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Non sono stato io

Paura, crudeltà e sparizioni. Chi ha detto che l’infanzia è un luogo felice? Il terrore dei bambini

8 Marzo 2019 alle 11:49

Non sono stato io

Una cena di Babadook, un film del 2014 diretto da Jennifer Kent

Nei bambini, come negli adulti, le situazioni di stress causano angoscia, sono reazioni normali, ma se sottovalutate, rischiano di trasformarsi in sintomi più gravi come la depressione, a volte diventano comportamenti violenti e trasgressivi. Sembra banale dirlo, ma i bambini hanno bisogno di regole, perché non sanno di essere crudeli. Ce lo ricorda Daniele Derossi nel suo nuovo romanzo “Non sono stato io” (Marsilio), un libro che colpisce e stordisce, perché in quelle pagine – non stiamo affatto esagerando – nulla è scontato e tutto è costruito secondo un climax ascendente di terrore, capace di provocare paura e grande curiosità in chi legge. Si inizia con un grido, quello del piccolo Giacomo, il figlio di otto anni che Ada, “nata in campagna e schizzinosa come una principessa”, ha avuto dallo scienziato pachistano Bashir da cui si è separata, e seguiranno diverse – di altri bambini, di uomini e di donne – grida di dolore (per chi c’è e per chi non c’è più), di piacere, di tutte le cose insieme e di nuovo di terrore.

   

Tornare a Serana, il paesino dell’Alta Val di Susa in cui è nata, dopo tanti anni passati a Londra, non sarà facile per una donna come Ada, che lì ha ancora sua madre, di cui le resta però solo “il brusio sgradevole di una radio mal sintonizzata”. A detta sua, di genitori ne ha sempre avuto soltanto uno, suo padre, l’unico che sapeva amarla come offenderla – “una rivoluzionaria al caviale” era solito definirla – il solo dei due che la conosceva davvero. Nel paesino d’infanzia ritroverà gli amici di sempre, da Radames che le confiderà “finalmente” la sua omosessualità davanti a un caffè – il momento della giornata che preferisce – fino a Mariella che, forte di un marito benestante, ha preferito restare lì “a foderare i divani di seta bianca” e a occuparsi dei tre figli piccoli. Se si incontrassero oggi, le due donne non si rivolgerebbero neppure la parola, perché non hanno niente in comune, ma “la loro amicizia era inevitabile”, perché sono cresciute insieme, i loro padri erano i due laureati del villaggio – un medico e un notaio – e poi perché si sa che “le consuetudini della vita di provincia sono più forti delle affinità elettive”.

  

Mentre gli adulti passano le giornate a spettegolare di amori e di politica, i più piccoli come Giacomo, che sa molte cose sugli animali e sul mondo, vanno a scuola: ma lui non fa amicizia con nessuno se non con uno strano bambino dai capelli rossi di nome Robi che ama giochi pericolosi, come chiamarlo al femminile (Mimì), incutendogli terrore e la disistima più totale. Dov’è tua mamma?, gli chiederà, e lui: “E’ uscita a fare la spesa”. Ancora il bambino dai capelli rossi: “E’ sempre fuori. Secondo me non vuole stare con te. Ha ragione, puzzi”. Insieme si spingeranno laddove nessuno era mai entrato prima, nei sotterranei di un castello tra i boschi che nasconde più di un segreto. Altri bambini, come Jennifer, scompariranno ed è lì, in quel preciso momento, che inizierà il dramma di chi lo vive e l’angoscia di chi legge. La scomparsa di un figlio è la peggiore paura di un genitore, “una paura atavica”, una paura che purtroppo ci fa chiudere in noi stessi. Dopo quanto tempo si abbandonano le ricerche di un bambino scomparso? Pare che le probabilità di ritrovare una persona decrescano esponenzialmente con il trascorrere delle ore, scrive Derossi, biologo torinese, oggi londinese d’adozione, già autore del romanzo “Nel cuore dell’anatomista” (Bompiani, 2013). Dopo quanto si smette di sperare? Dopo un anno? Dieci? Ma, soprattutto, un genitore smette mai di farlo? Ovviamente no, figuriamoci poi in un piccolo posto come quello dove tutti conoscono ogni cosa di tutti, ma poco di sé stessi, uomini e donne capaci di sguardi compassionevoli come di nessuna parola di conforto.

 

Ada sa bene che l’odio e le paure non si superano senza averli provati e attraversati, “senza immergersi in essi e uscirne fuori meno soli”, come sa bene che a volte, per tornare a vivere, c’è bisogno di distruggere quello che si è costruito, anche la propria immagine. “Siamo meno perfetti di quanto vorremmo”, le farà notare sua madre e il passato può cambiare forma anche per una “sopravvissuta” come lei. Il bambino che non parla, non si lamenta, non fa domande e si ritira nella sua stanza a giocare con la PlayStation, non sta bene, le farà notare la giovane psicologa. E’ un bambino che non ha gli strumenti o lo spazio psichico. Sentire ripetere la frase del titolo – “non sono stato io” – non basta. L’importante è la comprensione, la sola assoluzione possibile.

Giuseppe Fantasia

È nato a L’Aquila, ma vive a Roma, ha una laurea in Legge, ma ha scelto di fare il giornalista. Scrive per l'HuffPost Italia, Marie Claire ed Elle Decor. Su Il Foglio si occupa delle pagine culturali, scrive di libri, arte e spettacolo e ogni giovedì c'è "Odo Romani far Festa", la sua rubrica da cui viene fuori tutto il meglio (e il peggio) delle feste della Capitale e non solo. GiFantasia su Twitter, @gifantasia, su Instagram

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