Gattuso, il vecchio saggio di cui il Milan ha ancora bisogno

"Ringhio" è custode della Tradizione e grande sacerdote del Verbo rossonero

22 Maggio 2018 alle 10:39

Gattuso, il vecchio saggio di cui il Milan ha ancora bisogno

Rino Gattuso (foto LaPresse)

E insomma il Milan, questo nostro ridimensionato Milan – il Milan dei giovani promettenti e delle vagonate di euro spesi in reboanti acquisti, il Milan dei nuovi equilibri e delle vecchie magagne, il Milan cinese e un po’ troppo poco milanese, il Milan del felicemente subentrante Gattuso – ci ha voluto lasciare un buon ricordo di sé, prima che la calcisticamente cupa estate priva dell’Italia ai Mondiali cancelli quasi tutti i dettagli di questo povero diavolo e ci faccia ripiombare nel noiosissimo tourbillon delle notizie di calciomercato riempitrici delle altrimenti vedove pagine sportive. Il ricordo, dunque, è quello delle cinque sonanti pappine rifilate alla flaccida Fiorentina che ci evitano i preliminari di Europa League, ma soprattutto ci mettono sotto il naso e in bella evidenza – quasi fosse un riassuntino della stagione – i nodi del comparto offensore, che tanta pena (e qualche orgasmo) ci causò: l’indispensabilità del Turco, la sostanza di Bonaventura (ma loro due più Suso, potranno ancora fare mucchio tutti assieme?), la luccicanza di Cutrone e poi gli enigmi André Silva e Kalinic, il cui gol sembra il mazzo di rose del marito alla moglie che ha appena chiamato l’avvocato divorzista. Qualcosa, però, dovremo scegliere, con senno e spregiudicatezza (certo, non solo lì). Ma il punto vero, per me che alla Storia continuamente guardo e nel cui corso tutto con giudizio colloco, è un altro. Ho sempre pensato che un ingrediente fondamentale del Milan degli ultimi decenni fosse la continuità tra le generazioni, la presenza in campo, al volgere delle brevi ère pallonare, di due o tre vecchi saggi del villaggio capaci di tramandare e infondere la corretta e vincente Idea rossonera. Non solo in campo, ma pure in panchina. Dopo e a parte Arrigo Sacchi, il Visionario – erasmianamente (nel senso della follia) voluto dal Re dei Visionari, Silvio I e Unico – che il miracoloso ciclo inaugurò, gli allenatori di gran lunga più vincenti venivano dalla Tradizione e assursero al rango di grandi sacerdoti del Verbo rossonero: Capello e Ancelotti. Da alcuni anni, invece, c’è stata una frattura (un atroce abisso) che ha reso il Milan poco più di una maglia con dipinti sopra due colori. L’avvento di Gattuso, e so di esagerare in ottimismo, mi ha allora un po’ quietato lo sgomento nel lago del cuore. La traversata del deserto è ancora lunga e Rino non sarà forse il nostro Mosé. Ma la sua presenza intelligente, la sua faccia e le sue parole ci ricorderanno anche l’anno prossimo che cosa significa vestire di rossonero.

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