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La misura di me

La ricerca di una strada tutta per sé attraverso la scrittrice più brava di tutte, Jane Austen

21 Giugno 2019 alle 12:47

La misura di me

Il contrario di orgoglio può essere molte cose: umiltà, modestia, discrezione. Anche vergogna”. Va chiudendosi così, con una analisi della vergogna e dell’imbarazzo “Le amiche di Jane” (Marsilio), in cui Annalisa De Simone fa ciò che ogni austeniano fa di continuo, ovvero interrogare Lizzie, Wickham, Darcy, Fanny, Emma e tutte le altre e gli altri su ciò che accade, sulle persone incontrate, le relazioni stabilite, le conversazioni intraprese, le scelte giuste e quelle sbagliate.

 

Nell’ultimo capitolo Annalisa De Simone guarda una foto della se stessa ventunenne, “carnosa e scollata”, una ragazza di provincia provocante sopra le righe, con le sopracciglia disboscate con fin troppa cura, una ragazza che vuole essere come tutte le altre ma di tutte le altre deve mostrarsi più bella, più sexy, una che vuole farsi notare come attrice e presenzia a tutte le cene, a tutte le occasioni mondane, salendo e scendendo dagli autobus di Roma. E’ qui che il racconto si scioglie in tenerezza, nell’annullamento dell’orgoglio e nella ricerca di una parola che definisca il suo opposto, ed è sempre qui che comincia il congedo dal dialogo di Annalisa De Simone con i personaggi di Jane Austen, che fin dalla prima pagina è stato la forma e il fondamento di questo libro.

 

Tutto inizia con uno scambio di battute tra amiche, quando Annalisa e N., costumista teatrale, si mettono a chiacchierare nel patio di un hotel davanti a un Bloody Mary. In quel periodo N. frequenta un architetto che le dice di essersi separato dalla moglie e di essere tornato a stare dalla madre, ma nessuna delle due cose è vera: quando si vedono, rigorosamente a casa di lei, lui fa il vago e lei non vuole vedere l’evidenza. E’ così che Annalisa, ascoltando le disgrazie sentimentali dell’amica innamorata di un cialtrone, ripensa a Wickham di Orgoglio e pregiudizio, il più bugiardo di tutti, archetipo dell’intrigante farabutto di tutti i tempi, uno di cui il lettore pensa una cosa e i personaggi un’altra, un uomo bello, affascinante e con tutta l’aria di essere uno di cui non ci si può e non ci si deve fidare. Annalisa De Simone in quel periodo sta lavorando a un testo teatrale, va a vedere una pièce di Juan Mayorga, e grazie alle parole del drammaturgo (“La domanda d’oro, la domanda che si deve piantare nella mente del lettore, è: cosa succederà? Non si può dar tregua al lettore, bisogna mantenerlo inquieto”) le si disvela la funzione di Wickham, il portatore dell’incertezza e della curiosità del futuro, quello che fa sì che il lettore sia spinto a chiedersi cosa ci sia dietro un’apparenza. Perché il lettore è come il sultano di Sherazade, se si annoia ti taglia la testa: questa è l’unica cosa che conta, e con Jane Austen non ci si annoia mai.

 

L’amica N. è la chiave che il lettore ha per accedere alle vite sentimentali di tutti. In uno dei capitoli centrali, l’Annalisa narratrice racconta una se stessa più giovane e più smarrita accanto a un uomo sposato che forse l’ha messa incinta: è sempre Jane a fare da metro per capire come si misura l’amore, come si misura l’assenza, come si misurano gli errori. De Simone passa in rassegna gli errori di tutti: quelli di Elizabeth e Darcy, “i primi responsabili del loro malcontento”, quelli di Marianne con l’impeto di tutti i suoi scivoloni, quelli di Fanny che deve scegliere se cedere o meno alle lusinghe del mondo, quelli di Catherine al bivio tra accettare la realtà o fuggirla. I romanzi di Jane Austen sono sempre di formazione, “splendide variazioni sullo stesso tema: cosa significa crescere?”. E poiché nessun libro vive senza altri libri e i legami si stringono in quel luogo di libere associazioni che è la mente dei lettori, dal taccuino nero su cui Annalisa De Simone prende appunti viene fuori una frase di Milan Kundera nell’“Immortalità”: “Gli sguardi sono come pesi che ti buttano a terra, oppure come baci che ti succhiano forze”. Una frase che Jane Austen non avrebbe mai scritto, ma dentro cui ci sono le righe bianche dei suoi romanzi, il silenzio dietro i suoi dialoghi: quando sono in piedi le sue eroine combattono, quando sono a terra crescono subendo lo sguardo degli altri, che è sempre impietoso e qualche volta umiliante. Quello sguardo si posa con più violenza su di noi quando siamo più fragili, quando siamo innamorati. E siccome Jane Austen non incentra i suoi romanzi sull’amore ma sull’innamoramento, le sue eroine sono sempre esposte e spesso umiliate. Intanto, immaginando Jane mentre scrive al suo scrittoio pieghevole e dal suo angolo oltrepassa tutti i confini sociali e geografici, Annalisa De Simone si mette alla ricerca del senso della propria scrittura e dei propri oggetti simbolici. “Le amiche di Jane” diventa allora la ricerca di una strada tutta per sé, di una misura tutta per sé – e insieme resta un delicato omaggio alla scrittrice più brava di tutti.

Nadia Terranova

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