Giuseppe Conte (foto LaPresse)

Il Bi e il Ba

I decostruttori che servono al Conte-tris

Guido Vitiello

Una delirante meraviglia di mostra andata in scena al Moma di New York nel 1988 raccoglieva progetti splendidi e arditissimi, ma senza senso. Consigli perché il prossimo inutile governo sia almeno bello

Se l’architettura, come ci ha insegnato Bruno Zevi, è l’arte di dar forma al vuoto, non mi stupisco che abbiano voluto battezzarli “costruttori” anziché responsabili, scilipotabili o ultrarazzi. Anzi, nel mio piccolo, per amor di patria, vorrei contribuire con qualche idea alla progettazione del Conte-tris – sia dell’edificio principale sia del piccolo casale, o casalino, attiguo. Un buon punto di partenza potrebbe essere il catalogo della mostra “Deconstructivist Architecture”, organizzata presso il Moma di New York nel 1988. Che delirante meraviglia, ragazzi. C’erano progetti splendidi e arditissimi, anche se per lo più inutili, velleitari o semplicemente irrealizzabili, noncuranti com’erano delle leggi fisiche fondamentali e delle più comuni necessità umane.

 

Un grattacielo sdraiato sul fianco di una montagna, che sembrava scivolare lentamente a valle; un edificio composto tutto di pezzi rotanti sincronizzati, come il congegno di un orologio; una sala da pranzo con delle colonne piazzate tra gli ospiti seduti a tavola, diavoleria degna di Buñuel; un palazzo disposto in modo così screanzato da disturbare i palazzi circostanti. Il tutto, beninteso, assemblando materiali ritenuti inconciliabili, usandone di lampantemente inadatti, violando le prospettive, spezzando linee, figure, volumi. Ecco, se volete che l’inutile Conte-tris sia almeno bello, fatene un edificio dalla forma strabiliante sospeso tra stabilità e instabilità, tra funzionalità e futilità, tra ospitalità e disagevolezza, come la migliore architettura decostruzionista. E noi così vi chiameremo: i decostruttori.

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