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    <title>Il Foglio RSS</title>
    <link>https://www.ilfoglio.it</link>
    <description>Il Foglio RSS contents</description>
    <language>it-it</language>
    <pubDate>Sat, 14 Mar 2026 10:55:06 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Il Foglio</dc:creator>
    <dc:date>2026-03-14T10:55:06Z</dc:date>
    <dc:language>it-it</dc:language>
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      <title>Due vite parallele e il mondo intero dentro un romanzo su chi siamo. Il papiro di Miray</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/03/14/news/due-vite-parallele-e-il-mondo-intero-dentro-un-romanzo-su-chi-siamo-il-papiro-di-miray-8779528/</link>
      <description>&lt;p&gt;Dramatis personae: Miray, Erodiade, Salomè, Dina, Ela, Miriam, Giovanna, un’altra Salomè. Beula, Lia, Rama, Caroline, Claire, una vedova, una vecchietta, una libraia, le “donne del mercato” e la “c... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 14 Mar 2026 10:55:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Ubaldo Casotto</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-14T10:55:00Z</dc:date>
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      <title>Marta, Gerry e la piccola Bianca sull’isola. La tempesta travolge tutto</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/03/14/news/marta-gerry-e-la-piccola-bianca-sull-isola-la-tempesta-travolge-tutto-8779517/</link>
      <description>&lt;p&gt;Marta, Gerry e la piccola Bianca sbarcano su un’isola del sud Italia dove passano le vacanze. Sono una coppia di quarantenni con figlioletta di due anni, che si esprime nel modo bizzarro e pieno di invenzioni divertenti di chi si sta appropriando delle parole giocand. La vediamo spesso alle prese col suo papà in un rapporto felice e privilegiato. Eppure in quel loro sbarco che si vorrebbe spensierato c’è già qualcosa di vagamente inquietante. Troppa luce, troppa gente, troppa attenzione protettiva verso la bambina, troppi scossoni sulla Panda che li porta alla casa presa in affitto in Vicolo dei Magistri già Strada Torrente Minore, troppe rocce nere in mezzo ai colori accecanti del cielo. Come sempre. Eppure Gerry sente qualcosa di diverso nell’aria, che forse altro non è se non ansia da viaggio. Non lo scriveva &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/patrizia-cavalli/"&gt;Patrizia Cavalli&lt;/a&gt; nei versi che gli tornano in mente? Ma valorose sono le partenze / anche se spesso un imbarazzo le consuma…&lt;br&gt; Poi l’ansia, o imbarazzo, si attenua. Comincia la vacanza. Il mare, gli aperitivi al bar o in terrazzo, le chiacchiere con gli amici e i pettegolezzi di coppia la sera a letto. Un insieme di gesti leggeri che poi, dopo la catastrofe, si trasformeranno in segni, tappe verso il compiersi del destino, perché la catastrofe rende “necessaria la cronaca delle vite degli altri”. Non solo la propria. Così, con pigrizia estiva appunto, Nicola Ravera Rafele procede a passi felpati in un romanzo dal titolo che mette subito in guardia, "&lt;a href="https://amzn.to/410tkLH"&gt;Nubifragio&lt;/a&gt;" (HarperCollins), ma potrebbe alludere al naufragio di un rapporto o alla rottura di una amicizia, catastrofi grandi e piccole che a volte travolgono il quotidiano e proprio nei momenti più impensati. Gerry poi approfitta del tempo libero per ragionare su sé stesso e sulla sua generazione che sente allo sbando, sulla direzione da prendere nella vita, fa bilanci insoddisfacenti, si misura con il successo di un conoscente ben più anziano di lui che è una star dell’architettura, corteggiatore di donne giovani, ben piazzato nella vita, soddisfatto di sé professionalmente ed eroticamente. O così appare. Perché questo è un romanzo che racconta, o almeno suggerisce, anche l’altro lato delle persone, quello in ombra che difficilmente trapela all’esterno.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Un po’ come il cielo dell’isola, “ancora blu” ma “filtrato da uno strato leggero di piccole nuvole bianche”. Sono cirrocumuli. “Nessuno li nota, i cirrocumuli, quando arrivano. Morbidi, decorativi, come un drappeggio sul celeste, come una garza. Nessuno li nota mentre annunciano la burrasca”. E poi la burrasca arriva. Introdotta da una frase decisiva: “Cominciò a piovere dopo mezzanotte”. E allora? Quante volte comincia a piovere dopo mezzanotte? Perché allarmarsi? &amp;nbsp;Perché, se si sta leggendo questo libro, la pioggia, quella pioggia notturna, è un altro definitivo segnale di ciò che lo scrittore si è preoccupato di suggerire mentre raccontava i normali diversivi di una vacanza, le tensioni e le simpatie fra persone della stessa età o di generazioni diverse, l’inconsistenza di discussioni da apericena (visto che “non avevamo nulla da dire, ma soltanto cose da dirci”), i problemi sentimentali di una, il garbuglio fallimentare della vita di un altro, la lotta di una bambina per impadronirsi delle chiavi del mondo, le chiavi del linguaggio.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La tempesta travolge tutto. Viene giù la montagna da cui gli alberi erano stati estirpati e mai ripiantati, il Vicolo dei Magistri torna a essere il torrente che era stato, Bianca, Marta e Gerry rischiano di morire travolti dal fango. Ma di questa seconda parte emozionante, che riesce a ricreare un’esperienza personale terribile vissuta dall’autore, e del coraggio risolutivo di un giovane uomo che si era definito irrisolto, non sarebbe giusto anticipare i tanto potenti dettagli.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 14 Mar 2026 09:43:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-14T09:43:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Ma perché tua figlia dovrebbe pensarti anche solo un minuto?</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/03/13/news/ma-perche-tua-figlia-dovrebbe-pensarti-anche-solo-un-minuto--8779515/</link>
      <description>&lt;p&gt;Come nelle parabole, la mia amica trova il messaggio e la morale in ogni cosa che le racconto. &lt;strong&gt;Nella sua rappresentazione del mondo io faccio sempre una figura da cretina: ma perché mai una... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Fri, 13 Mar 2026 04:42:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-03-13T04:42:00Z</dc:date>
    </item>
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      <title>"Armadio di famiglia", per scaraventare via tutti i vestiti accumulati negli anni</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/03/07/news/-armadio-di-famiglia-per-scaraventare-via-tutti-i-vestiti-accumulati-negli-anni-8749547/</link>
      <description>&lt;p&gt;La vita famigliare è fatta di consuetudini e abitudini che agli occhi dei figli ancora piccoli appaiono irremovibili e che poi successivamente - una volta divenuti adolescenti - assumono invece la ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 07 Mar 2026 10:21:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Giacomo Giossi</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-07T10:21:00Z</dc:date>
    </item>
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      <title>Arrivavano dal nulla, come fa chi rimane. La famiglia deve restare unita</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/03/07/news/arrivavano-dal-nulla-come-fa-chi-rimane-la-famiglia-deve-restare-unita-8749554/</link>
      <description>&lt;p&gt;Nella tribù di La Roche mi chiamano l’uomo che cammina coi cani. Non so quando sia cominciato, né chi l’abbia detto per primo. In certi posti i ruoli si decidono senza che nessuno li decida.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Sono tre randagi che ho trovato — o che mi hanno trovato — il giorno in cui mi sono sistemato nella casetta accanto al dispensario. Arrivavano dal nulla, come accade con chi poi rimane.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il grande lo chiamo Orso: morbido, paziente, ulula di gioia con una gravità da vecchio saggio. Qualcosa in lui assomiglia alla fiducia — non quella guadagnata, ma quella data senza ragione apparente. Princi è piccola e bianca, passa le serate sul patio a osservarmi con un’attenzione senza sorpresa. A volte penso che sappia già tutto quello che le serve e che il resto non le interessi. Saverio era spelacchiato, zoppicante, con lo sguardo rassegnato. Settimane di medicine e cibo, e ha smesso di trascinarsi. Zoppica ancora, ma in modo diverso.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Una mattina, dopo qualche chilometro, Saverio si ferma. Non ce la fa più. Lo guardiamo un momento, poi Orso, Princi e io continuiamo. Al ritorno è sul patio ad aspettarci, la coda in movimento.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Maré è una delle isole della Lealtà in Nuova Caledonia. La tribù in cui vivo è isolata. Poche auto, strade sterrate, canne da zucchero ai margini dei sentieri, papaye che maturano abbandonate. Ho preso l’abitudine di correre ogni giorno — sole soffocante o pioggia tropicale — per limitare quella depressione tropicale propria di certi luoghi ai confini del mondo. Non è malinconia. È qualcosa di più fisico: il peso dell’essere straniero che si aggiunge all’umidità. I cani mi seguono ovunque. Non so se lo facciano per me o per loro.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Sono arrivato pochi mesi dopo che l’esercito ha represso le sommosse per l’indipendenza.