La grande umiliazione di essere diventata una madre imbarazzante

Annalena Benini

15/03/2019

La grande umiliazione di essere diventata una madre imbarazzante

Foto LaPresse

La puntualità e l’indispensabilità. Tutte le cose amate che ho perduto in tredici minuti

Non riesco proprio a spiegarmi perché i miei figli non conoscano nessuna forma di puntualità, penso mentre corro a piedi verso la stazione e salgo sul treno che sta fischiando, e mi accascio senza più vita in un posto non mio, da cui vengo immediatamente cacciata con un ghigno da qualcuno arrivato più tardi di me. Mi stavo solo riposando, dico, lo so qual è il mio posto, ma i ritardatari sono sempre anche molto aggressivi e rabbiosi. Strano comunque, perché ero in anticipo, da ventiquattr’ore calcolavo i tempi necessari per arrivare al binario con calma, non troppo presto ma mai, per nessun motivo, con il rischio di essere in ritardo e avere il cuore in gola. Tredici minuti prima è la sintesi che ho raggiunto tra la nevrosi pessimistica e il buon senso. Ma a causa di una serie di inconsapevoli e ingenui errori di giudizio tutto l’anticipo che avevo gelosamente coltivato, è svanito, ed è svanito mentre io riflettevo sul ritardo dei miei figli, sulla loro incapacità di rendersi conto che io non posso accompagnarli alle feste e al cinema e a studiare a casa di amici che vivono sempre fuori città, e intanto raccogliere le bottiglie vuote di coca cola, e la mattina aspettarli davanti all’ascensore per portarli a scuola mentre loro ancora stanno con la faccia tuffata nel caffelatte. Mi preparavo tutto un discorso dentro la testa, sul fatto che la puntualità è il rispetto del proprio tempo e di quello degli altri, ed era per arrivare a dire che loro non mi rispettano abbastanza, e che io vorrei anche più deferenza, gratitudine, mi spingo a dire: idolatria. Invece mia figlia mi ha detto che l’ho messa in imbarazzo davanti ai suoi amici. Ma come ti ho messa in imbarazzo, se vi ho ordinato dodici pizze e ve le ho pure tagliate mentre guardavate Black Mirror? Non dovevi sederti lì con noi.

  

 

Ma mi sono seduta solo per tagliarvi le pizze, in piedi non ci riuscivo! Sì, ha detto lei, ed è stato molto imbarazzante perché c’era una scena da parolacce e i miei amici non hanno potuto dirle davanti a te. Non ha detto: grazie mamma. Ha detto: sei stata imbarazzante, mamma.

 

E’ stata una grossa umiliazione, e le umiliazioni boicottano la mia puntualità, perché continuano a girarmi nella testa, mi ossessionano, mi paralizzano, e intanto il tempo passa e i treni partono. Pensavo a quei ragazzini che sembravano tanto educati e intanto, mentre io ero china sulle loro pizze, si guardavano con gli occhi sbarrati, scuotevano la testa, si chiedevano: quando si leva dai piedi, questa guastafeste? Probabilmente facevano anche dei gesti con le mani. Mi hanno detto: buonasera signora, grazie di tutto, e ora capisco il motivo di quelle risate soffocate che sentivo dalle scale. Mi sono rivista alla loro età, insofferente a ogni forma di essere umano adulto, ma allo stesso tempo sono certa che non sarebbero mai stati in grado di tagliare le pizze senza di me. Che disastro sentirsi indispensabili, quelli senza i quali niente può funzionare, e non accorgersi che nessuno ha richiesto la tua presenza, nessuno ha davvero bisogno di te, e puoi benissimo prendere il treno in orario, arrivare puntuale dappertutto, consegnare tutti i lavori in anticipo, perché l’unica cose che ti chiedono è: non mettermi in imbarazzo. Magari anche: non uscire dalla stanza, non far capire che ci sei, ma soprattutto: non dire niente. All’improvviso ho perso tutti gli alibi per il mio ritardo, e su quel treno, finalmente seduta al posto giusto, ma sempre umiliata e offesa, ho preso una decisione: d’ora in poi mi occuperò soltanto della mia puntualità e del mio disordine. Il loro, non voglio metterlo in imbarazzo. Le vaccinazioni le hanno fatte, di tetano non moriranno.