigi Capeto ci rimise l’onore e la testa. In questi giorni all’apertura degli Stati generali dell’editoria il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria Vito Crimi, rappresentante del Movimento 5 stelle in un governo che si dice aperto al dialogo con gli stakeholder, ha cominciato con il piglio sbagliato.

 

“Se l’idea è continuare a pensare che l’unica forma per sostenere l’editoria è il contributo diretto, signori, non ci siamo. Dobbiamo guardare al futuro, il mondo sta cambiando, bisogna creare un modello nuovo per il rilancio del settore, non per farlo bivaccare ancora per un po’ di tempo”, ha detto.

 

L’intenzione principale – non da oggi – è quella di abolire il finanziamento pubblico all’editoria con una strategia all’apparenza incoerente con la situazione dei media italiani. In primo luogo significa mettere in una condizione di sofferenza la stampa cartacea (e online), il che equivale a uccidere un uomo morto. Durante la crisi i media stampa hanno ristagnato: se nel 2007 erano letti dal 67 per cento degli italiani nel 2018 si sono ridotti al 37,4 per cento. Il calo non è stato compensato dai giornali online la cui utenza è aumentata dal 21,1 al 26,3 per cento, troppo poco. A essere interessate dai tagli sono diverse testate tra cui Avvenire, Libero, Italia Oggi, il Manifesto, Il Foglio e altri. In questo senso Crimi sembra indicare di volere dare una spinta – non troppo gentile – al settore senza che però ci siano, al momento, guizzi tali da fare immaginare una innovazione del modello soprattutto in Italia, ma più in generale nel panorama mondiale (se non, come vedremo, l’eccezione tedesca e americana). E soprattutto non è un cambiamento da imprimere con approccio dirigista, sperando in una conversione rapida motivata essenzialmente da una sensazione di soffocamento. D’altra parte a rischiare ci sono anche i media radiofonici tra cui Radio Radicale che dal 1976 svolge un servizio pubblico di informazione, anche senza intermediazione giornalistica dei fatti politici, con corrispondenze internazionali in stile Bbc (rare nel panorama italiano). Il mezzo radiofonico in generale è quello che sta ponendosi all’avanguardia nel processo di ibridazione dei media, come dice l’ultimo rapporto Censis, perché i radioascoltatori sono il 79,3 per cento degli italiani che assegnano al mezzo il primato della credibilità (il 69,7 pe cento della popolazione lo considera molto o abbastanza affidabile).

 

Il disgusto di Crimi e la libertà di stampa

Il sottosegretario all’Editoria che tace sulle fake news dei suoi minaccia tagli agli altri

 

Dunque la strategia governativa al momento pare, da un lato, penalizzare un segmento in difficoltà senza la proposta di un’alternativa di sviluppo e, dall’altro, quello di penalizzare altrettanto un altro segmento con potenzialità in crescita da fare esplodere.

 

L’idea di “bivaccare”, nel senso di vivere in ripari di fortuna, riferita alla professione giornalistica sembrerà poi famigliare agli addetti. Secondo l’Osservatorio sul giornalismo dell’Autorità per le garanzie sulle comunicazioni (Agcom), dal 2009 il numero di giornalisti autonomi (se non diversamente specificato, termine con cui viene di seguito designato il lavoratore iscritto alla gestione Separata Inpgi2) ha superato quello dei giornalisti dipendenti puri ( termine con cui viene di seguito designato il lavoratore iscritto alla Gestione principale Inpgi1), che, nel 2015, rappresentavano solo il 27 per cento del totale. Significa che la precarietà nella professione è una condizione diffusa. Questo interessa in particolare i nuovi media e la produzione di contenuti video, la cui richiesta da parte degli editori e degli utenti è in aumento, così come il numero di videomaker free-lance “bivaccanti”, nel senso di appostati, per coprire la cronaca fuori dai palazzi istituzionali o dove i fatti accadono facendo il loro dovere. Negli ultimi quindici anni, dice poi il rapporto biennale Agcom redatto nel 2017, si è assistito a un significativo aumento delle fasce reddituali più basse (35 mila euro) in una crisi strutturale di settore che coinvolge tutti i mezzi a contenuto editoriale.

 

Difficile dire si tratti di una “casta” come da slogan di Beppe Grillo e M5s, semmai è una casta più vicina alla condizione dei pariah che a quella dei bramini. La condizione economica ha un effetto sull’utenza per come l’informazione viene veicolata e recepita? Probabilmente sì.