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Un uomo bianco e biondo che corre per i loro sentieri con tre randagi. I kanak mi guardano come si guarda qualcosa di cui non si è ancora deciso il destino.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Un giorno, lungo la strada per Penelo, un vecchio kanak ci si affianca sopra un’auto scassata — senza portiere né parabrezza, venti all’ora al massimo. I cani abbaiano furiosi. Il vecchio sorride — una bocca senza denti, una gioia antica — e accelera. Saverio gli va dietro per qualche centinaio di metri, abbaiando. Poi si ferma, guarda l’auto sparire, e torna da noi soddisfatto. E’ la prima volta che lo vedo correre senza zoppicare.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Qualche settimana dopo, durante una corsa più sostenuta, si stacca di nuovo. Ci osserva allontanarci, stanco e zoppicante come nei primi giorni. Orso, Princi e io proseguiamo come al solito.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Al ritorno però non c’è. Attendo sull’amaca fino all’imbrunire, scrutando i prati intorno al dispensario. Passa la notte. Niente. Il giorno seguente parto con Orso e Princi a cercarlo invano lungo il percorso. Orso annusa l’aria con una concentrazione che somiglia al lutto. Princi cammina vicina alla mia gamba, più del solito.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Tornato a casa, mi rimetto sull’amaca. Il sole scende dietro le colline, indifferente. Da qualche parte nella tribù qualcuno accende un fuoco per bruciare le foglie delle palme — lo sento dall’odore. Orso si sdraia ai miei piedi. Princi guarda il sentiero.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Verso sera un pick-up blu arrugginito attraversa lento il prato fangoso e viene verso di me. Non viene quasi mai nessuno fin alla mia porta. Mi alzo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Si ferma a pochi metri. Un kanak imponente — che non avevo mai visto — sporge la testa dal finestrino.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;— Sei tu l’uomo che cammina coi cani.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Non è una domanda.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Lo fisso perplesso.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Lui apre la portiera. Saverio scende. Trova subito Princi, cominciano a giocare. Orso ulula.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Guardo il kanak. Non so cosa dire, e così non dico niente.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Lui innesta la retromarcia e, prima di svanire nell’imbrunire, dice:&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;— La famiglia deve restare unita.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Federico Tavola&lt;/strong&gt;,&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;scrittore, per Solferino ha pubblicato “&lt;a href="https://amzn.to/4udeizx"&gt;La grammatica di frontiera&lt;/a&gt;”&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 07 Mar 2026 09:27:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Federico Tavola</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-07T09:27:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Catarsi catastrofiche e tutti i buchi neri da Shakespeare in poi</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/03/06/news/catarsi-catastrofiche-e-tutti-i-buchi-neri-da-shakespeare-in-poi-8749544/</link>
      <description>&lt;p&gt;Qualche settimana fa, al cinema, ho visto &lt;strong&gt;&lt;i&gt;Hamnet&lt;/i&gt; &lt;/strong&gt;insieme a mio figlio: lui era devastato all’idea che si parlasse di &lt;strong&gt;William Shakespeare&lt;/strong&gt;, il buco nero della... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Fri, 06 Mar 2026 04:24:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Annalena Benini</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-06T04:24:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Meno campo uso, maggiore è l’ordine. Più ordine, meno fatica. Il tennis interiore</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/02/28/news/meno-campo-uso-maggiore-e-l-ordine-piu-ordine-meno-fatica-il-tennis-interiore-8710309/</link>
      <description>&lt;p&gt;Cosa vuol dire praticare uno &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/sport/"&gt;sport&lt;/a&gt;? Rispettare una geometria, comprenderne le regole e apprestarsi alle misure con precisione. All’interno di un rettangolo definito da linee bianche si ritrova Aleni, deve capire lo spazio che la circonda e insieme la forma del suo corpo. &lt;strong&gt;Aleni è ancora una bambina quando prende in mano per la prima volta una racchetta da tennis, il padre la segue con attenzione e premura, ma i suoi silenzi appaiono spesso imperscrutabili. &lt;/strong&gt;C’è una forma di opacità che separa Aleni dal padre, rischiarata soltanto da uno sguardo più felice, da una sensazione di esattezza che si allinea al movimento di un gesto ben coordinato. Un’affinità sorprendente che ogni tanto cade con assoluta precisione tra mente e corpo, tra padre e figlia. Il tennis è al centro del secondo romanzo di &lt;strong&gt;Giulia Della Cioppa&lt;/strong&gt; che dopo l’esordio con "Ventre" nel 2023 ora con "&lt;a href="https://amzn.to/46xc2cq"&gt;La mancina&lt;/a&gt;" (Bompiani) &lt;strong&gt;recupera una parte della propria autobiografia, gli anni trascorsi sui campi da tennis tra allenamenti pressoché quotidiani e tornei sparsi per l’Italia.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La pratica agonistica è un tema un po’ sottovalutato dalla narrativa italiana contemporanea che Della Cioppa riesce invece a trasmettere con una lingua estremamente bilanciata dentro alla quale il movimento e il suo processo assumono uno spazio narrativo inedito. &lt;strong&gt;Le pagine de La mancina vibrano della stessa forza del gesto atletico lasciando sullo sfondo la costruzione aneddotica.&lt;/strong&gt; La retorica che inquadra lo sport come parabola di un racconto esistenziale qui è totalmente (e fortunatamente) assente. Non si tratta infatti di raccontare nel romanzo gesta e virtù quanto cadute e vizi di qualche grande campione e ancora meno vi è la necessità di far assurgere il tennis - oltre la sua stessa pratica - a elemento di formazione. &lt;strong&gt;Quello che Della Cioppa racconta con straordinaria puntualità è proprio la pratica e le sue conseguenze:&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;"Con le caviglie fasciate spingo le gambe intorno al cono, le suole lasciano tracce, disegnando un triangolo nella terra. Ci ripasso su centinaia di volte e ogni volta la forma deve diventare più stretta. Meno campo uso, maggiore è l’ordine. Maggiore è l’ordine, minore è la fatica".&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Con il padre Aleni mantiene un rapporto fatto di sguardi, insegue i pensieri paterni con l’angoscia di chi ha bisogno di recuperare un approdo in cui ritrovare conforto. Ed è un movimento che nuovamente sta tutto all’interno di una geometria: darsi la misura e riconoscere le distanze. Tutto diventa essenziale, più la precisione aumenta sul campo da gioco più Aleni migliora la percezione di se stessa. &lt;strong&gt;La mancina diviene così il racconto di uno svantaggio, di una diversità ormai socialmente nemmeno considerata. L’essere mancina però nello sport e in particolare nel tennis rivela da subito ulteriori possibilità. &lt;/strong&gt;Una variabilità del gioco capace di andare oltre anche le regole stabilite. Aleni allora avverte - una volta rimosso il pudore che prima di ogni altra cosa agisce contro se stessa - la necessità di superare quel campo, quella geometria.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Aleni deve andare al di là di quella partita, di quel torneo e di quel gioco così assurdamente ossessivo e faticoso. Lo sport dunque come limite e non apertura, ma contemporaneamente come limite visibile al punto da mostrare un oltre potenziale.&lt;/strong&gt; Un obbligo alla scelta a cui Aleni deve dare risposta: "Sento una forza che mi strattona, che pretende di uscire o di essere lasciata in pace. Se il mio corpo conosce l’ordine, non è lo stesso per quello che mi frulla nella testa". Giulia Della Cioppa recupera la tensione e dell’asprezza del suo romanzo d’esordio, ma qui con un respiro maggiore che &amp;nbsp;dà forma a immagini precise. Una leggerezza inebriante che non perde però mai di vista l’estrema fatica di crescere.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 28 Feb 2026 10:16:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Giacomo Giossi</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-28T10:16:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Dacia Maraini e tutti i cani (e i dolori)della sua vita. Un’anima con le ali</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/02/28/news/dacia-maraini-e-tutti-i-cani-e-i-dolori-della-sua-vita-un-anima-con-le-ali-8710307/</link>
