Non penso abbastanza al futuro, penso troppo a oggi pomeriggio

Le brave madri del Financial Times e la matematica che non sarà mai il nostro mestiere

Annalena Benini

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8 Dicembre 2017 alle 14:10

Non penso abbastanza al futuro, penso troppo a oggi pomeriggio

Illustrazione da “Buon Natale Mog!”, di Judith Kerr (Mondadori ragazzi, euro 10)

Il figlio di Roula Khalaf, giornalista del Financial Times, un bambino di otto anni, ha messo nella sua lista di richieste a Babbo Natale il coding, e sua madre era così felice, ha scritto nell’articolo, che ha immediatamente deciso di accontentare il bambino con un corso di due ore di programmazione informatica da fare il sabato. Io non sapevo che cosa fosse il coding, ho scoperto che con il coding si fanno un sacco di cose e si creano le app e che il sogno di questo bambino è crearsi un gioco per iPad con cui finalmente vincere e passare di livello ed essere il più campione di tutti. Per farlo è disposto a studiare, imparare e applicare nuove nozioni matematiche, che secondo questa madre del Financial Times (secondo tutte le persone previdenti) sono fondamentali per lo sviluppo dell’autostima e in genere della forza con cui si prenderà in mano il futuro, e invece noi antiquati scansafatiche abbiamo una percezione culturale negativa della matematica e non incentiviamo abbastanza i nostri figli a superare gli ostacoli matematici, che poi sono gli ostacoli della vita. Va bene, la madre del Financial Times ha ragione, ma mio figlio ha otto anni, proprio come il suo, quindi è colpa mia, perché lui a Babbo Natale ha chiesto i “soldatini di eserciti diversi”, non il coding. Soldatini di eserciti diversi con i muretti dietro cui nasconderli, i carri armati e le torrette e anche i bazooka. Mio figlio penzola dal divano, oppure striscia per terra con i soldatini in mano, fa i rumori degli spari e dei combattimenti, e se gli proponessi un corso di informatica il sabato pomeriggio piangerebbe per tre giorni. Non vuole nemmeno studiare l’inglese, non vuole imparare a sciare, non vuole fare i corsi di nuoto d’inverno, non vuole camminare in montagna d’estate, e ha detto che da grande farà il gelataio. Ha aggiunto che anche io dovrei fare la gelataia, però in una gelateria dove ci sia posto per un divano, in modo che lui, quando sarà stanco di vendere gelati, potrà sdraiarsi a giocare con i soldatini o con l’iPad. Dice spesso iPad, e questo dovrebbe riempirmi di speranza rispetto al coding e in generale allo spirito del Financial Times, ma ho come l’impressione che non chiederà a Babbo Natale di insegnargli a creare le app. Ha detto solo che è molto importante che Babbo Natale controlli su Amazon i soldatini che ha scelto, perché dovrà rifarli uguali.

 

La madre del Financial Times ha scritto che suo figlio di otto anni è tornato pieno di entusiasmo da quel corso di programmazione informatica del sabato pomeriggio, “pieno di entusiasmo riguardo al potere del calcolo”, e vuole iscriversi a un corso intensivo di quattro settimane. Le ha davvero chiesto: mamma voglio fare un corso intensivo di matematica, ti prego non dirmi di no? Voglio credere che al Financial Times dicano sempre la verità, quindi anche io lo farò, e dirò che quando mio figlio fa le divisioni con la virgola, se non gli riescono subito io gli dico il risultato giusto, con la calcolatrice. Prima dico: eh no, adesso ci riprovi finché non la fai giusta, perché devi imparare il metodo, il metodo è tutto, ti servirà per tutta la vita (l’ha scritto anche la madre del Financial Times, ma questo nemmeno glielo dico). Lui si rabbuia, mastica la matita, la matita non ha mai la punta e i quaderni hanno sempre le orecchie alle pagine, l’astuccio è sempre a scuola e comunque il metodo della maestra è sempre diverso dal mio metodo, e mio figlio ha tantissima voglia di una sottiletta e di una fetta di salame, non può fare la divisione se non ha una sottiletta in bocca e una fetta di salame in mano.

 

Io penso al suo futuro, ma non abbastanza, penso soprattutto al nostro presente, a questo pomeriggio in cui bisogna ricomprare le luci di Natale. Quelle vecchie hanno preso vita durante l’anno al buio dentro la scatola in cima all’armadio, hanno formato grovigli inestricabili, nodi impossibili da sciogliere, io dopo giorni di ostinati tentativi sono riuscita a sciogliere i nodi, a mettere le lucine sull’albero anche in un certo modo, molto interne all’albero per dare un’idea di profondità, e ho scoperto solo quando l’albero era già completamente decorato con le stelle e i pupazzetti e le palle, che le luci erano tutte rotte. Se ne accendevano due su duecento. E succede ogni anno, ma io non ho ancora imparato che bisogna provarle prima di metterle sull’albero. Credo che sia perché non ho mai studiato matematica, non ho mai chiesto il coding a Babbo Natale. Così conto fino a tre, anzi fino a due, dico a mio figlio il risultato della divisione e usciamo in cerca di gelaterie per il futuro, e di luci di Natale per oggi pomeriggio.

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