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Un’ora sola ti vorrei

Franco Basaglia avrei voluto conoscerlo, e Rosa non era soltanto la più bella del paese

18 Maggio 2018 alle 14:41

Un’ora sola ti vorrei

L'ex manicomio di Mombello. Foto di Asbruff via Flickr

“Un’ora sola ti vorrei” cantava Fedora Mingarelli nel 1938. Franco Basaglia aveva 13 anni, viveva a Venezia, quartiere san Polo, secondo di tre figli, buona borghesia veneziana. A una sessantina di chilometri di distanza, in piena campagna veneta, anche Rosa aveva 13 anni. Seconda di cinque, famiglia di contadini, pochi libri, molti calli alle mani. Rosa già allora era la più bella del paese, aveva profondi occhi scuri, zigomi alti e pronunciati, lunghe trecce castane. Nelle foto è la più alta, la più altera.

  

Quattro anni dopo Franco Basaglia studiava al liceo classico di Venezia e Rosa camminava sul ciglio della strada, dieci chilometri al giorno all’andata e dieci al ritorno, per andare in fabbrica. Aveva 17 anni, era sempre la ragazza più bella del paese, le sue sorelle la rimproveravano perché era vanitosa e aveva la testa fra le nuvole. Faceva l’operaia in filanda. Camminava diritta e fiera lungo la strada quando venne investita da un’auto, il conducente scappò, forse un nobile o un gerarca fascista, chi altro poteva disporre di un’automobile in campagna? La trovarono a terra, incosciente. La commozione cerebrale le lasciò in eredità frequenti crisi epilettiche e venne più volte ricoverata in manicomio, reparto neurologia. Più volte venne sottoposta a elettroshock. Tutte le volte senza anestesia. Sentiva ogni cosa, la scossa elettrica che attraversava il cervello, il dolore lancinante, il corpo che perdeva il controllo, l’urina che usciva involontariamente, l’umiliazione di essere trattata come una cavia. La scossa elettrica la lasciava prostrata, inebetita, violentata. Era sempre bella, ma lo sguardo era diventato assente.

   

Intanto era arrivata la guerra, Franco Basaglia non nascondeva le sue simpatie antifasciste, arrestato, passò qualche mese in detenzione. Rosa sposò – contro il parere dei parenti – un giovane come lei, altrettanto fragile e bello, traumatizzato da quello che aveva vissuto al fronte: si rifugiava nei boschi per non dover più sparare neanche a una gallina. Lei andava in fabbrica in motorino, con un pezzo di cartone sotto la giacca davanti e uno di dietro, per ripararsi dal freddo. Quando le crisi epilettiche arrivavano la gente si spaventava.

   

Intanto, nel 1949, Franco Basaglia si laureava in Medicina e Chirurgia, mentre Rosa metteva al mondo la seconda figlia. Undici anni dopo Rosa aveva 34 anni e tre figlie, la terza gravidanza gliela avevano consigliata i medici per curarsi. Aveva 34 anni e tutti i capelli bianchi. “A causa degli elettroshock” dicevano in paese.

   

Nel 1959 le tre bambine entrarono in orfanotrofio. Rosa venne ricoverata nel manicomio di Sant’Artemio di Treviso che in settant’anni ha accolto 45 mila persone. C’erano i “tranquilli”, i “ribelli”, i “protestatari”. A metà degli anni Sessanta le figlie andavano a trovarla ogni settimana. Di nascosto dai colleghi, dagli amici e dai fidanzati per vergogna. Di nascosto dai datori di lavoro per paura di perdere il posto in quanto parenti di una malata mentale.

  

Nel 1968 Ornella Vanoni presentava a “Canzonissima” la sua sofisticata versione di “Un’ora sola ti vorrei” e Franco Basaglia pubblicava “L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico” dove raccontava l’esperienza dell’ospedale psichiatrico di Gorizia dove aveva tentato di trasferire il modello della comunità terapeutica, una vera e propria rivoluzione: via le fasce per legare i pazienti, via le terapie elettroconvulsivanti, aveva aperto i cancelli dei reparti. Aveva promosso il rapporto umano con il paziente. Nessuno si sarebbe dovuto più vergognare di nessuno. Nessuno sarebbe stato più trattato da animale. Ma era ancora presto.

   

Il 13 maggio 1978, 40 anni fa, fu varata la legge 180. Franco Basaglia aveva vinto: si aprivano i manicomi, i pazienti tornavano persone.

   

Ma era troppo tardi per Rosa, per le decine di vasetti di pillole colorate che riempivano il suo comodino, per la fronte segnata dalla terapia elettrica, per la mente svuotata, appannata, intorpidita da anni di ricoveri. “Un’ora sola ti vorrei” è diventato il titolo di un documentario straordinario girato nel 2002 dalla regista milanese Alina Marazzi che si può vedere su YouTube. E’ un lavoro sulla memoria, un atto di amore verso Liseli, la mamma di Alina, giovane e ricca signora milanese, internata in un manicomio svizzero per aver dato segni di instabilità. Allontanata dai figli, dalla famiglia, nascosta, dimenticata, Liseli scrive lettere ai suoi bambini, le stesse cose che diceva Rosa: “Non mi fanno venire a casa, vorrei vedervi, ma non mi fanno vedere le vostre fotografie. Come state? Qui tutte le giornate sono uguali. Prendo le mie pillole. A presto”.

   

Sui giornali si discute dell’eredità lasciata da Franco Basaglia. Una rivoluzione incompiuta, “tradita’’, dice qualcuno, sottolineando quello che manca – fondi, personale, assistenza alle famiglie. Ma molto è stato anche fatto. Oggi Liseli e Rosa sarebbero state trattate da esseri umani, non da cavie. Liseli non l’ho conosciuta, Franco Basaglia avrei voluto. Rosa era mia nonna.

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