IL BI E IL BA

Un ottimo pessimo esempio

Guido Vitiello

La condanna esemplare non mira alla proporzione tra il delitto e la pena ma, al contrario, a un deliberato eccesso teatrale

Condanna esemplare, pena esemplare. Mi chiedete cosa dobbiamo pensare di queste altre formule. Ebbene, tutto il male del mondo. Ci sono almeno tre partiti (trovateli da voi) che ne fanno uso quotidiano sui social network, a commento di qualunque episodio di cronaca nera. Non che gli altri ne siano del tutto immuni, però. Ormai fa parte dell’aria avvelenata che respiriamo. Quando tutto questo cominciò, ancora qualcuno ne coglieva l’orrore. Uno dei pochi rimasti sobri durante la sbornia di Mani pulite, il filosofo del diritto Mario A. Cattaneo, dopo la sentenza di primo grado del processo Cusani, che giudicava sproporzionata, scrisse sul Sole24Ore un articolo intitolato “La ‘pena esemplare’ non appartiene alla civiltà del diritto” (poi raccolto in “Garantismo e tolleranza”, Edizioni ETS, 1995).

 

La condanna esemplare, estranea in questo alla tradizione illuministica, non mira alla proporzione tra il delitto e la pena ma, al contrario, a un deliberato eccesso teatrale. Si tratta, scriveva Cattaneo, di “una pena più severa rispetto all’entità del reato e alla colpevolezza del singolo condannato, per un’esigenza di ‘esempio’ e di interesse generale della società”. Perciò, quando qualcuno suona il piffero della pena esemplare, non scappate, perché non trovereste più un posto dove nascondervi. Piuttosto, cantategli in risposta questo motivetto esorcistico di un caro nonno che ci ha appena lasciati, Mauro Mellini: “Esemplare dovrebbe essere la sentenza particolarmente attenta, che vaglia fino all’infinitesimo il pro e il contro. Di solito invece s’intende tutt’altro, quella sentenza che punisce con esagerata severità in un determinato momento, quindi una sentenza esemplarmente ingiusta”.

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