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La bambina con la giacca a vento rosa non voleva andare a Cortina

Castelnuovo di Porto e lo smantellamento di una comunità. Sradicare e ricominciare

25 Gennaio 2019 alle 11:09

La bambina con la giacca a vento rosa non voleva andare a Cortina

Migranti al Cara di Castelnuovo di Porto (foto LaPresse)

Perché Matteo Salvini, ministro dell’Interno, continua a dire che i richiedenti asilo politico (molti con permesso di soggiorno per motivi umanitari), che in queste ore stanno lasciando il Centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto, tra cui i bambini delle scuole elementari, non devono però pretendere di andare a Cortina? Nessuno di loro avrebbe desiderato di andare a Cortina, nessuno sa nemmeno che cosa sia Cortina, certo non la bambina di cinque anni con la giacca a vento rosa che mostra i disegni che i compagni di classe hanno fatto per lei.

 

Le chiedono, gli adulti intorno, sconfortati: chi ti ha regalato questi disegni? E lei risponde, fiduciosa: i miei amici. I suoi amici, la sua comunità. Che cosa c’entra Cortina? Che cosa c’entrano “le corriere Mercedes munite di aria condizionata” utilizzate per lo sgombero del Centro di accoglienza? I pullman non sono una prova della non disumanità di questo ordine di trasferimento arrivato lo scorso venerdì sera, che non ha tenuto conto nemmeno del parere della prefettura e dell’amministrazione locale: il Cara funzionava bene.

  


  


  

Alcuni bambini sono stati fatti partire in fretta, i genitori non li hanno più mandati a scuola e la maestra ha detto: “Non ho avuto neanche la possibilità di avvicinarmi ai miei alunni per salutarli. Il saluto è fondamentale per tutti gli esseri umani ma specialmente per i bambini”. Se non saluti un bambino, se non gli spieghi perché non vi vedrete per un po’, se non gli dici che andrà in un posto più bello e che sarete per sempre amici, quel bambino penserà di avere fatto qualcosa di male e che tu non gli vuoi più bene. E questi bambini in particolare, che il pomeriggio studiavano italiano, che a scuola avevano fatto la festa di Natale insieme ai bambini di Castelnuovo di Porto, avevano già affrontato uno sradicamento: sono fuggiti dalla Turchia, perché il padre è curdo, sono fuggiti dall’Egitto, e Blessing, che ha venticinque anni e un figlio di sette mesi, è arrivata in Italia dalla Nigeria con la tratta delle prostitute, ma era riuscita a liberarsi. Alcuni sono studenti delle superiori.

 

Nessuno ha mai pensato di andare a Cortina, dove in questi giorni fa ancora più freddo che alla Stazione Termini, rifugio di molti che adesso non sanno più chi sono: hanno diritto all’accoglienza, oppure il loro permesso umanitario è stato revocato per il restringimento attuato dal decreto sicurezza, e vagheranno alla stazione, senza sicurezza per nessuno. Giocavano a calcio nella squadra locale, facevano i lavori socialmente utili, cercavano di prendere la maturità, un ragazzo del Gambia sta facendo uno stage in una piccola azienda in via Tuscolana a Roma e non vuole andarsene (“sto facendo tante cose qui”). Queste persone, tra richiedenti asilo e lavoratori, avevano creato una comunità che funzionava, e nel chiudere una comunità bisogna pensare a ricostruire una comunità, non a trasferire le persone a pacchetti.

 


 


 

La scuola materna, la scuola elementare, le lezioni di italiano, “la mia amica Chiara”, l’albero di Natale. Adesso questi bambini devono ricominciare da capo, un’altra volta, in un altro posto, e non è affatto sicuro che in un luogo più piccolo l’integrazione sarà più semplice e l’inverno più gentile. Gli abitanti di Castelnuovo hanno portato valigie, coperte, cappotti a queste persone ormai vicine, famigliari, il sindaco ha deciso di ospitare una ragazza somala che aspetta la risposta alla sua richiesta di asilo, esiste e si muove un vento costante e tenace di persone che non si scoraggiano e non alzano le spalle e non si tranquillizzano con la descrizione dei pullman con aria condizionata, e non si rallegrano per le battute su Cortina. E la bambina con la giacca a vento rosa avrà nuovi amici, nuovi disegni, una nuova maestra bravissima, un futuro più bello: questo vento freddo non la scoraggerà.

Annalena Benini

Annalena Benini

Nata a Ferrara nel 1975, laureata in Legge, è al Foglio dal 2001. Scrive di costume, di persone, di libri e di quello che succede. Cura per il Foglio un inserto settimanale, Il Figlio, che esce ogni venerdì. Vive a Roma, è sposata e ha due figli.

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Commenti all'articolo

  • ancian99

    29 Gennaio 2019 - 11:11

    Il disprezzo, l'arroganza del potere verso gli immigrati non è che la prima avvisaglia di un nazionalismo brutale che intende eliminare intere popolazioni di esseri umani che hanno il difetto di essere neri.

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  • ancian99

    29 Gennaio 2019 - 11:11

    In merito al mio commento del 28 gennaio 2019, 20:08, desidero rettificare un errore riguardo alla parola in ebraico 'shoah'.

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  • ancian99

    28 Gennaio 2019 - 20:08

    Questo commovente, bellissimo articolo ci aiuta a ricordare che cosa vuol dire la parola 'shoa', ossia, separazione ,separazione dai genitori, separazione dalla società c.d.civile, dai luoghi, perdita di identità, di dignità di esseri umani, e, infine, separazione dalla vita.

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  • tonio dicembre

    28 Gennaio 2019 - 18:06

    Serve un simbolo per riaffacciarci alla realtà. Ci vuole un atto di inusitata bellezza che faccia scemare l’arroganza nelle coscienze, che infili un bastone tra le ruote del carro dove si è seduto l’opportunismo politico. Diteci che non sta succedendo a noi, qui e ora, che foto e video di un piatto di pasta e un bicchiere di vino -non una melodia o una poesia o un acquerello- possano facilmente ripagare l’indulgenza di un popolo che sembra davvero credere di fare un balzo in avanti, tornando a vivere in un’epoca primitiva.

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