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Sotto pressione. Il pericolo di una pioggia di balzelli

La leva fiscale può essere utile per creare competizione tra enti locali e comuni, come avviene in Svizzera. Ma qui non è il paradiso elvetico. Il rischio è aggravare il peso dei tributi per famiglie e imprese

27 Gennaio 2019 alle 06:03

Sotto pressione. Il pericolo di una pioggia di balzelli

Cosa deve pensare un liberale dinanzi a enti locali che aumentano ogni genere d’imposta? In che modo si deve giudicare una situazione nella quale i comuni inaspriscono sempre più la pressione fiscale a danno di imprese e famiglie? In questa breve riflessione si cercherà innanzitutto di evidenziare come esistano ragioni per opporsi a ogni incremento del prelievo fiscale, come – al tempo stesso – una tassazione localizzata sia da preferirsi e, infine, come il “caso italiano” abbia ben poche delle virtù degli ordinamenti basati su quella competizione istituzionale che obbliga i governanti a mettersi al servizio dei governati.

  

In primo luogo, bisogna comunque ricordare che uno dei tratti della cultura liberale è nel suo opporsi ai prelievi tributari spropositati e, più in generale, all’idea stessa che le risorse dei privati siano a disposizione del ceto politico-burocratico. Una società libera è incompatibile con governi, anche locali, che incrementino di continuo la tassazione e impediscano ogni possibilità di sviluppo. Per questo non è certo liberale chi promuove l’aumento della tassazione (e della spesa pubblica), restringendo l’area dell’autonomia privata.

     

   

Disporre dei soldi altrui significa disporre anche della loro esistenza. Come rilevò Friedrich A. von Hayek, chi controlla i mezzi controlla anche i fini. Per questo, lo statalismo che penetra nell’economia non si limita a spingere l’intero sistema produttivo verso l’irrazionalità, ma mina la stessa autonomia dei singoli e delle comunità volontarie. Oltre a ciò, ogni euro che lascia l’economia concorrenziale e finisce nel settore pubblico è un euro che accede a un universo largamente deresponsabilizzato: dove la competizione non trova spazio, la necessità di soddisfare il consumatore viene meno e trionfa ogni forma di parassitismo. Eppure, da tempo immemore federalismo e liberalismo procedono lungo le medesime logiche. A Filadelfia, quando si trattò di scrivere la costituzione per le colonie uscite vincitrici dal conflitto contro la madrepatria inglese, coloro che sposavano le tesi più liberali erano gli stessi che si opponevano con maggior forza (sulla base degli argomenti di Thomas Jefferson) a ogni unificazione e centralizzazione del potere. I primi dieci emendamenti al testo costituzionale, che furono parte importante del compromesso tra i fautori di un’unione assai stretta e quanti le si opponevano, sono segnati proprio da questo orientamento al contempo liberale e federalista.

  

C’è allora da domandarsi “se” e “in che senso” chi auspica una società più libera debba essere favorevole a una crescente localizzazione del potere: all’avvio di un processo di decentralizzazione che, tra le altre cose, attribuisca agli enti locali la facoltà di fissare i livelli del prelievo, definisca le modalità e, infine, utilizzi le risorse sottratte ai cittadini.

  

Nel corso del Novecento molti studiosi hanno evidenziato come la localizzazione dei prelievi tributari e dei centri di spesa crei una specie di “mercato dei governi”: a tutto vantaggio della società. In una realtà come quella Svizzera, per esempio, è sufficiente spostarsi di pochi chilometri per trovare una fiscalità differente. Cosa ne discende? Pochi approfittano di questa concorrenza tra tassatori e lasciano un comune per un altro, ma la possibilità stessa che questo possa accadere vincola tantissimo il comportamento degli amministratori. Se in Svizzera la tassazione è assai più bassa di quanto non sia in Germania, Francia o Italia, questo si deve in primo luogo al fatto che una realtà come quella elvetica è più piccola della Lombardia (ha solo 8,5 milioni di abitanti) ed è divisa in 26 cantoni e in oltre duemila comuni. Il fatto che ogni realtà abbia un’ampia libertà di decidere le aliquote, e s’avvalga spesso di questa facoltà per attrarre investimenti, induce a tenere moderata la fiscalità complessiva.

