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I miei burattini

Insegnare le storie con i pupazzi infilati nel braccio: le cose vecchie che diventano nuove

16 Febbraio 2018 alle 10:33

I  miei burattini

Dici burattini e il pensiero va a quegli spettacoli che ci facevano vedere da bambini e nei quali c’era la messa in scena di personaggi che se le davano di santa ragione in un teatrino. Oppure pensi a Pinocchio che Collodi aveva sottotitolato Storia di un burattino. Roba vecchia si dirà, roba passata, ora che i bambini sanno usare il tablet e lo smartphone come fai a proporre loro dei pupazzi? E invece il trucco per avere la loro attenzione è proprio quello di fargli vedere oggetti, personaggi, fargli sentire suoni molto lontani dalla loro realtà quotidiana.

  

Mi spiego: da cinque anni porto in giro per nido, scuola dell’infanzia e primaria i burattini didattici. E funziona. Funziona nel momento in cui si propone qualcosa che nella loro immaginazione non esiste. I bambini dagli zero ai sei anni sono abituati a guardare monitor dentro ai quali si muovono pixel sotto forma di immagini da comandare con un touch, ma quando vedono muoversi un burattino di cartapesta che dialoga con loro assieme ad altri burattini dentro a un teatrino in miniatura, cambia la loro percezione e rimangono attenti e incantati. Sarà che già Rodari nel suo libro Grammatica della fantasia parlava di marionette, burattini e del loro linguaggio particolare. Mario Lodi, il maestro di Piadena, li usava in classe e Benjamin in Figure dell’infanzia raccontava la malìa di giocattoli e burattini. Da allora è passato molto tempo, sembra strano possa ancora colpire l’immaginario dei bambini un burattino mosso con le mani. Sembrerà strano, ma ai bambini ora colpisce molto di più vedere una scatola meccanica in cui si muovono ingranaggi, rispetto a schermi a cristalli liquidi dentro ai quali viene rappresentato un film d’animazione con effetti speciali in 3D. Questo avviene perché le cose vecchie per loro sono nuove e quindi i burattini e le marionette risultano degli oggetti non identificati che li incuriosiscono proprio perché è innata in loro la curiosità per le cose nuove. Si penserà che la meraviglia dura il tempo di un battito d’ali. Invece no: stanno seduti davanti alla baracca per più di un’ora e guardano, ascoltano, partecipano, ridono, collaborano. Io propongo loro di inventare rime, poesie e filastrocche. Per l’esattezza sono i miei burattini fatti di stoffa e cartapesta a parlare con loro. Spesso i bambini sono tanti, più di cento, a volte tantissimi, trecento e più. Insegno loro le regole del ritmo della parola, lo faccio giocando attraverso il teatro di figura, e il patto è chiaro: ci si diverte, si impara. I bambini del nido rimangono colpiti da qualcosa che appare e scompare, e infatti se andate indietro nella memoria vi ricorderete della passione dei più piccoli per il “bubù settete” grazie al quale basta un pezzo di stoffa a coprire il volto e a farlo apparire per suscitare ilarità e risate incontenibili.

  

Per i bambini della primaria lo stesso trucco funziona se invece di fare apparire o scomparire il viso si fa apparire o scomparire un fazzoletto o un fiore. E’ così, se ci pensate, anche noi adulti proviamo ammirazione per il prestigiatore che fa apparire e scomparire oggetti, rimaniamo colpiti e meravigliati. Ci chiediamo qual è il trucco, ma dentro di noi, in uno spazio recondito, c’è il bambino che rideva nel vedere apparire e scomparire la faccia di nostra madre o di uno zio burlone. Al tempo non ci ponevamo il problema del trucco utilizzato, ma c’è un filo rosso che lega quel bambino là con l’adulto che guarda le magie. I bambini rimangono impressionati dai suoni mai sentiti. Se i trecento piccoli spettatori iniziano a spazientirsi basta prendere in mano uno strano strumento a fiato dal suono flautato per avere di nuovo silenzio e attenzione assoluti. I burattini sono una macchina narrativa perfetta, più imprevedibili di un video game, più seducenti di una Ps4, Sono strani, sembrano veri. Burattini che parlano, burattini della tradizione come Polonia, la moglie di Sandrone, sdentato e dal lungo cappello bianco e rosso. Un Diavolo terribile, una Guardia guercia e Fagiolino. Sono maschere antiche con caratteristiche estetiche precise. Potrebbero fare paura se avessero voci cavernose e stridule. Invece hanno una voce normale, la mia, e io esco ed entro dal teatrino facendo vedere i burattini inseriti nel braccio. I bambini rimangono colpiti dai colori, rimangono colpiti dalle scatole che contengono chissà cosa. Più della parola è importante il gesto, la musica di un’ocarina o di un’armonica a bocca e il suono che produce l’accostamento di parole: bolla, molla, bella, caramella, gatto, ratto, topo, dopo. Imparare significa meravigliarsi e questo stupore crea la memoria. Il ricordo di quello che si è appreso con gioia crea lo stato d’animo ideale per divertirsi. E poi serve il ritmo. Il ritmo è tutto.

   

*Il suo ultimo romanzo è “La vita segreta dei mammut in Pianura Padana” (Avagliano), che ha vinto il Premio Chiara

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