 

Delitto d'autore sul copyright

Il Parlamento europeo approva la giusta legge sul diritto d’autore e dà una lezione ai sostenitori dell’anarchia digitale. I populisti votano contro. Ecco perché regolare le piattaforme su internet non è una questione di diritto: è una questione di democrazia

  

Parlando con il Foglio l’ex ministro del Lavoro, la professoressa Elsa Fornero, oggetto di una campagna mediatica feroce per avere assicurato la sostenibilità del sistema pensionistico per i prossimi decenni, ricorda un episodio in proposito. “C’era qualcosa che riguardava un aspetto del mercato del lavoro e io avevo detto esattamente quello che avevo fatto. Poi il giorno dopo incontrando i giornalisti ho chiesto: come mai quando parlo in maniera trasparente e onesta poi vedo sempre le mie affermazioni riportate in maniera polemica? Un giovane giornalista che segue i politici in Parlamento mi ha risposto: ‘Sì professoressa se noi diciamo quello che lei fa non interessa a nessuno, se invece polemizziamo almeno ci pagano quei dieci euro per scriverlo”. Per questo Fornero pensa che “ci sia un grosso problema, è come se l’informazione avesse dentro un baco che la induce a una distorsione sistematica verso la polemica, la volgarità del linguaggio, gli insulti invece delle argomentazioni. E’ sicuramente una deviazione che non giova al dialogo civile e all’esercizio della democrazia”.

 

L’integrazione giornali-digitale è, poi, certamente la via da percorrere per tentare di risollevare il settore. Tuttavia il M5s sembra prendere la questione contromano opponendosi alla direttiva europea sul Copyright, appena approvata, con cui s’intende anche fare pagare le piattaforme digitali per i contenuti editoriali distribuiti; una più equa divisione della torta. Il rischio è di aumentare la disinformazione in rete – i social network e siti online “acchiappa clic” non sono più considerati fonte di informazione, come prima degli scandali che hanno coinvolto Facebook. E nemmeno si capisce come gli editori possano aumentare i ricavi dal bacino (in crescita esponenziale) del consumo di informazione digitale. In questo contesto va detto che gli editori non possono però solo concentrarsi sul mero recupero del maltolto dalle piattaforme social e usarlo come alibi o come unica strategia per sopravvivere.

 

Nel “Focus R&S sull’Editoria 2013-2018” pubblicato da Mediobanca il 13 dicembre scorso il maggiore centro studi finanziario privato italiano sintetizza letteralmente così la situazione italiana paragonata ai maggiori paesi europei: “Nel confronto Italia-Francia-Germania-Regno Unito l’Italia è unica per contrazione del giro d’affari nel 2017-’16 (Germania e Francia più che positive, Regno Unito in leggero aumento) e fanalino di coda insieme a Francia per solidità finanziaria (Uk la più solida); Italia ultima per tasso di investimento (Germania investe di più) nel 2017; per redditività industriale Germania über alles (ebit margin 9,7% nel 2017), Italia positiva (ebit margin 4,1% nel 2017), a ridosso del Regno Unito (4,3%). In leggero calo nel 2017-’16 i ricavi delle società editoriali europee esaminate cui fanno capo i quotidiani d’informazione (mediamente -0,5%); in controtendenza i ricavi delle società europee che editano testate economiche (mediamente +3,9%) Nel 2013-2017 dicotomia accentuata (-5,5% l’informazione e +7,5% gli economici); crollo dei ricavi diffusionali (-10% per i quotidiani d’informazione). Ricavi aumentati per Francia (+7,4%) e Germania (+0,8%), fanalini di coda Regno Unito (-5,4%) e Italia (-20,2%); tracollo dei ricavi diffusionali (Regno Unito -10,9%, Germania -10,4% e Italia -22,2%); fa eccezione la Francia (+2,4%) grazie all’aumento dei prezzi dei quotidiani”.

 

Il flash rende l’idea di come vista dal versante aziendale esista sì una crisi dell’editoria, ma molto meno generalizzata e assai più variegata di quanto la narrativa comune faccia credere. E soprattutto di come la maggior parte delle strategie sbagliate si sia concentrata in Italia, unita a un’atavica scarsa propensione a leggere. Rispetto alla famosa soglia dei 5,5 milioni di lettori di quotidiani, difesa per decenni fino all’alba dei Duemila, ne restano oggi meno della metà. A livello mondiale però la situazione è problematica ma non così drammatica: dal 2013 al 2017 i ricavi complessivi sono passati da 164 a 150 miliardi di dollari, una riduzione dell’8,5 per cento che dunque non è ancora strutturale ma ciclica. E a sorpresa i ricavi dalla diffusione cartacea sono anche aumentati, del 4,1 per cento, anche se si è ridotto drammaticamente l’introito della pubblicità stampata: meno 42,5.

