I duecento rubli

Guido Vitiello

Avvertire, in un gesto di magnanimità, la nota stridente della vergogna. I trentasei miliardi del Mes, i nostri sovranisti straccioni e Dostoevskij

Il problema non sono i trentasei miliardi del Mes e neppure i cento di Merkel e Macron, il problema sono i duecento rubli. Stavolta, però, Savoini e il Metropol non c’entrano nulla. Duecento rubli è la somma che Alëša Karamazov ha il compito di portare al povero capitano Snegirëv, umiliato davanti a tutti da un altro Karamazov, il primogenito Dmitrij, che lo aveva trascinato in giro afferrandolo per la barba simile a uno straccio di stoppa.

 

Dopo qualche indugio, il capitano accetta l’offerta di riparazione e si slancia a fantasticare sulle cose che potrà fare con quella cifra; tanto che Alëša, commosso dal vederlo così felice, alza la posta della generosità: “Eppoi, sapete, anch’io ho del danaro: prendetene quanto vi serve, come da un fratello, come da un amico”.

  

Ma qui il capitano si rabbuia. “Non vi farebbe piacere, insomma, se or ora vi mostrassi un bel giochetto?”, dice ad Alëša in tono di sfida. Ed eccolo, il suo gioco di prestigio: appallottola in una mano i due biglietti iridati da cento rubli, li getta tutti gualciti sulla sabbia e si mette a pestarli col tacco della scarpa, come un ossesso. “Riferite a chi vi ha mandato che lo strofinaccio non vende il suo onore!”.

 

Snegirëv aveva avvertito, in quel concerto di magnanimità, la nota stridente della vergogna; si era sentito, una volta di più, guardato dall’alto. Ebbene, i nostri sovranisti fanno mostra di ragionare come il capitano di Dostoevskij, con il sanguinante, immedicabile orgoglio di chi si sente inferiore e teme, più del raggiro, l’umiliazione. Stando così le cose, barba o non barba, è letterariamente corretto chiamarli straccioni.

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