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“Te sei matta”. Tra motociclisti, angeli custodi e figli sotto i cavoli

Cronaca di un pensiero folle in una giornata assurda qualunque. Pugilato e Capoeira

28 Settembre 2018 alle 12:57

“Te sei matta”. Tra motociclisti, angeli custodi e figli sotto i cavoli

Foto Tiomax80 via Flickr

Ho accompagnato mio figlio a una lezione di prova di Pugilato, il giorno dopo averlo accompagnato a una lezione di prova di Danza moderna (non gli è piaciuta, non era danza e non era per niente moderna, c’erano solo femmine, lui è uscito dalla palestra torvo, scuotendo la testa e con il pollice verso, poi ha visto dei guantoni da boxe appesi al muro ed è tornato speranzoso, sempre diffidente ma speranzoso), gli ho detto: io torno alla fine della lezione, e sono ripartita per andare a prendere mia figlia alla lezione di prova di Atletica, dall’altra parte della città. Mentre un motociclista mi evitava urlandomi: te sei matta, lei mi inondava di messaggi vocali in cui si lamentava del mio ritardo: quindici minuti sono troppi, ho un sacco di compiti, davvero arrivi alle cinque e dieci? Mi sono fermata in mezzo alla strada e ho urlato dentro il telefono che non posso volare e che lei invece può benissimo prendere l’autobus, e in quel momento è ripassato il motociclista del te-sei-matta. Mi ha visto, ha visto che l’ho visto, è tornato indietro, si è fermato accanto a me che registravo vocali e ha detto: devi sta’ attenta, guarda che te mica ci arrivi a stasera. Ho annuito, e sono ripartita.

 

Non avevo tempo di litigare, avevo anche torto e dovevo stare attenta: altrimenti alla sera non ci arrivavo. Mia figlia appena ha visto la mia faccia ha detto: scusa mamma. L’ho portata a casa, le ho lanciato nella borsa un panino al prosciutto, le ho detto: se non lo mangi tutto fino all’ultima briciola non vai mai più da nessuna parte, e sono andata a prendere mio figlio a Pugilato. In questo tratto di strada, in cui il motociclista finalmente aveva smesso di seguirmi (se era l’angelo custode travestito da motociclista romano aggressivo, io non lo voglio sapere), mi è arrivato il solito pensiero assurdo, totalmente slegato dalla realtà: io comunque ne avrei voluti altri. Altri bambini da accompagnare a Danza e a Pugilato, da minacciare, da addormentare, a cui comprare lo zaino di scuola su Amazon e le mutande da Tezenis. Figli con cui riguardare vecchie puntate di Friends, figli che mi raccontano che Ale di nove anni ha detto: orgasmo, e ha fatto dei movimenti strani con la lingua. Figli che si offendono a morte se una bambina scrive: ti amo, però poi conservano il biglietto sul comodino per due anni. Figli anche neonati, che qualcuno se vuole può lasciarmi in un cestino davanti alla porta di casa, tanto il cane sta sempre lì a sperare che arrivi qualcuno da festeggiare.

 

Oppure trovo un figlio domattina sotto un cavolo, o che esce da un uovo, e lo porto a una lezione di prova di Nuoto e gli asciugo i capelli col phon in quel microclima tropicale al cloro con tutte le madri sudate. Dico lezioni di prova perché poi mi stanco e forse non li porto più da nessuna parte, soprattutto a febbraio, ma anche a dicembre. Figli a cui non dire mai che Babbo Natale non esiste, perché in fondo io che ne so, magari esiste. Figlia che sull’autobus incontrerà un vecchio compagno delle elementari molto cresciuto che le dirà solo: ciao, e anche lei gli dirà solo: ciao, e però a me dirà, con gli occhi luccicanti: “Era bellissimo con i capelli lunghi”. Altri figli, tutti diversi da me, ma sempre disordinati come me, che vogliono ancora la mano per attraversare la strada, e vogliono che guardiamo un film tutti insieme. Questo pensavo, accasciata sul divanetto della sala d’attesa in palestra, mentre un insegnante brasiliano molto muscoloso mi chiedeva: che sport fai? Nessuno. Da quanto tempo non fai nessuno sport? Venticinque anni circa. Allora dovresti proprio venire a Capoeira, ti cambia la vita. Forse era il mio angelo custode brasiliano, quindi per un attimo ho pensato di iscrivermi a Capoeira e cambiarmi la vita. Ma è uscito mio figlio, raggiante, con i guantoni alzati. Ha detto: mamma è una figata. Lunedì mercoledì e venerdì, dalle cinque alle sei, certificato medico il prima possibile. Sulla strada del ritorno, lo giuro, abbiamo incontrato il motociclista aggressivo. Ho suonato il clacson e gli ho urlato: ce l’ho fatta. E non voglio cambiarmi la vita.

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