      <description>&lt;p&gt;“Nel fondo di una persona che abbandona un cane credo ci sia una mancanza di stima per sé”. Un inconsueto punto di vista che vale la pena approfondire. L’argomentazione continua: “La mancanza di carità, la vigliaccheria verso il prossimo derivano quasi sempre da una scarsa valutazione di sé. Chi sa di aver sempre agito secondo i valori in cui crede non compie azioni che lo farebbero vergognare”. Sono parole di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/dacia-maraini/"&gt;&lt;strong&gt;Dacia Maraini&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; che prendo dalla raccolta "&lt;a href="https://amzn.to/473B9nh"&gt;Anche i cani a volte volano. Storie di animali per tornare umani&lt;/a&gt;" (Solferino) arrivato&amp;nbsp;in libreria per la cura di Eugenio Murrali che ha scelto e ordinato i tanti interventi della scrittrice nel corso degli anni.&amp;nbsp;Dopo una breve introduzione di cui voglio citare almeno questo: “È proprio la fiducia, forse, il sentimento più sacro che un essere vivente possa donare a un altro. Rispettare gli animali non è un atto di pietà, ma di giustizia. E’ restituire equilibrio a un mondo che abbiamo spezzato”, il libro è diviso in tre parti, diversamente toccanti. Le “Storie di amicizia” raccontano i cani della vita, dalla sempre rimpianta Bionda, a Regina, Palocco, Mulino, Arancio, Bianchetto, Spina…, e il gatto Carbone, &amp;nbsp;il gabbiano Teverello, i topi amati da San Francesco… Ma insieme a queste storie tornano i ricordi, delle persone con cui si condividevano quegli animali magari, e poi gli altri morti, perché “il cuore, invecchiando, diventa un piccolo cimitero” e si riaffacciano “corpi senza corpo” che chiedono attenzione nelle “belle mattine di silenzio” o nelle notti insonni.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La seconda parte, la più consistente, dura, impegnata e impegnativa, “Noi e gli animali”, raccoglie interventi contro le tante violenze che si usano nel mondo contro questi nostri compagni di strada e di destino, incuranti delle loro atroci sofferenze, non diverse dalle nostre: un catalogo di torture ingiustificabili, di ingiustizie perpetrate a volte solo per puro divertimento e senza punizione, per cecità, crudeltà o menefreghismo. &lt;strong&gt;Maraini alza la voce, la sua voce sempre dolce e misurata, per opporsi alle pellicce, alla caccia, ai circhi, agli zoo, agli incendi accesi dall’uomo che distruggono alberi e tante creature anche minuscole di cui nessuno si preoccupa&lt;/strong&gt;. E naturalmente alle guerre, le troppe guerre che devastano il pianeta ispirandoci sdegno e paura, ma raramente la considerazione che, accanto a tante vite umane, perdiamo e abbandoniamo a sofferenze indicibili animali totalmente incolpevoli. Dacia affronta queste dolorosissime realtà, le descrive con convincente secchezza, con indignazione controllata ma non meno efficace. E quando una lettrice le scrive inferocita: “Lei ha parlato più volte delle torture inflitte agli animali, paragonandole addirittura a quelle subite dagli ebrei durante il nazismo”, Maraini – che da piccola ha avuto l’esperienza di un campo di concentramento in Giappone dove si moriva di freddo e di fame – risponde con una domanda: “E’ una cosa che francamente non capisco: perché il provare pietà per delle povere bestie torturate significa automaticamente disprezzare gli ebrei? Perché dire che la tortura, su uomini e bestie, è un orrore deve essere letto come una sottovalutazione delle pene della Shoah?” E poi le api da salvare se vogliamo salvare noi stessi, e le galline e tutti gli altri esseri viventi da sottrarre agli allevamenti intensivi e i modi tremendi in cui vengono sterminati gli animali destinati alle nostre tavole, quasi fossero insensibili al dolore fisico e psichico.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La terza parte del libro è più leggera perché sotto forma di fiaba e poesia, s’intitola “Favole dal mondo animale”, ma anche con la leggerezza si possono dire cose importanti, sognare un mondo migliore, riconoscere un’anima agli animali. Anzi, a volte, viene il dubbio che siano gli esseri umani ad averla persa.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 28 Feb 2026 10:14:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-28T10:14:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Storia di una diserzione e di una fattoria sperduta. Un soldato col rossetto </title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/02/20/news/storia-di-una-diserzione-e-di-una-fattoria-sperduta-un-soldato-col-rossetto--8682208/</link>
      <description>&lt;p&gt;La fattoria era una di quelle piccole fattorie semisperdute che rimangono isolate dalle strade principali d’estate dietro strette barriere di faggi e castagni”. Siamo al terzo anno di guerra. &lt;strong&gt;Alice Charlesworth&lt;/strong&gt;, la proprietaria della fattoria, ha il marito in un campo di prigionia giapponese. Più che per un’eventuale invasione tedesca, è preoccupata che le volpi le mangino le galline. Perché lì, nella campagna inglese, la guerra sembra “a un milione di chilometri di distanza”. Un giorno, mentre inizia a far buio, intravede una sagoma sulla sua proprietà. E’ un giovane soldato, magro, biondo, che ha “l’aria da ragazzino” e gli occhi blu spaventati. Dopo un primo confronto, lei lo invita per un tè e delle uova, che ha in abbondanza, e così lui per le successive settimane torna appena può, la aiuta ad aggiustare il trattore e raccogliere il trifoglio e mungere le mucche. Anche perché lui, per sua stessa ammissione, sa fare meglio il contadino che non il soldato. Si rendono conto di “sentirsi fuori dalla guerra”, come se la fossero lasciata alle spalle, mentre ascoltano gli uccellini e mangiano pudding. Si sentono “in una specie di vuoto”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;E così decidono di fare una pazzia. “Io lì non ci torno”, dice lui, e diserta. Lei lo protegge, facendogli crescere i capelli, mettendogli il rossetto e facendolo passare per sua sorella. E qui cominciano i drammi, da thriller tragico.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;a href="https://amzn.to/4rXegK6"&gt;In questo breve romanzo&lt;/a&gt;, "Tripla eco", di &lt;strong&gt;H.E. Bates&lt;/strong&gt;, tradotto per Adelphi da G. Granato, l’elemento della natura appare come una contrapposizione al caos della guerra, col suono degli usignoli e i colori del cielo, come in un haiku. La poesia del paesaggio fa venir voglia di abbandonare il fucile. Il latte appena munto è un sogno rispetto al rancio, dormire in un fienile è meglio che farlo nelle baracche. L’incontro tra Alice e il giovane soldato è un pretesto narrativo che crea densissimi momenti di tensione. Un manuale, questa novella, su come si può scrivere una storia semplicissima e asciutta ma potente, lasciando un non detto sulle emozioni dei personaggi, visibili da come guardano gli altri, o da come fissano l’orizzonte. Non a caso ci hanno anche fatto un film, a cui gli americani, non sofisticati, hanno dato il titolo Soldato in gonnella.&amp;nbsp; Bates era stato pilota nell’Air Force e aveva iniziato a scrivere storie di battaglie e dei valorosi eroi per l’esercito firmandosi Flying Officer X. Prolifico – il suo coccodrillo sul New York Times segnala cinquanta libri – aveva iniziato a scrivere Tripla eco durante il conflitto per poi abbandonarlo. L’ha ripreso in mano e l’ha pubblicato nel 1970, poco prima di morire. Una riscoperta, Bates, forse perché oggi la guerra è tornato un tema sempre meno esotico, così come il disertare – “Sul mare e sulla terra chi ci salverà? / Ci salverà il soldato che non la vorrà / Ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà”, cantava De André. Ma anche perché Bates è uno scrittore considerato rurale – il Times di Londra scrisse nel necrologio che “era nella linea diretta di successione degli scrittori di narrativa campagnola inglese che comprende George Eliot, Hardy e D. H. Lawrence”.&lt;br&gt; “Mentre pedalava verso casa, fermandosi lungo la strada a spezzare qua e là nel bosco qualche ramo di agrifoglio o tasso, di quercia o faggio ancora carico di ghiande e gusci, la spensieratezza si fece totale. Erano giorni che non vedeva i carri armati. L’intera vallata si stendeva sotto di lei come un enorme stagno verde, vergine, calmo e pacifico”.&lt;strong&gt;&amp;nbsp;E oggi anche la campagna è tornata sinonimo di fuga&lt;/strong&gt;, dall’Ai e dalla rete e da Slack, e i feed di Instagram sono pieni di gente che racconta di aver mollato il lavoro a Milano per costruirsi una capanna “off grid” in qualche valle montana dove non si vedono più gli eserciti di rider di Glovo.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 21 Feb 2026 09:33:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Giulio Silvano</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-21T09:33:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>La vita giovane di Mattia Insolia</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/02/20/news/la-vita-giovane-di-mattia-insolia-8682210/</link>
