Il mondo del prima fatto di lunghe colazioni e sigarette che il mondo del dopo non potrà mai spiegare

Da quando è nata Amelia mi è molto più chiaro che genitori e non genitori appartengono a due mondi paralleli destinati a non incontrarsi mai

17 Novembre 2017 alle 16:33

Il mondo del prima fatto di lunghe colazioni e sigarette che il mondo del dopo non potrà mai spiegare

Foto di Jayt74 via Flickr

Ricordo con precisione quello che ho fatto il 20 maggio di otto anni fa: ho smesso di fumare. Il mio Nanga Parbat: l’impresa più eroica della mia vita, pensate come sono messo. C’è un prima e c’è un dopo. Solo quelli che hanno fumato tante sigarette sanno quanto sia dolce la vita prima di smettere. Per gli altri, tutti gli altri, i fumatori puzzano.

 

Con i figli è lo stesso: c’è un prima e c’è un dopo. Ricordo esattamente quando l’ho pensato la prima volta. C’era quel ristorante romano che aveva esposto un cartello: “Vietato l’ingresso ai bambini”. Sui social tutti quelli con figli indignati. Io pensai: un genio. E’ esattamente il tipo di ristorante che avrei cercato se fossi stato ancora nella mia vita-senza-figli. L’epoca nella quale, come tutti i miei simili, pensavo: basta, non siete speciali, fare figli è il passatempo più vecchio del mondo, siete noiosi. Perché ne parlate tanto? Perché vi sentite in diritto di raccontare a noi senza figli quanto sia bello e speciale essere genitori? Perché dobbiamo essere costretti a sopportare i vostri figli come se fossero nostri: il tuo che piange al ristorante, il suo che corre in treno, l’altro che urla al museo? A volte affiorava il sospetto che fare figli fosse per voi il mezzo più comodo per riempire un vuoto, per non sentirsi falliti, per dare un senso a una vita che un senso non ce l’ha. Oppure, peggio, in un paese a crescita zero, un sacrificio in nome della specie, un dovere da far pagare a tutti gli altri, una tassa non dichiarata, un pedaggio.

 

Sarà che non ho mai desiderato avere figli fino a quando li ho avuti. Una figlia, per la precisione. Non una qualsiasi: Amelia. Sei anni fa. Da allora mi è molto più chiaro che genitori e non genitori appartengono a due mondi paralleli destinati a non incontrarsi mai. Fumatori e non fumatori. In mezzo, certo, la zona grigia di chi li avrebbe voluti e non ce l’ha fatta, di chi li sta cercando, di chi li ha persi e non so come faccia a vivere. Ma i due mondi sono lì, due blocchi compatti, sordi, impenetrabili, sostanzialmente estranei o peggio ostili fino a quando qualcuno fa un figlio e si stacca da un mondo per finire, come un magnete, risucchiato dall’altro, nella vita-con-figli. E cambia tutto.

 

“Il weekend? Cos’è il weekend?”, chiede l’incantevole aristocratica di Maggie Smith in Downton Abbey. Per noi invece è proprio il weekend la vera misura della differenza tra vite-con-figli e vite-senza. Ricordo bene i sabati e le domeniche prima. Al mare con la bicicletta caricata sul treno. La colazione con i giornali sopra il tavolo, paginate di inserti culturali, sigarette e caffè, e quella mostra di fotografia che inaugura, il ristorante indiano che ci piace tanto, gli amici scelti, il binge-watching, il concerto all’ultimo minuto, al cinema anche tre volte a weekend, lo scooter, due caschi, la libertà. Tutto il tempo a disposizione per pensare a sé, tutto il tempo a disposizione per progettare di cambiare vita.

 

Ricordo troppo bene quella vita là per non sapere che era bellissima, che non ha meno dignità della mia vita di adesso, non ha meno sapore, meno spessore. Ma ora che c’è Amelia la vita è lei, il tempo dedicato a me si è come prosciugato e mi interessa sempre meno. Spesso mi ritrovo a pensare che vorrei passare le giornate a fare solo una cosa: guardare mia figlia vivere. Contemplarla, vederla crescere come in un time-lapse, non fare nient’altro. Sento che la mia vita ora conta poco, un po’ mi spaventa, ma forse è bello così, penso che sia questo invecchiare, che l’unico senso della fine è fare spazio agli altri, a quelli che verranno.

 

Poi mi sveglio e lei mi ricorda che non posso stare lì senza fare niente. Il monoteismo ha i suoi precetti. Crescere un figlio è fare i conti tutti i giorni con i propri limiti, un corpo a corpo quotidiano con i nostri errori, i nostri pregiudizi, le nostre certezze: perché non ci insegna nessuno, perché lei cambia ogni giorno e tu sei sempre lo stesso, perché la deludi, perché provi a capirci qualcosa, cosa è giusto e cosa non lo è. Far finta di essere sani.

 

Mi viene da ridere a pensare come si siano trasformati i miei weekend. Le visite alla fattoria didattica. Il corso di cavallo con i pony. Il pattinaggio. I burattini. La visita al museo della scienza. Piccoli chef. Mi è capitato perfino di accompagnare Amelia e il suo bambolotto da medici veri che fingevano di curarlo. E poi, naturalmente, le matite colorate e ogni nuovo cartone che esce al cinema. La Rificolona e Halloween, feste local e global con cui si vive di rendita anche per una settimana, tra preparazione, svolgimento e ricordo. I sabati sera li passi con i genitori degli amici di tua figlia, ti aggiorni sui corsi che potresti farle fare per riempire i pomeriggi, apprezzi la capoclasse che fa il report su WhatsApp, provi eroicamente a resistere ai gadget delle edicole e poi cedi. Facciamo tutti così.

 

E’ incredibile come prima abbiamo in mente una vita-con-i-figli completamente immaginaria, piena di cose che non si faranno mai e priva di quelle incombenze sempre uguali che scandiscono le nostre giornate di genitori. E che le vite-senza-figli, giustamente, schifano. Fumatori e non fumatori, appunto.

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