Il Figlio
Frullati e sigarette: l’eterna inaffidabilità di chi si dice adulto
Due padri s’incontrano per caso subito marcando le differenze l’uno dall’altro. Ma Jada e Dan non hanno tempo e voglia di sfidarsi, si trovano al reparto maternità dell’ospedale Queen Elizabeth dell’Università di Glasgow
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2 MAY 26

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Due padri, due ceti sociali, due sguardi sulla vita e sul futuro. S’incontrano per caso subito marcando le differenze l’uno dall’altro, uno sportivo e muscoloso, facile alle risse, l’altro ben vestito e con un Rolex che vale quasi più di tutta la vita del primo. Ma Jada e Dan non hanno tempo e voglia di sfidarsi, si trovano al reparto maternità dell’ospedale Queen Elizabeth dell’Università di Glasgow.
Dan benestante e con il suo lavoro da apprezzato sceneggiatore e Jada che vive da sempre con piccoli espedienti e qualche furto: uno è al primo figlio maschio, l’altro al sesto. Tra i due prende piede una relazione, un’amicizia inaspettata che offre il via a uno dei più bei libri scritti da John Niven che con Padri nostri (Einaudi, traduzione di Marco Rossari) regala ai suoi lettori forse il ritratto più puntuale del padre contemporaneo, un padre precocemente invecchiato, ma ancora tragicamente (e comicamente) immaturo. Dan ansioso di capire cosa significhi per davvero diventare padre resta imbrigliato nelle frustrazioni tipiche dello scrittore che nonostante sia un riconosciuto sceneggiatore di serie televisive di successo ancora ambisce a quel grande romanzo americano che ha prodotto più scrittori falliti che opere esemplari. Invece Jada al sesto figlio pensa solo a come sistemare le cose e magari provando a far funzionare l’ennesimo colpo che dovrebbe sistemare per sempre lui e la sua famiglia. Un grande traffico d’armi partendo dalle forniture americane per la guerra ucraina. Ma a crollare tra i due sarà proprio Dan incapace di rapportarsi per davvero con la realtà e con le difficoltà di una paternità tutta occidentale e quindi in perenne crisi. L’alcol diventa la sponda ideale su cui poggiare la propria crisi.
John Niven ritrae due personaggi che potrebbero far parte di una slapstick come di una dark comedy, due figure fuori dall’ordinario eppure così dense di quei tratti contemporanei che vedono i padri e i maschi in generale soccombere sotto il peso delle proprie stesse insicurezze, indecisioni. Ma là dove tutto parrebbe porre la parola fine ad ogni possibile realizzazione futura ecco che arriva in soccorso la leggerezza, una stupidità bambinesca e giocosa che sembra riportare a galla corpi sfiniti e torturati da un’esistenza tragica e dolorosa. Frullati e sigarette quasi come in un film di Jim Jarmusch, si alternano simbolicamente senza pausa: "Dan apparve sulla porta e si fermò, sorpreso di trovarla lì. Cristo, pensò Grace. Non si faceva la barba da giorni, gli occhi erano due tagli arrossati, i capelli sporchi e scarmigliati, e aveva il fiatone per lo sforzo di un solo piano di scale. La pancetta, una cosa recente, ballonzolava sopra i pantaloni del pigiama, dilatando la (lurida) maglietta con su scritto “NEW JERSEY” che a volte lui usava per dormire”.
La scrittura di Niven è precisa e affilata, quasi ossessiva, perché quel che resta in una fotografia è il ricordo di un desiderio inseguito, raggiunto e poi tragicamente perso. Una storia che appartiene ai vivi e non più a chi resta appeso alla vita sperando solo che la stessa si esaurisca al più presto: “Il tunnel era infinito e stretto, loro ne grattavano le pareti con la punta delle dita, si riempivano di sporco le unghie, raschiavano via le teste di ciechi vermi, e nessuno dei due riusciva a sentire le grida dell’altro”. I padri sembrano però tuttavia abusare della loro tragedia per accomodarsi e per lasciare i cocci rotti e le soluzioni sulle spalle delle madri il cui carico quotidiano non sembra diminuire mai per davvero. Il padre come una macchina celibe si agita e strepita, si adopera e si adombra, ma alla fine lascia cadere ogni cosa come se non fosse affare suo, irresponsabile quanto depresso, ma sempre egoriferito.