      <description>&lt;p&gt;C’è sempre qualcuno che confermando l’eccezione assicura la regola per tutti. C’è sempre qualcuno con cui si è cresciuti insieme, a scuola come nei pomeriggi lunghissimi tra un gioco e l’altro, tra un’ansia e l’altra, che riesce a trasformare in realtà, in una possibilità concreta, quello che per chiunque altro resta e probabilmente resterà per sempre solo un sogno. Qui, nel &lt;a href="https://amzn.to/4qW3EKY"&gt;bellissimo e appassionante romanzo di Mattia Insolia&lt;/a&gt;, "&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/11/news/la-vita-giovane-8642422/"&gt;La vita giovane&lt;/a&gt;" (Mondadori),&lt;strong&gt; quel ruolo &lt;/strong&gt;- quel punto di equilibrio con cui chiunque è costretto a confrontarsi -&lt;strong&gt; è assunto da Giorgio e Matilde che dopo gli anni di fidanzamento che partono dai tempi della scuola hanno ora deciso di sposarsi, come in una favola, come in una pubblicità degli anni Ottanta&lt;/strong&gt;. L’occasione del matrimonio comporta così l’arrivo da vari punti geografici e dell’esistenza dei vecchi amici e compagni di scuola. Ognuno di loro proviene da un tempo carico di sogni e di speranze. Illusioni di un tempo passato ormai del tutto, esaurito e appassito sotto una coltre d’urgenze quotidiane e di necessità di cui una volta nemmeno si sapeva l’esistenza. Tra loro Matteo, detto Teo che ha scelto la via di Milano per fuggire da tutto e da una provincia che nel romanzo di Insolia assume il nome di Foro: città qualunque di una qualunque regione italiana. Perché è proprio nella provincia, là dove si pretende un’identità e un’origine spesso denominata e controllata che tutto si è perso: si è perso l’io e il noi. Foro come vuoto, come assenza e caduta in un infinito rimpianto. Un luogo da cui sfuggire come si sfugge dal lamento altrui prima che diventi il proprio.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Teo ha ventotto anni, la vita ancora da mordere, ma un’inquietudine lo attraversa segnandogli il viso. Teo è sfuggente e ha pensieri traballanti, di confusione e di malinconia insieme che si rispecchiano in parte con la malattia della madre segnata da un parkinson doloroso. Una madre accudita da un marito premuroso, ma che si conferma per Teo sempre un padre superficiale per quanto affettuoso. Un padre lontano, allora come ora. Il rapporto con il passato di Teo è segnato da una rabbia a tratti infantile, da un bisogno estremo di chiarezza e pulizia che non riesce a ritrovare in se stesso e nemmeno negli altri. I sogni sembrano volati via non solo per assenza di voglia e di coraggio, ma per la materia stessa di cui sono fatti i sogni: illusioni e desideri leggeri come bolle di sapone. &lt;strong&gt;La vita giovane è il racconto in presa diretta di un gruppo di giovani adulti, ma è&amp;nbsp;al tempo stesso il racconto di un’infanzia tradita prima che dagli altri e dai genitori, da se stessi, dal proprio desiderio sottaciuto di potere restare bambini per sempre&lt;/strong&gt;. “Ma&amp;nbsp;perché&amp;nbsp;devo diventare adulto? Non c’è motivo”, dice Nanni Moretti in Aprile. Lo dice con leggerezza e ironia, ma lui ha superato i quaranta anni mentre qui, ne La vita giovane i protagonisti sono ancora sotto la soglia dei trenta, là dove la rabbia e la delusione per tutto quello che si era sperato e che non sarà mai, brucia ancora fortissimo fin dentro le viscere di ognuno. “Di eroi ed eroine il mondo non voleva saperne, tutto ciò che chiedeva era che ognuno si scavasse la sua tana, e che lì conducesse la sua esistenza” Insolia descrive una vita fragile: fragili sono gli amori e precari i lavori. Fragilissimo è il presente che trasforma il futuro in una possibile e lunghissima caduta. La vita giovane è una messa alla prova, prima che il destino si compia, prima che ogni vera tragedia prenda il sopravvento.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il romanzo è intriso in ogni pagina di una tensione di attesa che ricorda il capolavoro di Michael Cimino, Il cacciatore&lt;/strong&gt;. Insolia avverte un pericolo attorno ai suoi protagonisti resi impotenti di fronte a una possibile e definitiva deflagrazione di ogni sogno immaginato.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 21 Feb 2026 08:34:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Giacomo Giossi</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-21T08:34:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>L’interpretazione dei sogni e il limite del diritto di scherzare</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/02/20/news/l-interpretazione-dei-sogni-e-il-limite-del-diritto-di-scherzare-8682207/</link>
      <description>&lt;p&gt;Mio figlio ha sognato che in casa nostra era arrivato un fratellino, un neonato, e io glielo mettevo in braccio, lui lo cullava e il bimbo rideva. La sensazione che gli ha lasciato il sogno l’ha talmente entusiasmato che è corso da me a chiedermi di farglielo subito, un fratellino per l’inizio dell’estate diciamo. &lt;strong&gt;Ho riso, manifestandogli che siamo nel regno della risata e non della realtà, poi ho cercato su Google cosa significhi, per un adolescente, sognare la nascita di un fratellino. &lt;/strong&gt;Dice: una nuova fase di crescita, maggiore maturità, desiderio di diventare grande. Gliel’ho riferito, gli ho detto anche guarda che è un bel sogno, significa trasformazione, devi esserne contento. Ma si era già fissato che no, non è un bel sogno se poi il fratellino non c’è, io sono molto egoista ad avergli dato solo una sorella maggiore che lo comanda e che si infastidisce quando lui suona il flauto col naso e quando rutta.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Mi infastidisco anche io quando rutti e quando fai quei rumori atroci: sì, ma di te non mi importa, a te è bello dare fastidio. &lt;strong&gt;Lui vuole comandare a sua volta, e gli serve un fratellino, poi vuole giocare ancora con le macchinine e gli serve qualcuno di più piccolo, gli serve anche qualcuno che rida alle sue barzellette. &lt;/strong&gt;Gli ho detto: Giulio, hai tre gatti, hai un cane, gioca con loro, esci coi tuoi amici, studia, fai volontariato a scuola con i bambini piccoli, non mi scocciare. Lui ha detto che i gatti non si fanno comandare e gli amici neanche e che per questo gli serve un fratellino. Non so come aiutarti, caro amore mio, ma ti rendi conto che, nell’ipotesi fantascientifica che tra qualche mese nascesse un fratellino o una sorellina, passerebbe altro tempo prima che possa capire le tue barzellette (forse decenni) e in quel tempo sarai cresciuto e magari te ne sarai andato di casa e io mi troverei con tre gatti un cane e un fratellino? Io non voglio più giocare con le macchinine, caro figlio mio. Non voglio suonare il flauto col naso, l’ho già fatto con te, è stato bello ma è un tempo incorniciato laggiù.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Non sono entrata nemmeno in questioni biologico anagrafiche, non ho intenzione di prestare il fianco alle sue prese in giro. &lt;strong&gt;Pensavo di essere stata convincente, ma ecco che arriva la sorella, si toglie le cuffie e chiede: di che parlate? Nostra madre non vuole farci un fratellino, le dice lui, perché pensa solo alla sua carriera. &lt;/strong&gt;Un urlo, il mio, lacera l’aria: i gatti drizzano le orecchie, il più pauroso scappa a nascondersi, il cane piange, da pavido qual è, il vicino suona alla porta per chiedere se è tutto ok.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Mamma, calmati, dice lei, Giulio stava scherzando, comunque anche io vorrei un fratellino ora che ci penso. Così quando prendo la patente compro (affitto? assemblo? costruisco?) il pullmino, porto in viaggio pure lui. Anche te, dice indicando col mento suo fratello, basta che non fai i tuoi soliti rumori atroci. Lui risponde: li faccio solo quando c’è la mamma.&lt;strong&gt; Per un attimo, questa immagine mi commuove. Per un attimo, ecco che cosa sarebbe potuto essere e non è stato. Una baraonda di rumori atroci. &lt;/strong&gt;Ragazzi, mi sembra un progetto bellissimo, però perché non ci pensate voi? In che senso ci pensiamo noi, chiedono, ed è l’unico momento della conversazione in cui non mi stanno prendendo in giro. Non certo adesso, però tra un po’ di anni, magari uno di voi comincerà a pensare ai nipotini. Io ci metto il pullmino. Mamma sei impazzita, ma che scherzo è? Dici delle cose assurde, forza Giulio, andiamocene.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 20 Feb 2026 04:35:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-20T04:35:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Su un treno fermo vicino a Brescia, l’arrivo di un altro tempo</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/02/13/news/su-un-treno-fermo-vicino-a-brescia-l-arrivo-di-un-altro-tempo-8654404/</link>
      <description>&lt;p&gt;Sono in treno, due ore di ritardo, ferma nei dintorni di Brescia, da non so più quanto, un paio di uomini di mezz’età uno dopo l’altro danno in escandescenze e imprecano proprio nel momento in cui gli passo accanto per andare in bagno. Insulti rivolti alle donne in generale, come sempre, ma treno è una parola maschile, anche ritardo è una parola maschile, anche la parola guasto è maschile. Uno dei due si rende conto e mi chiede scusa, l’altro invece incrocia il mio sguardo desolato e si infiamma, insiste per scandalizzarmi, urla, snocciola tutti i poveri epiteti che conosce. &lt;strong&gt;Faccio l’unica cosa che può salvarmi: compro un pacco gigantesco di patatine fritte, una coca-cola e torno al mio posto. Quasi mi viene da piangere però, sono le dieci di sera e mi aspetta un self check-in notturno da qualche parte&lt;/strong&gt;. Sei cretina se piangi, mi dico, e prendo altre manciate di patatine, non le offro a nessuno dei miei vicini, anzi li guardo male, come se volessero rubarmele. Sono una persona odiosa. Medito di litigare con quell’uomo, di lamentarmi con il capotreno, di comprare altre patatine. Ho bisogno di un capro espiatorio. Poi però succede una cosa: la chat di famiglia tintinna. Sarà mio figlio che non sa come sbloccare quel vinile alla dogana, sarà il cane che vuole cambiare croccantini, sarà il gatto che si annoia.