di Guido Vitiello
La Gabbia in piazza
I salvino-meloniani al mattino e i pappalardi al pomeriggio sono due momenti della scaletta di un’unica trasmissione
di
31 JUL 20

(foto LaPresse)
Anni fa non era che un incubo informe, poi ha preso consistenza di sospetto, adesso è una certezza granitica: gli storici del futuro studieranno i ludi gladiatorii della “Gabbia” di Paragone su La7 come noi studiamo le serate futuriste del primo Novecento al Costanzi o alla Pergola, ovvero come un luogo d’incubazione di flagelli politici. Era tutto lì, in quelle centocinquantasette abominevoli puntate, un distillato di oli essenziali ideologici che altri talk-show contenevano in forma appena diluita: il piagnisteo antitedesco, l’Europa cattiva, le furbate monetarie per vivere a sbafo, Soros, il deep state globalista, i no vax, il piano Kalergi e nazisterie assortite. Non serve una Rossanda del sovranismo per ricostruire questo altro album di famiglia, del resto assai breve. Dalla “Gabbia”, che andò in onda fino al 2017 e al governo nel 2018, sono nate per parto gemellare anche le due piazze di ieri, o meglio i due turni nella stessa Piazza del Popolo – i salvino-meloniani al mattino, i pappalardi al pomeriggio. “Questo fatto che dovremmo sentirci in imbarazzo anche per cose con le quali non c’entriamo nulla sta diventando stucchevole”, ha detto Giorgia Meloni. Sarà. Eppure, sfido chiunque a trovare non dieci, ma una buona ragione per cui Pappalardo non potrebbe correre nelle liste di FdI e il meloniano Meluzzi non sarebbe un amore in gilet arancione. La cosa più onesta, alla fin fine, l’ha detta ieri un falegname romano: “Io stamane sto con Salvini e Meloni, e nel pomeriggio andrò dal generale Pappalardo”. Sono due momenti della scaletta di un’unica trasmissione, la “Gabbia”.
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