 

All’inverso il digitale pur rappresentando ancora una quota minima (il 2,9 per cento) del business mondiale dell’editoria registra incrementi monstre sia per diffusione (211,1 per cento) sia per pubblicità (60,2). Dunque, in base allo studio di Mediobanca, benché a fine 2017 l’89,5 per cento del giro d’affari dell’editoria provenga ancora dalla carta stampata, quale sia il campo da coltivare (senza abbandonare la carta) è evidente. Axel Springer, colosso editoriale tedesco famoso per il tabloid Bild, il quotidiano conservatore Welt ma anche per l’edizione europea di Rolling Stone, che continua a chiudere bilanci in utile, lo ha capito da tempo: non dai 12 milioni di copie di Bild (record europeo) né dalle 180 mila di Welt ricava gli introiti per mantenere i 16 mila dipendenti, aumentare il fatturato (4,1 miliardi nel 2018) e gli utili (528 milioni), ma da una sfilza di portali di vendite che spaziano dagli immobili al gossip alla moda fino all’insider finanziario, nonché da investimenti marginali in aziende di sharing economy, Uber compresa. “Il 70,6 per cento dei nostri introiti viene dal digitale”, dice Mathias Döpfner, ceo di Axel Springer.

 

I due maggiori editori di quotidiani in Italia, Rcs (Corriere della Sera) e Gedi (Repubblica, La Stampa e Secolo XIX) hanno fatturati rispettivamente di 900 milioni e 650 milioni, ma gli investimenti nel digitale puro, sui quali intende puntare soprattutto Urbano Cairo, editore di Rcs, stentano ancora a decollare. Il binomio editoria-digitale è perfettamente simboleggiato dal Washington Post, carico di gloria, premi Pulitzer e inchieste che oltre ad aver fatto dimettere Richard Nixon (ma non Donald Trump) sono finite puntualmente in kolossal da Oscar e serie tv: purtroppo quattro generazioni di famiglia Graham aveva prodotto nel 2013 perdite per 54 milioni di dollari e vendite precipitate del 44 per cento. Quando Jeff Bezos, dopo avere staccato un assegno di 250 milioni agli eredi Graham, mise piede in redazione, i sofisticati senior editor in botton down gli chiesero dove volesse portare il Post. Risposta “In pista di decollo”. Il giornale è diventato per la prima volta il secondo per vendite negli Stati Uniti, dietro il New York Times, e nel 2017 ha ricavato dalla sola vendita di contenuti digitali non giornalistici 100 milioni di dollari. E l’anno scorso il New York Times, che attraverso una qualità elevata e l’accesso a pagamento, su cui è stato first mover, ha generato solo dal digitale 709 milioni di dollari di ricavi; sono più di 3,3 milioni gli utenti che pagano per i suoi prodotti (e sono in crescita).

 

Secondo Mediobanca, comunque “la crescita digitale, da sola, non compensa le perdite da stampa. Ma dalla recente ricerca World news publisher outlook è emersa l’importanza per gli editori di diversificare i flussi di entrate e individuare nuove fonti di ricavo in attività non tradizionali. Attualmente nel 70 per cento dei casi i ricavi non tradizionali rappresentano al massimo il 30 del totale; nei prossimi cinque anni ci si aspetta un aumento esponenziale”. Il 14 marzo la quotazione in borsa di Seif, editrice de Fatto Quotidiano, ha fruttato una prospettiva di 2,9 milioni di raccolta rispetto ai 10 preventivati: che sia colpa del declino dei 5 stelle, forza politica di riferimento di Marco Travaglio e dei suoi, o di una strategia di diversificazione in fase di avanzamento, o delle avversità del mercato stesso, è presto per dirlo. Gedi, il gruppo che ha per bussola il centrosinistra non se la passa benissimo. Nemmeno il quotidiano degli industriali, il Sole 24 Ore. La condizione è comunque difficile per tutti. A essere realisti più che di politica qui il problema sta nel mercato: come nella moda, o hai l’inventiva e fiuto delle startup o sei globale come Springer e Amazon.

 

Detto tutto questo, anziché togliere i soldi pubblici per ritorsione, cosa dovrebbero partorire gli Stati generali dell’editoria?

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