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La chat tintinna e non sono richieste, ma video da un altro tempo, da un altro mondo: c’è mia figlia in camicia da notte, non può avere più di sei anni, ha una chitarrina rossa in mano e canta, arriva suo fratello, piccolissimo, anche lui con una chitarrina blu in mano, e canta, almeno ci prova. La casa la riconosco, loro li riconosco, a un certo punto sento una risata e capisco che è la mia, ma più giovane, più bella. Sono io che sto facendo quel video, di un momento meraviglioso che non ricordo più e che forse mi sembrava un momento qualunque. Ricordo le chitarrine, comprate al mercato. E’ sera perché c’è la luce accesa e loro sono in pigiama. Mi stanno facendo una serenata, mi stanno prendendo in giro, non lo capisco perché era un altro tempo e io adesso sono su questo treno per niente allegro e da quanto tempo non rido più così? Arrivano altri video, loro in montagna che scivolano sulle slitte e una voce, la mia, che grida attenti c’è una macchina. Loro che ridono, scivolano, gridano aiuto. &lt;strong&gt;Loro su un albero, in posa. Quelle vocine di cristallo, lui che chiama sua sorella perché sua sorella è il suo capo, il suo idolo, la sua regina, lei lo comanda e lui fa tutto, anche lo scivolo all’indietro che poi batte la testa e piange e ride tutto insieme e di nuovo chiama sua sorella che deve salvarlo, solo lei può salvarlo&lt;/strong&gt;. Li guardo e li riguardo su questo treno fermo, il sacchetto delle patatine vuoto, io ricoperta di briciole e di lacrime, faccio un gran fracasso e i vicini mi guardano spaventati. Scrivo nella chat: ma dove li avete trovati? Mia figlia da circa venti giorni ha deciso di mettere in ordine la sua stanza, un centimetro alla volta. Sarà forse in ordine nel 2029, quando se ne sarà andata. Proprio oggi, però, ha trovato una chiavetta dentro una scatola dentro un’altra scatola sotto la scrivania e ha scaricato le foto e i video di quindici anni fa. Io non ci sono mai, perché sono l’unica che fa le foto, e trovo il modo di lamentarmene. Sono proprio insopportabile, lo pensano anche i miei vicini di posto che vogliono cambiare carrozza. Ma mio figlio scrive una cosa in chat: la mamma, comunque, ha sempre la stessa risata. E il treno riparte.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 13 Feb 2026 03:43:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-13T03:43:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>"Non scrivere di me", il ritorno di Veronica Raimo</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/02/07/news/-non-scrivere-di-me-il-ritorno-di-veronica-raimo-8622406/</link>
      <description>&lt;p&gt;Cosa succede quando una persona che ci ha fatto del male muore? &lt;strong&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/veronica-raimo/"&gt;Veronica Raimo&lt;/a&gt; &lt;/strong&gt;in "&lt;a href="https://amzn.to/49XwqWc"&gt;Non scrivere di me&lt;/a&gt;"&lt;i&gt; &lt;/i&gt;dà una risposta che riguarda il desiderio, e leggere qualcosa di convincente su questo è un sollievo. “Ricordo tutto. Il corpo, l’odore, il piacere. La luce molto chiara della stanza. Perfetto bilanciamento del bianco”. &lt;strong&gt;Non quello che dovrebbe essere il desiderio, non quello che è corretto che sia – ma i pensieri reali di una donna che desidera, anche quando desidera il massimo del controsenso, e cioè qualcuno che l’ha violentata.&lt;/strong&gt; S. ha visto Dennis quattordici volte, le prime tredici sono state varie fasi di un’esperienza estatica. “Per questo speravo che ci sarebbe stata una quindicesima volta, anche se ovviamente avrei dovuto sperare che non ci fosse mai stata la quattordicesima”. &lt;strong&gt;Nel momento in cui vediamo S. innamorarsi di Dennis May, attore regista e quasi-divo maledetto, sappiamo che non è solo un’ossessione, non è solo un amore tossico, lei non è solo una vittima: &lt;/strong&gt;non è niente di tutte quelle cose che possono essere descritte dalle etichette del presente.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Le etichette ci hanno aiutato a dare dei nomi a cose che erano indicibili, ma hanno anche accorpato i racconti in un unico linguaggio, con alcuni elementi fissi e delle zone innominabili, proibite. E’ uno schema da cui questo romanzo si distacca e forse segna la fine di quel periodo, di quel racconto. &lt;strong&gt;Parlando del desiderio che si prova vivendo da donne, Raimo parla anche di come si vive da donne nell’epoca post MeToo, avendolo vissuto o attraversato, conoscendo il significato della parola abuso.&lt;/strong&gt; “Non ho mai sognato di vedere Dennis finire in carcere, non sono mai arrivata a capire in cosa consistesse per me il senso di giustizia. Pensavo solo che ci saremmo rivisti, che avremmo trovato insieme il modo, (…) ed era quel noi che proteggevo con l’ottusa tenacia di un cane da guardia. Ringhiavo al mondo e aspettavo una carezza sulla testa. Alla sua ultima mail avevo risposto: «Sono qui».” Questo libro aggancia qualcosa di profondo dentro di noi, e poi affonda come la forchetta nella cheesecake della prima scena. Brillante e materica, la scena della cheesecake mangiata dalla scrittrice vegana (evidentemente flessibile) al bar in cui S. lavora. La scrittrice spiega al fidanzato che non capisce la sua prospettiva di genere. Poi la notizia, Dennis May è morto. Da lì la storia corre molto veloce, ma resta in testa per giorni perché ogni frase è allo stesso tempo cruda e simbolica, vomitata e curata.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Centosessanta pagine che si leggono in un viaggio in treno Roma-Milano: lo stesso viaggio che fa la protagonista, due volte. &lt;strong&gt;Una all’inizio della storia con Dennis May, quando lo incontra in un hotel da cui non uscirà per un paio di giorni – giorni di estasi sessuale e di studio fervente di Althusser per un esame universitario.&lt;/strong&gt; E’ un treno notturno: “Alla stazione Termini, alle undici di sera, mi ero sentita così sordida a salire su quel treno e la cosa mi aveva eccitato da morire. Il sentimento purtroppo si era acquietato in fretta. Non era un treno di peccatori e avventurieri, piuttosto un treno di poveracci.” &lt;strong&gt;Il secondo viaggio a Milano è verso la fine, quando è tutto diverso per S. vicina a una risoluzione interiore – un finale che risulta tenero ma non buono, e che riscatta la protagonista, il suo cinismo, il lettore, pur accogliendone le parti malvagie, quelle che abbiamo visto e in cui ci siamo riconosciuti.&lt;/strong&gt; “Sorella, io ti credo. Credevo a tutte quante, ma non ero in cerca di sorelle (…) Un cane da guardia non cerca il branco”. Non scrivere di me è il romanzo migliore di Veronica Raimo, che non abbandona del tutto la vena di ironia di &lt;i&gt;Niente di vero&lt;/i&gt; (2022), pur abbracciando i momenti di cupezza di questa storia.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 07 Feb 2026 10:08:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Raffaella Silvestri</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-07T10:08:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>La regola della gita è: vai verso la vita e non scriverci mai</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/02/06/news/la-regola-della-gita-e-vai-verso-la-vita-e-non-scriverci-mai-8624182/</link>
      <description>&lt;p&gt;Il patto non è un patto ma una decisone unilaterale che non cambia niente se io non la accetto. Non è nemmeno un annuncio, è una pratica coerente con il diritto di godersi la vita. Dalla gita scolastica non si mandano messaggi ai genitori. &lt;strong&gt;Ma poi, perché un sedicenne a Siviglia dovrebbe ricordarsi di sua madre e telefonarle per dirle ciao mamma, che monumenti interessanti&lt;/strong&gt;. Quindi io so benissimo che, dopo la preparazione della valigia la sera prima, in cui nessuno dei miei consigli viene ascoltato (portati una maglietta in più così la usi per dormire: no mamma, io dormo con la maglietta della giornata. Ah, che idea meravigliosa), e dopo che la valigia viene misurata con il righello perché deve rientrare nelle misure Ryan Air, mio figlio sparirà per cinque giorni. &lt;strong&gt;Allora gli dico ciao, dammi un bacio, buon viaggio, e lui con un salto evita il bacio e finge di morire annegato nel suo vomito&lt;/strong&gt;. Ecco amore, questa è l’ultima immagine che porto con me. Poi lui esce di casa e va verso la vita, come è giusto, e si dimentica varie cose fondamentali come lo spazzolino da denti ma non importa perché va verso la vita e la vita è piena di spazzolini nuovi. Lui esce, io resto, con la sua stanza esplosa di mutande e palline di carta e con nessuna notizia. Ma ho un alleato: la chat dei genitori che crea imbarazzo a tutti ma che al dunque è molto utile perché c’è sempre qualcuno che scrive che l’aereo è atterrato con 38 minuti di ritardo, o che chiede se la carta d’imbarco va stampata, o che dice che i ragazzi sono già in albergo e hanno fatto la doccia. Mio figlio non credo abbia fatto la doccia, però so che non brancolerò nel buio. &lt;strong&gt;Dopo un paio di giorni, forse la seconda sera, gli scrivo: dimmi solo tutto ok. Lui molto carinamente mi risponde il giorno dopo: solo tutto ok solo tutto ok solo tutto ok. Benissimo, sono appagata&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;E comunque anche io ho una vita, un sacco di guai, qualche istinto omicida, e questo messaggio mi arriva come una carezza. Finché non scopro, sempre dalla chat dei genitori che nel frattempo avevo silenziato perché arrivavano troppe foto di previsioni del tempo a Siviglia, che la polizia è andata in albergo perché