Foto di Jonathan Borba, via Unsplash 

Il figlio

Quand'è che si smette di correre e si comincia a camminare? Quando l'aria diventa pesante

Annalena Benini

A un certo punto non è così semplice staccarsi da terra: mia nonna diceva che lei da ragazza era molto più alta, ma che adesso qualcosa intorno a lei l’aveva abbassata, le aveva rubato almeno quattro centimetri

Aspetto mio figlio davanti alla fermata della metropolitana e all’improvviso lo vedo: un bambino, ancora un bambino, che mi viene incontro correndo. Non una corsa d’emergenza, non una corsa da ritardo, ma una corsetta leggera a saltelli, la corsa di chi dice ma perché dovrei camminare se posso correre? Perché essere pesante se sono leggerissimo: è pomeriggio, sono contento, è quasi sabato, ho tredici anni, dai andiamo, mamma sei troppo lenta. Io non riesco in nessun modo a saltellare così, a parte i tacchi, è proprio un altro peso quello che mi tiene a terra. Lui davanti, io dietro. Lui a raccontarmi le frasi buffe che ha detto in classe e che hanno fatto ridere, io a cercare di raggiungerlo, provando a buttare giù dalle scarpe un po’ di cemento.

 

Quand’è che si smette di correre e si comincia a camminare? Succede qualcosa, ma non alle gambe, qualcosa all’aria sopra la testa e intorno, che diventa più pesante, che schiaccia verso il basso. Mia nonna diceva che lei da ragazza era molto più alta, ma che adesso l’aria l’aveva abbassata, le aveva rubato almeno quattro centimetri. Ma nonna è impossibile, sei sempre alta, sei sempre bella, e poi l’aria non pesa. Lei sorrideva e diceva: eccome se pesa. Intanto io svolazzavo in giro.
Mia figlia, la spio mentre cammina accanto a me, siamo state al cinema insieme, è sera e ha appena smesso di piovere. Lei non corre, ha quasi tre anni più del bambino che fa le mosse sul marciapiede con una spada immaginaria e mi tira per un braccio, lei non fa nessuna mossa perché qualcuno potrebbe guardarla, ridere di lei, pensare ma chi è questa, ma come s’è vestita, ma che fa. L’aria del mondo si è fatta più pesante, tutta a forma di dita che la indicano, a forma di risatine di scherno o di sguardi che turbano, frasi secche per non far trapelare la paura. 

 

Lei quindi non corre, non fa capriole, non mi prende per mano, ma comunque vola, o forse meglio svolazza. Sa ancora staccarsi da terra e iniziare un piccolo volo per chissà dove, solo io allora sono così incastrata dentro i sanpietrini, così piantata dentro il mio marciapiede da non riuscire a muovere le ali? 
C’erano giorni, e forse erano anni, in cui svolazzavamo tutti di qua e di là: loro verso il mondo, io verso di loro. Li inseguivo, li raccoglievo da terra, li rimettevo in piedi, mi mettevo sull’asse del loro volo: una volta ho afferrato mio figlio per la maglietta mezzo secondo prima che cadesse dentro un canale a Venezia, un’altra volta ho perso la mano di mia figlia e lei è trotterellata in avanti, proprio verso un’auto che ha frenato a trenta centimetri dai suoi stivaletti mentre qualcosa schiacciava me verso terra, e forse lì ho perso anche io quattro centimetri d’altezza oltre che due litri di lacrime di rabbia.

 

Svolazzavo inseguendo autobus, uscite da scuola, pullman delle gite, treni, maestre, rientri al lavoro, campi estivi e madri migliori di me che stavano sempre piantate là dove dovevano essere, in anticipo di quindici minuti. Svolazzavamo poi il sabato pomeriggio tutti insieme, piuttosto a caso, sempre fino a tardi. E adesso che da qualche computer spuntano vecchie fotografie in  cui è evidente che ho sempre avuto gatti psichicamente disturbati, aggrappati per i denti alla carrozzina, mi rendo conto che nessuno di noi stava molto piantato a terra. A volte infatti mi schiantavo contro le pareti, mi sono anche schiantata in motorino, ma tutto quello sfarfallamento teneva allegri. Ora per sentire l’aria alleggerirsi serve una mano che tira, un ragazzino che corre quando potrebbe benissimo camminare. Ovviamente correndo suda un sacco, e non vuole fare la doccia. 

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.