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L’Italia e l’industria

1 Aprile 2014 alle 19:00

Radio elefante (spero continui) sostiene che l’Italia non è un paese per industriali. Dalla dazione ambientale (tangentopoli) al disastro ambientale (Ilva, ENI e altri) i presupposti per lo sviluppo sono diventati evanescenti. Mi sono chiesto perché uno stato, una comunità, arriva al suicidio. Il legame perverso fra magistratura e sinistra. Forse. L’inettitudine di governi e partiti nel governare sistemi complessi. Forse. L’incapacità cronica di creare classi dirigenti, anche industriali, il sindacato, i boiardi di stato. Forse. Secondo me abbiamo perduto il senso della misura, che tradotto significa la perdita di senso. Ma in ogni cosa s’è perduto il senso della misura, quindi della realtà. Tutti i riformatori sono considerati degli eretici contro il popolo. Chi è un industriale dovrebbe fare denaro per se e così facendo per migliaia di altri offrendo lavoro; non necessariamente deve essere santo, anzi, e se sbaglia paga. Però nell’immaginario di troppi sono dei profittatori, dei sepolcri imbiancati, degli immorali. Il denaro è come sterco del diavolo usato contro i poveri “Cristi”. Migliaia di aziende hanno compreso questo e se ne sono andate. Tasse, burocrazia e lentezza della magistratura sono il risultato di una perdita di senso ovvero di quella “dazione” ambientale che ha invertito il senso delle cose. E’ il diavolo che ride, non l’etica e nemmeno i poveri che resteranno tali.

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