due ragazzi si sono menati. Cioè uno ne ha menato un altro, mentre altri lanciavano palle bagnate di cartigienica sulla tettoia del cortile. Mi sembra tutto fortemente esagerato, ma ovviamente voglio sapere chi sono questi due ragazzi. &lt;strong&gt;Niente nomi, per carità. Ma uno dei due sarà mio? Se è mio è sicuramente il menato, non ho dubbi, oppure è il lanciatore di cartigienica bagnata, arrestato per spreco di cartigienica&lt;/strong&gt;. Gli scrivo un messaggio: ma davvero tutto ok? Risposta il giorno dopo: davvero tutto ok?, e intanto nella chat dei genitori fioccano le ipotesi più allarmanti, qualcuno chiede se si può chiedere il rimborso (di cosa?), poi si comincia a capire che non era la polizia ma la guardia giurata che si faceva un giro, forse non erano i ragazzi della nostra classe ma dei ragazzi di Siviglia nel bar accanto, forse non erano botte, l’unica certezza rimane la cartigienica bagnata. Perché devo saperlo, perché? &lt;strong&gt;Soprattutto: quanto vorrei adesso, fare un’enorme palla di cartigienica bagnata e lanciarla sulla tettoia di un cortile&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Finalmente arriva un messaggio audio di mio figlio, sono in riunione quindi lo trascrivo, ma niente: allora lo ascolto ma non faccio in tempo ad accostare il telefono all’orecchio, quindi lo sentono tutti: è un rutto molto ben modulato, in spagnolo, si capisce dall’accento finale.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 06 Feb 2026 04:42:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-06T04:42:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>La partita di ping-pong della vita tra padre e figlio, e tra visibile e invisibile</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/01/31/news/la-partita-di-ping-pong-della-vita-tra-padre-e-figlio-e-tra-visibile-e-invisibile-8592325/</link>
      <description>&lt;p&gt;A quale livello d’intimità può arrivare il dialogo tra padre e figlio e come, in quell’indispensabile scambio esistenziale – diretto, immaginario, perduto che sia – si può rispettare la grazia dell’altro, senza mentire, ottenendo ciò di cui ha più bisogno? &lt;strong&gt;La corrispondenza tra l’artista e critico &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/john-berger/"&gt;John Berger&lt;/a&gt; e il figlio, il pittore Yves, rivela quanto un interesse comune, leggere la propria storia, il mondo e il suo mistero attraverso l’Arte, possa annullare la distanza tra generazioni fino ad affacciarsi su un orizzonte comune&lt;/strong&gt;, quello che mostra quanto, della vita, rimanga sempre troppo vasto e inconoscibile: “Troppo grande perché riusciamo a concepirlo, a vederlo, a udirlo. E così, per riuscire a procedere dalla nascita alla morte, ognuno di noi deve trovare un modo per vedersela con questo troppo grande”. Questa profondità emozionante e autentica della dialettica padre-figlio permea "&lt;a href="https://amzn.to/3NMhgKP"&gt;Tocca a te&lt;/a&gt;" di John e Yves Berger (a cura di Maria Nadotti, il Saggiatore), dove alle lettere sono accostati sia i dipinti a cui si riferiscono, sia uno scambio di disegni originali. Il dialogo nasce dalla tensione per superare l’altro. Dalla sua casa di Parigi, l’ottantanovenne John invia al trentanovenne Yves, in Alta Savoia, le foto di alcuni quadri. E’ l’occasione per iniziare uno scambio serrato come le partite di ping-pong che i due giocavano nel fienile di casa: “Ogni volta che cambiavamo il servizio e tiravamo la palla dall’altra parte del tavolo, dicevamo: tocca a te!”. Non è soltanto una metafora comoda: il nervoso affrontarsi attorno allo stesso tavolo permette di leggere dentro le reazioni, nei sotterfugi e nei talenti dell’altro. “Come in un libro aperto… Non è un modo fantastico di esprimere il nostro desiderio di accedere a ciò che sta dentro?”, scrive Yves e prosegue. “Per superare l’isolamento che proviamo nella nostra carne. Il terribile confine del corpo… Guarda com’era ossessionato Chaïm Soutine dalla lettura dell’interno! Il bue squartato si offre anch’esso come un libro aperto…”. Il padre: “'Superare l’isolamento che proviamo nella carne….' Le tue parole e il dipinto di Soutine mi hanno fatto pensare d’improvviso a Watteau, ai suoi giocatori e ai suoi clown. Tutti quei travestimenti e quelle frivolezze per nascondere il terribile confine”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Si confrontano sui corsi di anatomia dal vero seguiti da entrambi, ammettendo che ciò che sembra facile da capire, poiché si tratta soltanto di un corpo, non lo è. Per rappresentarlo, devono prima dimenticare, non fidarsi “di ciò che credevamo di sapere per affrontare questo mistero affascinante. E da lì provare a imparare di nuovo”, scrive il figlio. Lo stesso vale per una mela, per un cappotto su una sedia e sia Cézanne che Giacometti hanno dedicato anni a scalfirne il mistero. “E questo scarto tra il visibile e l’invisibile, il detto e il non detto, porta a una specie di vertigine. Una vertigine non lontana dalla preghiera, o dalla follia. E’ questa la zona dove vorrei che ci incontrassimo. Vieni?”, chiede Yves.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il padre cita allora “un Caravaggio che tu e io conosciamo molto bene. (La conversione di San Paolo). Te la mando perché descrive esattamente l’istante di vertigine o di preghiera cui fai riferimento. San Paolo, se vuoi, ha appena visto le stelle! Tuttavia la cosa davvero strana è il modo in cui Caravaggio ha dipinto ciò che Paolo ha intorno: un cavallo, un uomo, un mantello. Queste "presenze" banali, quotidiane, sono dipinte come si potrebbe dipingere una tempesta”. Ruolo della pittura, scrive poi John Berger, è “il ristabilimento dell’invisibile”. Yves concorda: “«Il ristabilimento dell’invisibile» è davvero uno zaino immenso che la pittura porta sulle spalle”, lo stesso fardello che un padre e un figlio che si confrontano senza finzioni, sopportano a vantaggio dell’altro.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 31 Jan 2026 10:07:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Michele Neri</dc:creator>
      <dc:date>2026-01-31T10:07:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>La fortuna di non sapere che cosa sia la febbre e il termometro</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/01/30/news/la-fortuna-di-non-sapere-che-cosa-sia-la-febbre-e-il-termometro-8592324/</link>
      <description>&lt;p&gt;Secondo i nostri calcoli (suoi, miei, e del gatto adibito a infermiere), &lt;strong&gt;da almeno sette anni a mia figlia non veniva la febbre&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Da quando, insomma, era una bambina che andava alle scuole medie: la febbre allora gliela misuravo io, intimandole di stare ferma, di chiudere bene il braccio, di sudare prima e non durante, e tutte le esagerazioni in cui continuo a credere fermamente anche dopo la scomparsa del mercurio. &lt;strong&gt;Sette anni significa che il Covid non l’ha sfiorata nemmeno con un raffreddore, sette anni significa che, le ripeto tronfia, è tutto merito mio che ti ho partorita, sfamata, che ti ho passato i miei anticorpi, che ti ho fatto respirare lo iodio&lt;/strong&gt; (lei oggi odia il mare), io che insomma ti ho creata così resistente ai virus. Stranamente, mia figlia è scettica, dice: boh mamma, contenta te. E se ne va dicendo che ha mal di testa, mal di pancia, mal di schiena, mal di gola, male alle gambe e male ai capelli. Mi manda poi, dietro mia richiesta, alcune foto della gola e non vedo placche, quindi le dico che non si sente bene perché a) fuma b) non studia quindi ha troppo tempo libero. Lei dice: boh mamma, contenta te. Ma a un certo punto il malessere cresce. Le dico, come farei con un adulto: provati la febbre, il termometro è in quel cassetto.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Scopro così che mia figlia non ha idea di che cosa sia la febbre e di come si usi un termometro. Non sa che su quello elettronico deve comparire una lettera prima di infilarlo, così aspetta venti minuti che suoni, e quello giustamente non suona. Dice che è rotto. Allora prova con un termometro a mercurio che conservo gelosamente come uno dei beni più preziosi, ma lei non sa che prima bisogna scuoterlo per far scendere il colonnino, ed è sconvolta dal fatto che poi il colonnino, se c’è febbre, risale. Nel suo caso, non sale. Io sono in un’altra città e non posso controllare la posizione del braccio, ma sospetto che sia sbagliata. Non sa che la temperatura corporea è più o meno 36.6 e che 37 è un segnale, non l’assoluto. Secondo lei 37 è come il 1492, l’anno della scoperta dell’America, uno spartiacque tra due mondi. A un certo punto mi scrive: aiuto ho 37.1, ho la febbre! e la sento sinceramente preoccupata. Poco dopo mi scrive: no mamma era un falso allarme, me la sono riprovata, ho 36.9, sono guarita. Penso, ma non lo dico perché dico già troppe cose e lei non me le perdona: hai una fortuna sfacciata e non lo sai.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Le spiego con pazienza, giuro con pazienza, che un millimetro di qua non è il Medioevo e un milletro di là non è l’Era moderna. Che è una convenzione, ma tra 36.9 e 37.1 non c’è molta differenza, l’unica certezza è che ha un po’ di alterazione (una bella parola, alterazione, anche elegante, si può usare come diminutivo della febbre ma anche come diminutivo del mio pessimo umore. Sono un po’ alterata, ma passerà). Mia figlia ascolta e dice: boh mamma, contenta te.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Con 37 comunque non si prendono medicine, quindi camomilla, borsa dell’acqua calda, pastina in brodo, una banana per il potassio, e non fumare per carità che muori. Chiudi la finestra che muori. A tarda sera, mia figlia esulta: ho 38.3!!! Quella è in effetti una febbre inequivocabile, ottenuta facendo la media ponderata fra quattro termometri diversi, di cui uno prestato dal vicino di casa. Tachipirina pronta, bella sudata, stamattina si è svegliata tardi, ha incrociato i quattro termometri e ha scritto: 36.9, daje! Non sa, non sapendo niente di febbre, che salirà. Ho risposto: boh amore, contenta te.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 30 Jan 2026 05:22:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-01-30T05:22:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Il dentifricio al radio e le bugie di un chimico ebreo, inventore per i nazisti </title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/01/30/news/il-dentifricio-al-radio-e-le-bugie-di-un-chimico-ebreo-inventore-per-i-nazisti--8592418/</link>