   

Se ogni comune vive delle risorse che ottiene dai propri cittadini (e non grazie a una qualche manna che “cade dal cielo”: dalla finanza derivata e quindi dalla redistribuzione delle risorse nazionali) quello che si mette in modo è un meccanismo di responsabilizzazione. Sprechi e parassitismi sono sempre possibile: entro ogni ordine politico e a ogni latitudine. Se però la spesa pubblica è finanziata da cittadini “a chilometro zero”, e da una lontana entità indefinita, un po’ alla volta le cose migliorano. Va ricordato che in Svizzera ogni cittadino paga imposte federali, cantonali e comunali. Queste ultime sono definite grazie a un’aliquota (detta “moltiplicatore”) che va applicato ai tributi cantonali. Se insomma devo dare 100 al cantone e il mio comune ha adottato un “moltiplicatore” dello 0,8, dovrò dare al comune 80. Questo però significa che nei comuni vicini vi possono essere aliquote dello 0,7, dello 0,6 e via dicendo. Ne discende che ognuno osserva quello che fa l’altro e deve giustificare dinanzi agli elettori le scelte fatte. E’ evidente che di per sé la localizzazione dei prelievi e delle spese non ci porta entro un universo compiutamente liberale. Mentre chi offre beni e servizi sul mercato può trovare clienti solo se vi sono soggetti che liberamente scelgono di indirizzarsi a lui, ogni entità comunale è un piccolo monopolio, e per questo è sempre in grado di operare una sorta di “estorsione” a danno di imprese, lavoratori, proprietari e famiglie. E nonostante ciò bisogna ricordare che “size matters”: perché la piccola dimensione delle realtà locali rende ben poco costoso il fatto di spostarsi altrove, a tutto beneficio della società nel suo insieme.

  

Ecco perché ogni scelta di localizzare, al tempo stesso, le entrate e le uscite può essere guardata con interesse da quanti auspicano un’Italia meno statizzata, socialista, dominata dal dirigismo di pochi e da logiche politiche. Eppure c’è poco da essere soddisfatti riguardo a quanto è accaduto nel nostro paese nel corso degli ultimi anni, dove pure abbiamo visto crescere il peso del prelievo locale senza che diminuisse la fiscalità nazionale. In sostanza, gli ultimi governi – compreso quello attuale – hanno fatto tutto il possibile per privilegiare le loro iniziative politiche e i loro progetti largamente mediatizzati. Poiché si è sempre trattato di progetti assai costosi – basti pensare, per limitarsi al presente, alle modifiche della Fornero e al varo del reddito di cittadinanza – una delle conseguenze è stato l’aumento della spesa. Da quando siamo in Europa e soprattutto nell’Eurozona, però, non è più possibile gestire i propri conti facendo deficit illimitati, dato che tutto questo avrebbe conseguenze sulle economie degli altri paesi. Volendo spendere a più non posso e non potendo eccedere nell’aumento del debito, i governanti hanno scelto di ridurre le risorse a disposizione degli enti locali e, al tempo stesso, di allargare la possibilità che essi hanno di tassare senza freni i loro cittadini. Ci si sta avvicinando al modello elvetico? Assolutamente no. Per dirigersi verso una fiscalità federale e competitiva sarebbe stato necessario, in maniera contestuale, eliminare un prelievo e una spesa precedentemente gestita a livello centrale, conferendo ai comuni la possibilità di tassare in autonomia e di disporre poi di quelle risorse. In tal modo, il cittadino non avrebbe visto aumentare la pressione tributaria complessiva e, nel corso del tempo, avrebbe potuto pure avvantaggiarsi degli effetti benefici della concorrenza tra comuni.

  

Il caso di una città come Taranto, con tanti anni di cattiva amministrazione alle spalle e che ora si trova a imporre le aliquote massime per l’Irpef e anche per l’Imu, e di aumentare la Tari, la tassa sui rifiuti, è lì a dimostrare che per fare spazio alle virtù della concorrenza locale è necessario che lo stato centrale si ritragga, in modo tale che i tributi locali non si aggiungano a quelli nazionali, me ne prendano il posto.

  

Se lo stato italiano spende in maniera indiscriminata e fa lievitare il debito, riducendo le risorse per gli enti locali e colpendo ancor più i cittadini con l’introduzione di ulteriori imposte comunali, il treno che si prende non ci porta esattamente a Zurigo, ma semmai nei sobborghi di Caracas. E non si è esattamente della stessa cosa.

  

*Università di Verona e Istituto Bruno Leoni

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