Il figlio

Vivere, insieme

Benedetta Gargano

Che bella avventura ricominciare a desiderare. Mia nonna a casa mia

Ho amato le persone anziane fin da bambina. Passeggiavo per strada aggrappandomi alla mano di mia nonna – che allora aveva più o meno gli anni che ho io adesso – e ogni volta che incrociavamo una donna imbiancata e malferma sulle gambe, mi struggevo di tenerezza. Nonna, guarda che bella vecchina.

 

I vecchi di allora erano molto diversi. A settantanni sentivano di avere tutta la vita alle spalle. E avevano figli di mezz’età, attempati cinquantenni come i miei nonni, che erano rimasti a casa dei genitori anche dopo essersi sposati e si prendevano cura di loro con la naturalezza dell’abitudine. Invecchiare, all’epoca della mia infanzia, era una cosa semplice. Non so quando tutto sia cambiato. Forse con il boom economico. Più soldi, più possibilità di avere una casa propria. Oppure adesso è diverso perché si vive tanto più a lungo. I vecchi, oggi, sono diventati un problema. O almeno lo era diventata mia nonna. Ultraottantenne e non più in grado di abitare da sola, aveva peregrinato in casa delle figlie fin quando erano entrate anche loro nella terza età mentre lei, come diceva scherzando, si era ridotta a un reperto archeologico. Novantasettenne, con figli che ormai sfioravano gli ottanta ed erano pieni di acciacchi, era destinata all’ospizio. Invece approdò a casa mia, dando inizio alla più grande avventura che entrambe abbiamo mai vissuto.

 

Accogliere mia nonna nei pochi metri quadri in cui abito, cambiò le nostre vite. Diede a me uno scopo - renderla felice - e a lei il modo di trascorrere i suoi ultimi anni in allegria, anziché nell’abbandono. Se guardo la prima foto che le scattai quando arrivò da me, fatico a riconoscerla. Era una vecchietta stanca e macilenta, ma fra queste mura amiche rifiorì. Sembrava addirittura che ringiovanisse, proprio come il barone Lamberto di Gianni Rodari. Merito dell’amore pazzo che abbiamo sempre nutrito l’una per l’altra, certo. Ma  anche della sensazione di essere finalmente salva, della sicurezza di poter morire con il conforto di carezze e parole dolci. E più stava qui, più la morte sembrava farsi lontana invece di approssimarsi.

 

La nonna ricominciò a desiderare, quanti anziani lo fanno? Desiderava abiti nuovi, messe in piega dal parrucchiere, cibo saporito – che devo farmene di queste minestrine, Bennussì? Preparami una bella pasta al grattè -, desiderava imparare. E imparò. Fece amicizia con l’iPad, fece amicizia con i social. Grazie alle sue battute caustiche, alle uscite esilaranti e alla sua competenza calcistica, smise di essere semplicemente mia nonna e diventò LA NONNA, un punto di riferimento per migliaia di persone. Riceveva visite, inviti, lettere, biglietti d’auguri. Riceveva regali per il suo compleanno da gente che abitava in altre città, in altre nazioni. Grazie a lei, a quel suo modo quieto di adattarsi ai cambiamenti, di guardare sempre e comunque avanti piuttosto che rimpiangere il passato, grazie alla sua dignità, alla sua tenacia, io sono diventata una donna diversa.

 

E’ stato come se il lavoro che la nonna aveva cominciato quando ero bambina, quando mi raccontava l’Iliade e l’Odissea, mi portava a sentire l’opera al San Carlo e mi insegnava a cucinare con cura perché nutrire gli altri è un gesto d’amore, fosse finalmente arrivato a compimento. Mia nonna mi ha reso luminosa, mi ha insegnato a non avere paura. La storia della mia famiglia assomiglia talmente tanto alla trama dei Buddenbrook che se Thomas Mann fosse vivo ci farebbe causa per plagio. La nonna si rammaricava del fatto che, di generazione in generazione, il patrimonio familiare fosse diventato sempre più esiguo, che in eredità non mi avrebbe lasciato altro che un doppio filo di perle e un anello, però si sbagliava. Mi ha lasciato il suo amore. E quanto di più prezioso per un narratore: una storia da raccontare.

 

Benedetta Gargano
sceneggiatrice e autrice televisiva, è in libreria con “L’invenzione della felicità” (Solferino)

 

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