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Anche i segreti pesano, soprattutto quando nessuno vuole scoprirli

Chiamate i vigili, chiamate il sindaco! Storia di un tradimento su strada, e di molti lividi

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

18 Gennaio 2019 alle 15:26

Anche i segreti pesano, soprattutto quando nessuno vuole scoprirli

"Doppio segreto", di René Magritte (1927)

Anche i segreti pesano, a lungo andare, soprattutto quando nessuno li scopre. Quando nessuno nota che da una settimana zoppico, che non porto i tacchi e che il mio motorino è scomparso nel nulla. I segreti hanno valore se qualcuno cerca di svelarli, così come è importante fuggire se c’è chi ti insegue. Ma a me, nessuno mi insegue. Si dice anche che le persone sentano a un certo punto il dovere della verità, infatti dirò che ho sentito il dovere della verità, che non potevo più vivere con questo peso, e non che sono tremendamente delusa dal disinteresse verso il mio comportamento sospetto. Immaginavo una serie sfinente di domande a cui avrei opposto dei fieri, ingannevoli, a fin di bene: ma sei pazzo, e invece niente.

   

Ero così sconvolta, quella mattina. Stavo portando a scuola mia figlia in motorino, per una volta non in ritardo, non pioveva, non c’erano camion che volevano schiacciarci, nessuno psicopatico ci insultava, era un mattina molto serena, e in un secondo eravamo per terra, con il motorino prima sopra di me e poi scivolato lontano, una scarpa volata, e il mio immenso, disperato, senso di colpa: ho fatto cadere mia figlia. Che era già in piedi, si toccava un ginocchio e mi guardava stupita. La prima cosa che ha detto: ma siamo cadute davvero. La seconda: non dirlo al babbo ti prego. Lui è assolutamente contrario al motorino in sé ma soprattutto al motorino in me, e ancora peggio al motorino in me con figli minorenni. Dice sempre: incosciente. E quando sale in motorino con me, in circostanze eccezionali, per tutto il tempo urla: stai a destra, e io urlo indietro: prendi un taxi. Ha ragione lui, pensavo adesso, sdraiata sui sampietrini, umiliata nella mia ribellione, con i jeans rotti, un ginocchio sanguinante, le mani scorticate e le lacrime agli occhi per avere messo in pericolo mia figlia. Che a quel punto era di nuovo in ritardo per la scuola. Io le dicevo: scusami, lei mi diceva: non mi sono fatta niente, andiamo?, un signore voleva chiamare l’ambulanza, un altro cercava di rimettere in piedi il mio motorino, una signora passava a piedi e ci guardava con compatimento, ma all’improvviso è scivolata anche lei con un gran tonfo. E tutti a soccorrerla, e lei che urlava: chiamate i vigili, chiamate il sindaco! Allora abbiamo guardato meglio, e capito: c’era moltissimo olio per terra. La strada non era bagnata d’acqua, ma di olio. Non è colpa mia, ho pensato, non sono un’assassina, il mio motorino non è Christine la macchina infernale (ma me la pagherà) e mia figlia adesso deve andare a scuola. A quel punto i freni erano rotti, piegati, inservibili, e abbiamo fatto questo ultimo pezzo di strada a piedi, io zoppicando lei messaggiando la sua avventura ai compagni di classe. Io sconvolta, lei allegra. Io tormentata, lei già altrove.

  

Sono tornata in motorino, ma senza freni, a casa c’era ancora mio marito e quindi non mi sono messa il ghiaccio, e ho finto di non zoppicare. Lui non ha visto i jeans strappati e sporchi di sangue perché a quell’ora è particolarmente concentrato sul nodo della sua cravatta, ha lo sguardo alto. Mi sono però confidata con mio figlio, gli ho fatto vedere il ginocchio enorme, il sangue e il dito completamente livido sperando in un po’ di considerazione eroica, e lui infatti ha detto: ah, posso fare un upgrade a Brawl Stars che costa solo ventidue euro? Ma non sei dispiaciuto per me e per tua sorella?, gli ho chiesto, un po’ risentita. Se mi dai ventidue euro, sì. Non te li darò mai, e mi sono chiusa in bagno con il ghiaccio e un dolore amaro. Offesa con la città, con il sindaco, con il motorino, con le mie bugie, con me stessa e con i lividi che mi stavano spuntando dappertutto. Mia figlia è tornata da scuola saltellando, e mi ha detto in un orecchio: il babbo non sospetta niente. Anche questo mi ha offeso, e allora ho ricominciato a zoppicare, almeno un po’, ho lasciato su una sedia i jeans strappati, mi sono lamentata a voce alta la notte per il dolore al ginocchio. Ho fatto smorfie, ho detto: il motorino ha i freni rotti. Ma niente. Alla fine, stremata dai pedinamenti, ho deciso che non potevo più vivere con questo peso.

Annalena Benini

Annalena Benini

Nata a Ferrara nel 1975, laureata in Legge, è al Foglio dal 2001. Scrive di costume, di persone, di libri e di quello che succede. Cura per il Foglio un inserto settimanale, Il Figlio, che esce ogni venerdì. Vive a Roma, è sposata e ha due figli.

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