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Porto le parole

Noi che diventiamo genitori da orfani siamo una specie a parte. Mai più silenzio, mai più vuoto

22 Marzo 2019 alle 11:27

Porto le parole

Edward Hopper, Cape Cod Morning

“Sei normativa verso tuo figlio adolescente?” mi chiede la giornalista, intervistandomi sul mio romanzo appena uscito, una storia di silenzi, di incomunicabilità tra genitori e figli, di coppie alle prese con la frenesia del vivere e con la solitudine che spesso si accompagna a quella frenesia. “Sono normativa verso me stessa, prima che con lui”, rispondo.

 

Perché al contrario di Scura, la protagonista del mio romanzo, una madre distratta, assorbita dalla sua professione, incapace di riconoscere e di chiamare per nome i suoi desideri più profondi, io – da quando ho messo al mondo mio figlio – ho riaperto, spalancato, occhi, orecchie e cuore, per mettermi in ascolto.

L’ascolto è la consegna tacita a cui mi sono votata da quando, nascendo, mio figlio mi ha rimesso al mondo. Che poi è ascolto anche di quella bambina inconsolabile rimasta dentro di me.

Sarebbe bello rimanere figli finché non si diventa genitori, e anche oltre, se possibile. Un privilegio che non capita a chi, come me, rimane orfano.

Orbo di genitore, il subumano dolente che resta, ha ancora tutte strozzate le domande in gola: “Mamma, com’ero da piccola? Dormivo? Ero capricciosa? E da adolescente? Chiusa, troppo aperta, liscia, gasata?”.

 

 

 

Non lo saprai mai, perché quelle domande non sei riuscita a farle in tempo. Perché tu e tua madre vi siete perse troppo presto di vista, perse di vita. Lei se n’è andata e tu non eri pronta. A smettere di essere figlia, a diventare madre a tua volta.

Rimangono, nebulosi e remoti, i ricordi di come ti accarezzava i capelli se avevi mal di pancia. O di come ti spiegava come nascono i bambini mentre puliva i carciofi. O quando ti diceva che la libertà, nella vita, è ascoltare e seguire le voci dentro, senza badare al brusio di fuori.

Dopo è toccato a me. Noi che diventiamo genitori da orfani siamo una specie a parte. Abbiamo la consapevolezza antica di chi sa già che cosa ci aspetta, e il terrore infantile di perderci in un bicchiere d’acqua. Abbiamo badili di saggezza da condividere, e la distanza siderale dalla generazione dei figli. Le capacità cognitive di macchine da guerra, e i corpi già votati all’epoca della pace. Certezze infinite, energie contate.

Noi siamo quelli che di notte avrebbero bisogno di dormire, e invece ci mettiamo a parlare con loro dei primi batticuori, delle prime delusioni, di come va il mondo. Passiamo ore inseguendoli da nord a sud, da est a ovest, pur di farli felici e passare del tempo con loro.

“Che senso ha la guerra, mamma?”. “Perché Hitler considerava gli ebrei una razza inferiore?”. “Domani mi prepari il ragù bianco? E poi mi aiuti a fare la ricerca sugli arcobaleni?”.

Al contrario di Scura, protagonista del mio romanzo, madre colpevolmente assente e donna maldestramente anaffettiva, io mi abbevero al calice della tua crescita, adolescens.

“Adolescens”, in latino: “Colui che si sta nutrendo”. Tu stai formando la tua etica e la tua personalità all’ombra della mia. E io, adulta, sto crescendo insieme a te. Sto diventando grande grazie a te. Non potrà succederci niente di male finché tra noi ci sarà dialogo. Finché ci guarderemo negli occhi e ci riconosceremo, non accadrà nulla che che io e te non riusciremo ad affrontare a colpi di parole. Che la parola è l’arma che abbiamo scelto di usare contro incomprensioni e silenzio, contro solitudine e assenza.

Parole come semi, con cui concimiamo questo terreno franoso che è l’esistenza; il paracadute a cui ci aggrappiamo per non cedere alla tentazione del vuoto; la bussola che seguiamo attenti per non perderci. Camminiamo paralleli, ma alla debita distanza.

Al contrario di Scura, protagonista del mio romanzo, io lotto tutti i giorni per evitare che la vita mi trasporti in un altrove lontano da te. Voglio restare a chilometri zero dal tuo cuore. Che da troppo lontano non potrei ascoltare i suoi battiti.

Quante volte, da figlia, avrei voluto gridare: “Qualcuno, per favore, può prendersi almeno una piccola parte del mio dolore?”. Attorno c’era l’affanno delle vite, che devono scorrere a perdifiato e spaccare gli argini; la sordità di chi ha orecchie ma non può ascoltarti, troppo pesante il carico della propria legittima sopravvivenza.

Per questo, adolescens, ho riempito tutti i nostri luoghi di luci e colori, di risate e di suoni. Di parole che non siano mai taciute per timore di essere inascoltate. Occhio per occhio. Dente per dente. Amore per amore. All’anarchia dei silenzi imponiamo la dittatura delle parole.

E quando sbaglieremo, perché madri e figli proliferano nel terreno fertile dell’errore, almeno sapremo chiamare sempre per nome i nostri sbagli.

 

Eleonora Molisani è in libreria con “Affetti collaterali” (Giraldi editore)

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Commenti all'articolo

  • leless1960

    25 Marzo 2019 - 13:01

    Come fai, sbagli! Potrei fermarmi qui, ma poi non pubblicate il post, per cui aggiungo che da orfano doppio, di madre a due mesi e di padre a vent'anni, sono impazzito d'amore per mio figlio non appena è comparso nella prima ecografia. Coerentemente gli ho dedicato tempo, attenzioni, ascolto, premure e consigli. Tutto andava bene, il dialogo era ricco, fintantoché non è apparso uno psicologo che a decretato la viziosa fallacità di tale metodo educativo e sta decidendo per noi la necessità di una separazione, a 23 anni, perché cresca, recidendo dei legami che non lo fanno diventare uomo.

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