      <description>&lt;p&gt;Nulla è più indicato per un sorriso radioso dell’utilizzo del radio. Ovvero di quell’elemento chimico di natura metallica di cui si trova traccia nell’uranio e che fino agli anni Trenta e Quaranta era ampiamente utilizzato nella composizione di dentifrici. &lt;strong&gt;Il radio scoperto alla fine dell’Ottocento da &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/marie-curie/"&gt;Marie Curie&lt;/a&gt; aveva insite caratteristiche luminescenti che si consideravano ideali per la lucentezza dei denti e per rinforzare le gengive, salvo poi scoprire che la sua alta capacità di emettere radiazioni era tutto meno che salutare.&lt;/strong&gt; Oggi il radio non viene più utilizzato in nessun prodotto ad alto consumo, ma fino agli anni Quaranta era fortemente diffuso oltre che nei dentifrici e nella cosmetica anche nelle vernici, nei quadranti degli orologi e nei vari strumenti di bordo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Molto amato dai soldati del Terzo Reich in avanzamento verso l’est Europa, &lt;strong&gt;il dentifricio al radio era usato anche dalla nonna di Joe Dunthorme, poeta e scrittore gallese che racconta la storia della sua famiglia e in particolare di suo bisnonno in "&lt;a href="https://amzn.to/49ThN4M"&gt;Il dentifricio radioattivo e altre scorie di famiglia&lt;/a&gt;" (Einaudi, nella bella traduzione di Giulia Boringhieri). &lt;/strong&gt;Il bisnonno - da parte materna - di Dunthorne era un chimico assunto presso i laboratori Auer di Oranienburg in Germania e inventore dell’efficace e luminescente dentifricio Doramad al radio che all’epoca aveva ottenuto un incredibile successo. Siegfried Merzbacher, questo il nome del bisnonno di Dunthorne, era un ebreo tedesco appartenente a una benestante famiglia borghese che sviluppava per conto dell’Auer prodotti chimici per uso domestico. Ma perché Dunthorne arriva a raccontare la storia del proprio bisnonno? Il punto di partenza è una vecchia memoria proprio a firma &lt;strong&gt;Siegfried Merzbacher&lt;/strong&gt; che l’autore ritrova nella casa della nonna. &lt;strong&gt;Si tratta di una lunga e tragica confessione che cambia la storia fino a quel tempo narrata in famiglia, scampata al delirio nazista e rifugiata negli Stati Uniti al seguito di Eugen nonno di Dunthorne e figlio di Siegfried.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La vicenda narrata nel memoriale del nonno descrive infatti la mortificazione di un uomo, di un ebreo, costretto in virtù delle proprie competenze a sviluppare prodotti chimici per conto del governo nazista ora al potere. Prodotti che&amp;nbsp;presumibilmente sarebbero stati utili per la soluzione finale nei campi di sterminio. &lt;strong&gt;A fronte di una leggenda privata che vede la famiglia fuggire dalla Germania alla Turchia, ecco che davanti ai documenti si dipana una storia molto diversa. &lt;/strong&gt;La famiglia di Dunthorne ha sì viaggiato da Monaco a Istanbul, ma comodamente a bordo dell’Orient Express. E per diversi anni il bisnonno ha proseguito la sua collaborazione con i laboratori Auer che arrivarono a offrigli per i suoi meriti la spedizione in Turchia del pianoforte a coda rimasto&amp;nbsp;in Germania nella casa di famiglia. &lt;strong&gt;Poi tutto accelerò fino alla revoca della cittadinanza da parte del governo nazista, ma resta la testimonianza di una collaborazione attiva di Siegfried Merzbacher con i carnefici del suo popolo.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Le domande si affastellano nella mente di Dunthorne, in particolare, su come il bisnonno abbia potuto convivere con un senso di colpa così atroce. &lt;strong&gt;L’autore decide così di andare in Europa nei luoghi dei suoi avi. Il dentifricio radioattivo porta inevitabilmente il disincanto di una contemporaneità lontana dai fatti di allora, ma anche la sensazione di un legame inscindibile con un male assoluto che sembra risalire dagli abissi per infierire nuovamente. &lt;/strong&gt;Dunthorne non manca di ironia nel suo movimento dinoccolato tra la provincia tedesca e una memoria lontana fatta di abbagli tremendi e ingenuità colpevoli. Un libro al tempo stesso dolce e atroce sulla memoria e sulla confusione del nostro tempo.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 30 Jan 2026 04:10:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Giacomo Giossi</dc:creator>
      <dc:date>2026-01-30T04:10:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>La vita è breve, tanto vale inseguire le 42 opere di Bruegel sparse nel mondo</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/01/24/news/la-vita-e-breve-tanto-vale-inseguire-le-42-opere-di-bruegel-sparse-nel-mondo-8562601/</link>
      <description>&lt;p&gt;Distrarsi è paradossalmente la cosa ormai più difficile, almeno in questa parte di mondo. &lt;strong&gt;Qui ogni cosa richiama all’ordine e alla puntualità. Dalle app che dovrebbero occuparsi della nostra salute fino agli infiniti messaggi che illuminano &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/smartphone/"&gt;i nostri schermi&lt;/a&gt; e squillano sotto forma di mail, whatsapp e ancora – inesorabilmente – sms,&lt;/strong&gt; secondo quella vecchia dottrina che fa sì che nei media tutto si aggiunga e nulla si perda. Appare impossibile riuscire a perdersi, a dimenticarsi e a farsi dimenticare dal mondo e dalla sua stretta e annichilente attualità. Riuscire a prendersi del tempo diventa così la cosa più difficile da fare, così difficile che anche solo pensare a tutte le implicazioni – e complicazioni – che questo perdersi può generare subito passa la voglia. Insiste invece in questa sua dolce deriva &lt;strong&gt;Toby Ferris&lt;/strong&gt;, architetto e blogger inglese, e lo fa anche attraverso uno splendido libro che è un po’ un racconto e un po’ un saggio. Infatti come tutti i reportage sulla deriva, anche "&lt;a href="https://amzn.to/4pR3mEi"&gt;La vita è breve, il mondo è strano&lt;/a&gt;" (il Saggiatore, traduzione di Ludovica Eugenio) tiene al centro un tema che in realtà ne occulta altri, tutti connessi e che offrono un’urgenza necessaria al senso stesso del libro.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Ferris quando scrive ha quarantadue anni, da poco non ha più un padre e a breve avrà un figlio. Decide così di darsi un appuntamento, di trovare un senso a questo improvviso, drastico e assurdo – per quanto naturale – incrocio, dentro al quale si trova sballottato tra emozioni contrastanti.&lt;/strong&gt; Decide d’inseguire tutte le quarantadue opere di Bruegel sparse per il mondo, dall’Europa al Nord America. Capire certamente, conoscere e farsi attraversare dalla splendida arte di Bruegel anche, ma forse prima di tutto anche un po’ scappare. Fuggire da quella massa incombente di sentimenti che gli cade addosso ormai da tempo senza possibilità alcuna di scampo, senza possibilità alcuna di potersi prendere quello spazio necessario per rimanere saldamente in piedi mentre il mondo, per come lo conosceva, si sta esaurendo per sempre. La sua infanzia e suo padre ormai si ritrovano totalmente chiusi nel passato, mentre il futuro bussa prepotentemente alla sua porta: &lt;strong&gt;"Ognuno di noi, presente o assente, esercita la propria piccola costante attrazione gravitazionale, variabile nel tempo, difficile da calcolare, da tenere presente, ma è lì, nonostante tutto, nella massa dei punti di dati, e nella geometria che la comprende".&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il viaggio parte da Bruxelles, dal Censimento di Betlemme e dal confronto inevitabile tra il Vecchio Bruegel e il Giovane, quasi come se Toby Ferris riportasse in vita una vecchia competizione fatta di invidie e inevitabili incomprensioni. &lt;strong&gt;Restituisce il senso di un’opera fatta di infiniti e puntuali dettagli che si palesano però nel loro essere collettivo, in quella massa capace di esprimere un pensiero non individuale, ma solidale e comune. L’autore ritorna con la memoria al rapporto tra suo padre e suo nonno e a una vicinanza che fu fisica, ma non dialettica.&lt;/strong&gt; Un’intesa fatta nonostante tutto da quei piccoli momenti quotidiani di assenza che sembrano denunciare una differenza e che invece spesso certificano proprio l’opposto. Il viaggio di Ferris non è turistico o una guida alle opere di Bruegel, ma un’attivazione di se stesso di fronte all’arte di Bruegel. Un forzato e faticoso dislocarsi, un mettersi in continuazione fuori posto per poter così scoprire qualcosa di nuovo di se stesso e degli slittamenti emotivi che lo attraversano. &lt;strong&gt;La vita è breve, il mondo è strano ha una forza dolce, capace di connettere mondi all’apparenza lontani, esperienze pubbliche e fatti privati fortemente universali.&lt;/strong&gt; Ferris considera l’arte come uno svelamento necessario di sé dentro al quale bisogna essere pronti a ritrovare qualunque cosa: la bellezza come l’orrore.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 24 Jan 2026 10:59:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Giacomo Giossi</dc:creator>
