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Il figlio

Il fratello che non c'è più. “Ancora oggi, se parlo della sua morte, balbetto”

Angelo Molica Franco

E' difficile trovare le parole per descrivere il dolore che si prova quando si perde una persona vicina, a volte ci si chiude nel silenzio, si cerca invano di dimenticare. La tragedia di Nino, ritrovato vicino allo Stretto di Messina dopo 3 giorni di ricerca, e il dolore della famiglia

Non sono nato figlio unico. Un pomeriggio tardi, mio fratello è uscito e non è più tornato. Era il 14 ottobre del 1997. Io sono rimasto da solo in casa, guardavo Mamma ho perso l’aereo e dopo qualche ora ho ricevuto una telefonata dai vigili del fuoco. Pronunciavano parole che non riuscivo a trattenere: il suo nome, Nino, e poi, un’assurda storia secondo cui era finito in mare. Avevo tredici anni e non sapevo cosa dire, non sapevo nemmeno che già da ore i miei genitori perlustravano la spiaggia del mio paese per cercarlo in mezzo alle onde altissime di quella sera. Ricordo che per i tre giorni in cui è rimasto disperso in mare non abbiamo mangiato mai. Dicevano che più i giorni passavano, più il corpo avrebbe preso il largo. Il corpo, dicevano. Il suo nome, nessuno lo pronunciava più. Perché i vivi si chiamano, i morti diventano corpi.

 

Io, invece, non parlavo, non emisi alcun suono nemmeno quando lo ritrovarono vicino lo Stretto di Messina. Me ne sono stato chiuso in camera, mentre di là dalla porta seguivo il via vai dei nostri compaesani di giorno e di notte. Ancora oggi, se chiudo gli occhi, riesco a sentire di nuovo tutto: le urla di mia madre, che tra mille sigarette iniziava la sua inesorabile spaccatura, e quella specie di nenia che ripeteva mio padre, “Non c’è più. Non c’è più”. E poi una parola, sempre la stessa, tra gli schiocchi dei baci: una guancia, condoglianze, l’altra guancia. Come un coro di torture che non riuscivo a zittire. Così, me ne sono stato zitto, io, per due mesi, e quando riaprii bocca, balbettavo. Ancora oggi, se parlo della morte di mio fratello, balbetto. Ancora oggi, non riesco a pronunciare le due sillabe del suo nome a voce alta senza inciampare. Ni-No. Ancora oggi, mi manca disperatamente
E’ per questo che nessuno sa di lui nella mia vita di adesso, da quando a diciotto anni me ne sono andato via dal mio paese in Sicilia. Se sia un segreto o una bugia, non lo so. Il pomeriggio del funerale, ricordo, durante il corteo verso la chiesa, dalla mia prima fila guardavo i balconi rovinati delle case senza facciata sulla strada principale e pensavo: io, da qui, me ne devo andare. A seguire il feretro c’erano tutti, i suoi assassini che quella sera lo hanno spinto in mare se ne stavano a braccetto con i suoi amici, non avrei saputo distinguerli, allora come ora. Solo sapevo che li odiavo tutti.

 

Negli anni, di tanto in tanto, mi è capitato di sognare che a un certo punto della funzione mio fratello esce fuori dalla bara e tutti corrono ad abbracciarlo. Poi, però, spingono a forza me dentro la sua cassa vuota. Per questo motivo, quando torno al paese, mi terrorizza passare davanti alla villa comunale che gli hanno intitolato. Non voglio leggere il mio cognome sul cartello, ho paura che cercando il suo nome io finisca per trovarci il mio. Forse è perché il giorno del funerale, mia madre si mise a urlare senza sosta “Non diventerai mai grande!”, e non so per quanto tempo, più che un legittimo rimpianto per mio fratello, ho creduto fosse una maledizione per me. E’ da quel giorno di ottobre che ho sempre desiderato scappare: non volevo che mi rimanessero appiccicati sul bordo dei miei occhi i segni della sua morte, del volto gonfio, della ferita sulla fronte, della bocca distorta in una smorfia di orrore, del naso tumefatto, del corpo pieno d’acqua, dei vestiti logori, dei piedi nudi senza unghie. Così, se a nessuno racconto di mio fratello Nino morto a diciassette anni, è per mantenere una promessa fatta a me stesso. Di ritorno dal funerale, dopo la processione verso il cimitero e compiuta la sepoltura, mentre casa nostra di svuotava di curiosi, scrissi su un foglio che serbo ancora: “Io diventerò grande”. 

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