La cattiva figlia
“Ma dove mi avete messa? In un manicomio...” Il ritorno di Carla Cerati
Frassinelli ripropone "La cattiva figlia" un punto nodale nella letteratura della scrittrice, che include al suo interno tutti gli elementi tipici di una letteratura estremamente legata all’introspezione e all’analisi delle dinamiche famigliari
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16 MAY 26

Pubblicato nel 1990, vincitore del Premio Comisso, e ora riproposto da Frassinelli nella sua nuova serie (nel bellissimo redesign a cura dello studio Sonnoli), La cattiva figlia rappresenta un punto nodale nella letteratura di Carla Cerati. Affermata fotografa, protagonista nel 1969 insieme a Gianni Berengo Gardin del volume fotografico a cura di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, Morire di classe, tra i primi volumi fotografici a denunciare lo stato dei manicomi italiani, Cerati ha sempre affiancato al suo lavoro di fotografa una ricca e originale produzione letteraria che prende forma a partire dal 1973 con Un amore fraterno.
All’interno di questa parabola La cattiva figlia ha una posizione predominante includendo al suo interno tutti gli elementi tipici di una letteratura estremamente legata all’introspezione e all’analisi delle dinamiche famigliari. La protagonista, Giulia è una donna di circa cinquanta anni, affermata nel lavoro, emancipata sia economicamente che socialmente, ma che porta su di sé i segni di una lotta esistenziale complessa e dura. I figli indipendenti e un matrimonio in frantumi alle spalle le offrono la prospettiva di un appartamento ormai semi vuoto dentro cui vagare come una persona dispersa. Sarà così nella relazione con la madre, ormai ala soglia degli ottanta anni e non più autonoma e indipendente a restituirle - nonostante il conflitto che esploderà tra le due donne, bruciante e a tratti terribilmente violento - un senso della vita nuovo e liberatorio.
Un rapporto con sé stessa che non la porta però verso una più approfondita conoscenza di sé, ma verso sentieri che insieme possano essere rassicuranti quanto inediti. La madre entra nella casa della figlia, ne occupa gli spazi vuoti e dà vita a una lotta tra due generazioni di donne. La figlia fa parte di quel Sessantotto contestatario che ha lasciato in cambio di qualche vittoria (fondamentale) anche una cesura ormai difficile da ricucire con la vecchia generazione che ora la madre rappresenta nelle sue colpe più ancestrali: "Evocava altre immagini e situazioni di cui lei non parlava, che sembrava aver dimenticato, ma che, depositate nella mia memoria, tornavano alla superficie assieme al ricordo confuso di episodi sentiti sussurrare in casa quand’ero bambina e poi negati o ridimensionati". Il romanzo è composto da tre parti, nella prima si assiste all’incontro con la madre di Giulia: il suo arrivo in casa, la confusione e l’inizio di un dialogo e di una lotta, nella parte centrale Giulia recupera invece in maniera volutamente oggettiva la biografia della donna, mentre la terza parte, la più dolorosa, offre il ritratto dell’addio alla vita della madre. I suoi ultimi giorni sempre più confusi tra assenze e dimenticanze. Carla Cerati restituisce ai lettori con precisione e misura l’ansia di una figlia che si ritrova ad accudire l’anziana madre quando ancora sente su di sé le sue colpe e le sue mancanze. Una forma di frustrazione che s’intreccia a un tentativo di cogliere le pulsioni psicologiche proprie e della madre. Un gioco contro il tempo che non concede alcuna possibilità di vittoria. Il decadimento si presenta così in tutta la sua oscenità, in un alternarsi continuo di consapevolezza e incoscienza che colpisce la madre, ma coinvolge la figlia stessa costretta così a portare la madre in un ricovero: "Mi scosse lo sguardo di mia madre e il tono di voce con cui disse: 'Dove mi avete messa? In un manicomio…'. Erano lo sguardo e la voce di una persona lucida e intelligente che si vedeva precipitata senza motivo in un abisso". La comprensione e la liberazione della figlia ha il costo cinico e inevitabile della morte della madre, nonostante i tentativi di accudimento, nonostante le buone intenzioni di cura quello che resta è una forma più o meno occultata di obbligato abbandono.