      <dc:date>2026-01-24T10:59:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Alle Olimpiadi tu ti farai valere, ha ragione tua madre, io lo so</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/01/24/news/alle-olimpiadi-tu-ti-farai-valere-ha-ragione-tua-madre-io-lo-so-8562599/</link>
      <description>&lt;p&gt;La nonna era lì davanti, con la spesa ai piedi e un ombrello in mano. “Be’?”. “Nonna, niente. Perché hai l’ombrello? Non piove”. “Cos’hai?”. “Ma niente”. “Allora aiutami a portare su la spesa. Spesa… borsa nera, maledetti loro”. Aveva la pelle spessa come carta da lucido, la gonna lunga che sfiorava le caviglie grosse, scarpe di cuoio risuolate di nuovo.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;“E allora, la scuola come va?”, mi chiese posando i sacchetti sul lavello. Alzai le spalle. “Così”. “Così come?”. &amp;nbsp;Ma feci finta di non sentire.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Su una mensola dell’ingresso aveva piazzato il ritratto di Ettore e, vicino, quello di mio fratello. Poi la foto del giorno del matrimonio dei miei genitori, di zia Gina con lo zio Giovanni, un ritratto di quando le mie zie giocavano a calcio. Lo sollevai: Gina e Marta con la divisa da gara bianconera, mia madre che teneva una mano sul braccio di Giacomo, e io accanto, abbracciata a Rosetta, che si era inginocchiata per essere alla mia altezza. “Era bello, vero?”, disse la nonna venendomi vicino. Sospirai, sentii il suo solito profumo di canfora, posai la foto: “Io non mi ricordo niente”. La nonna mi prese per un braccio: “Cosa succede, Grazia? Tua madre dice che non vuoi più pattinare”. “E’ così. Non voglio”. “E perché?”. “Non ho più voglia”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La nonna si sedette, si passò una mano sui capelli grigi, tirati indietro con delle forcine. “Tua madre non è rigida per egoismo, sai, Grazia, lei… pensa che le emozioni debbano tradursi in azione politica… o non valga la pena mostrarle”. Tacque un momento. “E poi è ostinata. Ti ricordi quella volta che pioveva? Ti eri infilata nel mio letto, dicevi che volevi dormire qui. Lei arrivò in fretta, ti trascinò fuori per non farti perdere gli allenamenti”. Mi venne da ridere, ma anche da piangere. Non dissi niente, invece. La nonna tacque, e io guardai fuori dalla finestra. Si sentirono dei soldati americani cantare, uno strillone urlare i titoli della sera, le campane del Duomo battere cinque tocchi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Lontano, la Madonnina scintillava, aveva ragione Carlo, pensai, era più bella di prima. “Non c’è pace per donne come tua madre, Grazia”, disse la nonna. “Solo tregue”. Mi diede un colpetto sulla spalla, come ad anticipare i miei pensieri, i miei “se”. Poi uscì sul balcone e io le andai dietro “Sta cambiando tutto, vedi?”, mormorò indicando i tetti delle case di fronte sfondati, e gli operai in strada. “Ma tu, intanto… impara un passo, una figura nuova, anche sbagliata, imparala lo stesso”. “Ma a che serve, nonna…”. “Grazia… serve. A ringraziare la vita”. “La vita…» Ma mi interruppe: “Alle Olimpiadi, tu ti farai valere, ha ragione tua madre, io lo so”. “L’Italia non ci sarà alle Olimpiadi, nonna”. “Tua madre dice di sì» affermò, sicura. “E tu ci andrai, vedrai. E i colori che avrai indosso non parleranno solo di te. Ma di tutto quello che abbiamo attraversato”. Poi, come se si fosse ricordata una cosa che aveva in mente da tempo, rientrò in casa, con un cenno mi chiese di seguirla fuori e io presi la giacca. Al Cimitero Maggiore non disse una parola. Si inginocchiò davanti alla tomba di Giacomo, mormorò una preghiera per Ettore e una per il nonno, mi spedì a riempire una brocca al drago verde. Quando tornai indietro, un po’ d’acqua mi finì sulle scarpe.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Restai dietro di lei un momento, la guardai e mi sembrò vecchissima, ma anche forte, più di chiunque. Sentii il cuore e lo stomaco pesanti a pensare a quanta vita avesse sopportato lei, che pure era così minuta. Mi trattenni dall’andare ad abbracciarla, mi ripromisi che dopo l’avrei fatto. Serrai i denti. Al suo confronto, io non avevo vissuto niente.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;estratto di “&lt;a href="https://amzn.to/4acOXwL"&gt;Grazia&lt;/a&gt;” (romanzo in uscita per Solferino, con un saggio finale di Marco Giani)&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 24 Jan 2026 09:57:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Federica Seneghini</dc:creator>
      <dc:date>2026-01-24T09:57:00Z</dc:date>
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      <title>Che scopo hanno le ninne nanne horror? Vendicare i genitori</title>
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      <description>&lt;p&gt;Di notte mi sveglio e leggo. Non sono contenta né di svegliarmi né di leggere, ma tra le due e le quattro del mattino succede qualcosa che non riesco a scacciare contando le pecore o visualizzando la risacca del mare. Leggo i giornali che non ho letto di giorno, le notizie che sapevo di non sapere, gli editoriali, le sciocchezze di Instagram, mi indigno, mi esalto, mi stanco, mi riaddormento, faccio un grande pastone di cose che la mattina ho dimenticato, ma non del tutto.&lt;strong&gt; In una di queste notti ho letto qualcosa che non sono più capace di ritrovare: le ninne nanne horror&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Le ninne nanne hanno come scopo preciso quello di far addormentare i bambini, di solito i bambini molto piccoli, neonati che stanno in braccio o nella culla e che forse non sono ancora particolarmente interessati alle parole, non le capiscono ancora, a loro basta la voce dolce e ripetitiva della mamma. Mia madre dice che mi cantava: Passerotto non andare via, di Claudio Baglioni, era appena uscito il disco. Certo, anche se ci avessi capito qualcosa, non poteva turbarmi lei che lo lascia e però balliamo ancora dai, ma sì è lo stesso. Però non è una ninna nanna horror, in &lt;i&gt;Sabato pomeriggi&lt;/i&gt;o nessuno fa paura a nessuno, nessuno minaccia di morte nessuno. &lt;strong&gt;Ho letto invece che una ninna nanna russa, Bayu Bayushki Bayu, parla di un lupo che vuole rapire il bimbo&lt;/strong&gt;, la ninna nanna giapponese parla della morte senza lacrime della tata, la ninna nanna islandese, Bìum Bìum, parla di una faccia spettrale alla finestra e quella inglese parla di una culla che cade. So che che ne sono molte altre, che parlano di bambini morti di fame, o che vogliono una mela ma quella mela non esiste. Io conosco una ninna nanna italiana che in effetti è inquietante: ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo dò, lo darò all’uomo nero che lo tenga un mese intero, lo darò alla Befana che lo tenga una settimana.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Non è una bella prospettiva per un neonato andare da solo dall’uomo nero&lt;/strong&gt;. La mia ninna nanna però finisce così: no no no, lo darò alla sua mamma che gli canti la ninna nana. Dopo una serie di minacce, di prospettive raccapriccianti (perché un bambino innocente dovrebbe andare a rischiare il freddo e il carbone dalla Befana?), dopo un altro po’ di suspense viene deciso che questo bambino viene, per il momento, messo in salvo tra le braccia della sua mamma. Fino alla prossima volta che non dorme? Ecco, un conto sono le favole: abbiamo stabilito che l’orrore non va edulcorato, che è giusto rappresentare il male e non cambiare il finale di Cappuccetto Rosso. &lt;strong&gt;Perché senno questi bambini cresceranno senza avvertire mai il pericolo, il tragico e nemmeno la possibilità della delusione&lt;/strong&gt;. Sappiate che le vostre madri possono abbandonarvi nel bosco o trasformarsi in streghe, e che il lupo cattivo esiste e vuole mangiarvi. E’ per il vostro bene, tutto questo male, ma è anche molto divertente.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Invece le ninne nanne perché sono così spaventose? Addormentare un bambino sussurrandogli parole crudeli sembra avere a che fare con la vendetta dei genitori: se non dormi il lupo ti rapisce, lo spettro ti cattura. Con tutto l’amore del mondo, con la voce dolce, ma con una prospettiva horror che, se il neonato la capisse, sarebbe un trauma eterno. E in effetti è inquietante, ma reale, che tutto il bene del mondo stia sempre insieme alla minaccia del mostro. Soprattutto di notte. Meglio &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/claudio-baglioni/"&gt;Claudio Baglioni&lt;/a&gt;. meglio le notizie horror dei giornali.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 23 Jan 2026 04:32:00 GMT</pubDate>
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