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I city dolls

20 Maggio 2014 alle 12:00

Il Direttore indossa gli abiti del pittore della realtà. Si contrappone ai cultori del quadro idealista, romantico, mieloso, falsamente liberatorio e ipocrita del politicamente corretto. Nei rapporti umani, maxime nella ricerca del consenso, la regola basilare è quella di dire quello che vogliono sentirsi dire i destinatari del messaggio. Niente di nuovo. In questo senso il politicamente corretto non fa distinzione da … Grillo. Sorge la domanda perché i city dolls vogliano sentirsi dire roba alla Mazzucco? Il ritratto che ne fa il Direttore, irreprensibile, lo chiarisce bene, mi permetto di sintetizzare: sono cresciti a Nutella e diritti. Non hanno cognizione di cosa siano pane secco e doveri. Non hanno la forza dell’emozione e della volontà che li spinga, come persone singole, a impegnarsi. Si nutrono di slogan e luoghi comuni, stizzosi e inconcludenti. Più che city, baby dolls. Il principio di realtà ci insegna che ogni medaglia però, ha il suo rovescio poiché tutto si tiene: i dolls si ritrovano a vivere un mondo costruito su “quello, dal sociale, al costume, al politico, che consideravano giusto” tutti quelli che li hanno preceduti. In quel giusto, Nutella e diritti e pinzillacchere varie erano venduti come “for ever”. Anche i quaranta/cinquantenni di oggi, quelli in politica o comunque indaffarati, sono prevalentemente, a vario titolo, prigionieri di quell'impostazione, la voce degli ultra sessantenni è arrochita dai propri interessi o persa dietro a giovanilismi imbecilli. Considerando che gli elettori tra diciotto e trentaquattro anni sono oltre dodici milioni, ricondurli al sentimento di sé, a chi spetterebbe? O meglio, a chi converrebbe? Il Foglio prova a separare il grano dal loglio: sed cultura non facit saltus. Igitur, per aspera ad astra.

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